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Quella casa a Milano in cui Battisti si rifugiò e diventò grande

Un giorno in largo Rio de Janeiro. Dove Lucio componeva, giocava a ping pong e stava con la famiglia oggi c’è Giulio, vedovo. Vent’anni fa la morte del cantante

9 Settembre 2018 alle 05:44

Quella casa a Milano in cui Battisti si rifugiò e diventò grande

Foto LaPresse

C’è sempre un legame fra un artista e la sua casa. Il difficile è individuare quale casa. Per Lucio Battisti la sua vera casa fu la penultima, in largo Rio de Janeiro a Milano, subito prima di tumularsi nella fortezza brianzola per sfuggire ai paparazzi che gli davano il tormento, e in questo caso è il carattere del luogo a rivelarne l’appartenenza. Largo Rio de Janeiro è da sempre una delle vie più discrete di Milano. Sembra più il rimpianto di una piazza che uno slargo, soprattutto per com’era prima che la costruzione di un grande parcheggio ne stravolgesse la fisionomia, arrivando quasi ad azzerare tutto il suo verde ombroso. Largo Rio de Janeiro si trova nel quartiere di Città Studi, ed è talmente discreto che non sembra neanche una via, ma il breve tratto di un viale che scorre in parallelo alla circonvallazione esterna, una porzione di strada un po’ più ampia del solito cui la toponomastica meneghina ha arbitrariamente attribuito un’identità propria. E infatti qui, fino al 1940, ci abitò pure Carlo Emilio Gadda, proprio mentre scriveva il suo capolavoro, “La Cognizione del dolore”. Sia la casa di Lucio Battisti che quella dell’ingegnere sono prive di placche commemorative, come a voler rispettare la proverbiale riservatezza di due fra gli artisti più schivi e appartati del Novecento. Gadda viveva in un appartamento di un condominio di cinque piani, mentre Battisti abitava in una villetta indipendente con giardino, una di quelle casette anonime su tre piani che furono costruite da una cooperativa edile per ex ferrovieri. Cielo terra, si dice in immobiliarese, a significar che non si han vicini, né sopra né sotto. Gliela trovò l’amico Riccardo Pizzamiglio, un tecnico del suono e uomo di fiducia della Numero Uno a cui Lucio aveva dato istruzioni precise: la casa doveva essere spaziosa ma non lussuosa, in un quartiere tranquillo ma non troppo periferico, e soprattutto con un bel giardino interno. Fra queste mura, Lucio Battisti andò a vivere con Grazia Letizia Veronese e lì nacque loro figlio Luca, oltre a diversi capolavori indimenticabili come “Emozioni”, “E penso a te” e “Il mio canto libero”.

 

