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West Side Story

Santa Cecilia suona Bernstein senza scene né costumi. Il direttore Antonio Pappano ci spiega perché

12 Ottobre 2018 alle 06:00

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Il coraggio caratterizza le prime dell’Accademia di Santa Cecilia. Nel 2016 Fidelio di Beethoven in forma di concerto; nel 2017 Re Ruggero di Karol Szymanowski. Il cartellone 2018/2019 si apre questa sera con il musical “West Side Story” di Leonard Bernstein, anche questo in forma di concerto. Qualche dubbio si palesa timidamente. Va detto che l’Auditorium di Renzo Piano, casa privilegiata per la musica sinfonica, da qualche anno apre con un’opera fatta senza scene e costumi. Ma se Fidelio è partitura dal tratto sinfonico che ben si presta a questa soluzione, e Re Ruggero utilizzava la regia in presa diretta e proiezioni video del duo Masbedo, “West Side Story” è difficile immaginarlo senza il supporto scenografico.

  

Antonio Pappano invece non ha dubbi. Il direttore musicale dell’Accademia, anima dell’orchestra e coro di Santa Cecilia, lo dice al Foglio: “Non ho alcun timore nel proporre 'West Side Story' in forma di concerto. È un progetto molto più ampio iniziato l’inverno scorso con l’esecuzione integrale delle sinfonie dello stesso autore, poi registrate con la Warner Classics. Un’occasione per proporre al pubblico un Lenny diverso. Certamente 'West Side Story' è il suo capolavoro. Ma questo musical non sarebbe esistito senza le tre sinfonie. È vero che nella nostra ‘prima’ mancherà l’aspetto coreutico e di show, ma la musica è talmente geniale e l’energia talmente genuina che per me sarà un successo”.

  

Pappano ha dunque scommesso senza titubanze su una partitura che ha sbancato sin dall’esordio, non conoscendo mai momenti di flessione. Dal 26 settembre 1957, anno di debutto presso il Winter Garden Theatre di Broadway, le repliche consecutive sono state 732. All’Her Majesty’s Theatre del West End londinese, 1039. Eseguito nei quattro continenti, il musical ha richiamato un numero di persone senza precedenti, si parla di dieci milioni. La versione cinematografica nel 1962 ha vinto dieci premi Oscar su undici nomination. Steven Spielberg ha iniziato il casting per un remake cinematografico che vedrà la luce nel 2020. Ecco perché la scelta di Pappano non sembra scriteriata. Al contrario, denota una profonda conoscenza del lavoro.

  

Bernstein ha concepito una partitura dal carattere sinfonico, ampia nella scrittura, dove la musica è tutta al servizio del dramma; musiche profondamente ispirate e originali. Poi i brani vocali, caratterizzati dall’altissimo livello tecnico. Di fronte alla parte di Maria, gli editori ebbero molto da ridire: nessuno a Broadway poteva cantare note come quelle, era impossibile. La storia ha dimostrato il contrario.

  

Un melting pot totale

Per non parlare del melting pot di generi, sonorità, timbri che mai il musical aveva prodotto prima di allora. La musica classica, il jazz, il pop (nell’accezione più vasta). L’utilizzo di forme antiche come il contrappunto, la fuga (in versione jazz). Gli omaggi a Gershwin, Debussy, al sinfonismo mahleriano. Una partitura che impegna molto l’orchestra, oltre che i cantanti. “L’aspetto ritmico – dice Pappano – è quello più sfidante ma devo confessarle che durante le prove mi ha colpito la naturalezza con cui i miei musicisti si sono posti. Anche rispetto allo stile piuttosto romantico delle canzoni. Un feeling palesato anche dalle voci, a cui l’orchestra crea il mood giusto”. Quello unico e irripetibile che cercava Bernstein, “il musicista – come ricordava Sergio Sablich – dalla vena facile, immediata, apparentemente non problematica. Il compositore che non credeva alla crisi dei linguaggi, della melodia e dell’armonia”.

 

Pur amando il musical, Bernstein odiava essere ricordato solo per il suo “West Side Story”. Questo lavoro però è intriso del suo modo di pensare e vivere la musica. Un eterno amplesso nel concepirla, dirigerla, suonarla, raccontarla. Questo rapporto fisico, viscerale gli faceva dire che se una partitura non gli avesse procurato un orgasmo, non l’avrebbe mai diretta. E infatti la sua la diresse solo trent’anni dopo, in una registrazione audio (guarda caso) dove volle con sé cantanti lirici come un giovanissimo José Carreras che ebbe non poca difficoltà a calarsi nella parte.

    

Bernstein ha concepito un’opera capace di rendere tutti i cambiamenti di scena in modo magistrale, la trasposizione in musica delle speranze, dei desideri, delle ansie e delle paure dei protagonisti ma anche di noi tutti che oggi ascoltiamo queste melodie. Pappano aggiunge: “È un’opera molto attuale. Parla di bande rivali, di conflitti generazionali; le problematiche legate alla mancanza di lavoro, la noia. La vita che va storta. Il razzismo, l’impulsività della gioventù”.

 

Ecco perché questa prima non è una delle tante. “Ogni inaugurazione – dice il maestro – crea nel pubblico, in me e in ogni musicista un’attesa, delle aspettative. È una sfida per noi musicisti perché devi scavare dentro di te e dentro la musica. Questo favorisce la crescita nostra e della gente che ci ascolta. Si crea una comunità musicale che ritengo fondamentale; ritengo sia necessario coltivarla, svilupparla, rischiando con nuovi repertori, energia mai doma e solisti di spessore”.

  

È il tratto caratteristico del lavoro di Sir Tony il quale, pur trovandoci a inizio stagione, è già proiettato al futuro, non pago del successo unanime e internazionale che l’orchestra sta riscuotendo in questi anni. “Bisogna sempre crescere. Per farlo, serve ampliare e ripetere il repertorio. Occorre fare delle tournée, rafforzando la consapevolezza di essere una squadra che ha voglia di andare avanti insieme su questa strada. Sono fortunato ad avere un’orchestra e un coro di questo livello. Ma non do nulla per scontato. Questo è il segreto”.

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