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(1939-2023)

L'incredibile viaggio di Tina Turner, una storia di riscatto ed emancipazione

Stefano Pistolini

Dagli esordi nei circuiti chitlin al successo come "regina del rock": le tappe e la carriera di un prodigio artistico rimasto fonte d'ispirazione per molte grandi donne nere del presente, da Oprah a Beyoncé

“Mia adorata regina, ti amo infinitamente. Ti sono così riconoscente per la tua ispirazione e per i tanti modi in cui ci hai aperto la strada. Sei la forza e la resilienza. Sei l'epitome del potere e della passione. Mi ritengo fortunata a testimoniare la tua dolcezza e il tuo bellissimo animo, che rimarrà in eterno. Grazie per ciò che hai fatto.” Firmato: Beyoncé, sul suo sito ufficiale, alla notizia che Tina Turner è scomparsa a 83 anni, in Svizzera, paese di cui aveva assunto la nazionalità, dove viveva da tempo e si era risposata. Ecco: per capire Beyoncé, la formidabile evoluzione del ruolo femminile afroamericano nello show business d’oltreoceano, nonché le ramificazioni che questo dirompente successo di genere ha provocato nel sociale, bisogna partire da Tina Turner, che Beyoncé ha sempre apertamente considerato il suo modello.

 

Tina, infatti, veniva veramente da lontano e la strada che aveva percorso era realmente quella dell’affrancamento, del riscatto e dell’affermazione e tutto questo ha sempre costituito la prima evidenza nel suo apparire, nel suo esibirsi, nel suo sprigionare energia da un palcoscenico, che ha sempre rappresentato la sua vera dimensione artistica, ben oltre la discografia e oltre i generi che ha traversato, a partire dal puro rhythm’n’blues dei primi 60, fino alle sue roboanti interpretazioni rock anni 80-90, nella sua celebrata “seconda carriera”, in cui cover di pezzi famosi e ballate tutte-grinta come “Private Dancer” o “We Don’t Need Another Hero” costituivano la portata principale di una vocazione ormai apertamente autocelebrativa e commerciale. Ma il suo è stato soprattutto un viaggio mirabile verso la consapevolezza e la dignità ed è per questo che le grandi donne nere del presente, Oprah, Angela Bassett, Beyoncé, le rivolgono ora il più umile e affettuoso degli omaggi, come si riserva a chi ha segnato un cammino e ha rappresentato l’ispirazione.

 

Nel caso di Tina Turner la montagna da scalare era quella della sudditanza, psicologica prima che artistica, della quale una donna di colore del dopoguerra americano pagava obbligatoriamente il prezzo – e le parallele vicende di Billie Holiday o di Aretha Franklin ne sono conferme complementari. Ma la storia di Tina resta la più esemplare, perché contiene tutti i crudeli luoghi comuni del caso, a cominciare dagli inizi nei quali, contrariamente a quanto raccontano le favole, era impossibile che nascesse una stella.

 

Ike Turner, un bravo musicista del circuito chitlin, quello riservato al pubblico afroamericano nel quale si produceva la musica più elettrizzante degli anni Cinquanta, s’imbatte casualmente a un concerto nella teenager Anna Mae Bullock e la sente cantare. Nella sua autobiografia Ike racconta: “Scrivevo canzoni con Little Richard in testa, ma non avevo Little Richard che le cantasse. Tina è diventata la mia Little Richard, solo con una voce da ragazza”. Nasce il sodalizio più squilibrato della storia del pop: lui cocainomane maschilista violento e avido, lei sottomessa, malinconica eppure pronta a incendiarsi sotto le luci dei riflettori. Ike le dà il proprio cognome, e poi deposita il marchio “Tina Turner”, nel caso un giorno avesse voluto sostituirla con un altro prodigio in erba. Poi la sposa, la sfrutta, eppure lascia deflagrare la feroce vitalità contenuta in quell’esile fisicità venuta su nelle campagne del Tennessee, a due passi da Memphis, la Mecca della musica.

 

Presto la adoreranno tanti musicisti bianchi appassionati di black sound, a cominciare dagli Stones, che chiamano la Ike & Tina Revue ad aprire i loro concerti, e dal rivoluzionario produttore Phil Spector, che nel ‘66 paga 20mila dollari per avere la voce di Tina in “River Deep, Mountain High”, capolavori del suo stile “wall of sound” (con l’accordo che Ike sarebbe rimasto fuori dallo studio di registrazione). Ma Tina resterà un prodigio artistico riservato quasi esclusivamente ai fratelli neri finché negli anni Settanta non avrà la forza di affrancarsi, liberarsi del padrone, restando in bolletta e raccogliendo i cocci di una carriera da ricostruire. Ci metterà un decennio, poi comincerà a splendere di luce propria nel cuore degli Ottanta, trasformata in icona pop già consolidata proprio da quel vissuto che s’intravedeva nella sua silhouette, quella sofferenza traversata, quella vita a modo suo già consumata.

 

L’unicità e lo splendore del successo popolare e tipicamente internazionale della seconda Tina, quella matura e ormai “regina del rock”, quella con niente da dimostrare e dozzine di collaborazioni con cui arricchirsi, è consistita soprattutto in questa sua incarnazione della possibilità di una liberazione e dell’incommensurabile valore dell’emancipazione. Il ritornello che può suonare come suo elogio funebre è “Se non ci fosse stata Tina…”: più che sufficiente per assegnarle un perenne posto d’onore nella storia del costume, prima ancora che della musica. 

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