Il periodo più prolifico di Lucio Battisti

Così, spinto dalla curiosità di vedere se i luoghi hanno una memoria, se conservano traccia delle vite che ospitarono, perché grazie a loro sono cambiati e si sono arricchiti di senso, di significati che ora chiedono di essere trasmessi a chi resta come un testimone o un’eredità, ho suonato al campanello della vecchia casa di Lucio Battisti. Passato qualche secondo ha risposto una voce anziana un po’ incredula, di chi non è abituato a ricevere visite in un tranquillo pomeriggio feriale, e dopo una mia breve presentazione il più rassicurante possibile si è affacciato al portone in strada il signor Giulio, il proprietario attuale. Non mi ha sorpreso la sua diffidenza iniziale, l’essere squadrato, succede sempre così quando vado per case d’artista, mi prendono per un testimone di Geova che cerca d’ingannarli con la cultura. “E’ la casa di un uomo solo”, ripeteva scuotendo la testa, “c’è molto disordine”, “un’altra volta, magari”, ma alla fine la mia perseveranza e la qualifica di giornalista hanno vinto i suoi timori, e sono riuscito a entrare promettendo di andarmene subito dopo aver scattato qualche fotografia. “Non guardi qui che c’è confusione, però”, si raccomandava indicandomi la cucina a vista collegata col soggiorno. Gli ambienti sono piccoli ma luminosi, la cucina affaccia sulla strada e il salotto sul giardino interno. A fianco al camino la tv è accesa. Sapeva di Battisti fin da quando vi si trasferì, e io non ero il primo a riferirglielo. Tempo addietro qualcuno dell’albergo a fianco lo aveva anche invitato ad apporre sulla facciata della villetta una targa che segnalasse l’illustre inquilino, teme il fastidioso andirivieni di fan. Nel giardino incolto di pochi metri quadrati ci sono ancora le rose di Battisti, quelle che piantò e che curava come fossero le sue canzoni assieme alla moglie. Sul muretto di recinzione sosta un gatto pasciuto, e per terra si notano un paio di ciotole piene di croccantini. Giulio è un gattaro ma sicuramente non ha il pollice verde. D’estate sotto il glicine, pur essendo una pippa e perdendo immancabilmente, Battisti amava trascorrere le domeniche giocando a ping pong con gli amici più stretti: il dentista Renato Artusi, Franco Daldelli, Mario Lavezzi, Alberto Radius, Mogol e Adriano Pappalardo. Qui visse il periodo più prolifico della sua parabola artistica, tanto che i suoi esegeti hanno contato che solo nel 1971, insieme a Mogol, Lucio produsse in media una canzone ogni quindici giorni, fra quelle cantate in proprio e quelle offerte ad altri interpreti. Vengono in mente dei versi di quegli anni, come “pietre un giorno case ricoperte dalle rose selvatiche, rivivono, ci chiamano”, ma la tentazione di associarli a quello che vedo non ha senso, quelle parole non le scrisse lui. L’unica pianta in salute è un basilico in vasetto. Giulio si accorge del mio interesse e mi dice che per lui non c’è passeggiata estiva più bella di quella dal balcone alla cucina annusando le foglie di basilico appena raccolte, poi sorride e rientrando in soggiorno aggiunge: “Io la chiamo la mia promenade”. Il giardino in abbandono mi ricorda un giudizio di Walter Chiari, a cui Battisti piaceva perché era diverso dagli altri cantanti dell’epoca, tutti bellini e puliti mentre lui era sempre trasandato e “boschivo”, come se non fosse uscito di casa ma da un cespuglio. In fondo questa casa gli somiglia, anche a distanza di più di quarant’anni. E’ la casa di uno che non faceva il fenomeno e dava il meglio di sé quando si spogliava di tutto, come in “E penso a te”, un brano che presidiò la vetta della classifica per mesi e che in tv Lucio cantò al buio, con gli occhi chiusi, solo voce e pianoforte, una voce a tratti remotissima, come un’eco lontana e flebile, e in altri momenti vicinissima, come un bisbiglio all’orecchio, una confessione. Stando a quanto disse lui stesso prima di chiudersi in un leggendario e ostinato mutismo, Battisti a casa era un abitudinario. Qui incominciò a dipingere soggetti iperrealisti o pop art e riprese a disegnare fumetti, una delle sue prime passioni.

 

Al mattino presto

Di solito preferiva comporre al mattino presto, avvolto dal silenzio. Strimpellava la chitarra per ore davanti a questo camino rustico cercando armonizzazioni e accordi strani, mentre nelle notti d’estate, come riferisce il suo amico Pietro Montalbetti dei Dik Dik, dal terrazzo amava guardare le stelle col telescopio e riconoscere le costellazioni. Montalbetti lo frequentò soprattutto nel periodo della gavetta, quello dei sogni di gloria e delle tasche vuote, e racconta alcuni episodi struggenti, come la passione comune per il planetario, dove andavano spesso, forse sognando di diventare delle stelle musicali, o lo stupore fanciullesco di fronte ai cancelli dorati di Villa Invernizzi, nei tardi anni Sessanta, mentre ammiravano l’eleganza dei fenicotteri rosa in quel giardino assurdo nel centro di Milano. Mi viene in mente il cortometraggio di Dakota Fanning presentato a Venezia, “Hello Apartment”. Un loft a Brooklyn testimone di gioie, dolori e speranze di una giovane donna, le case come contenitori di storie e di emozioni, la memoria che si lega agli spazi in cui viviamo. Ma sono vent’anni che è morto Battisti e ora questa è la casa di Giulio, e i tanti libri sulle mensole, disposti cromaticamente per editore, dagli Struzzi bianchi ai toni pastello degli Adelphi fino alle righine dorate dei Meridiani Mondadori, non mi stimolano alcun collegamento con la presenza del cantore di Poggio Bustone. Battisti non era colto e neppure impegnato, e in quei tempi, i primi anni 70, le canzoni d’amore appartenevano a un genere sospetto, qualcosa di vergognosamente reazionario, così che l’etichetta di destra gli rimase appiccicata addosso, nonostante tutti i suoi amici avessero sempre negato quel tipo di militanza o di simpatie politiche. Bruno Lauzi svelerà in seguito, nel libro “Emozioni”, che Battisti era politicamente schierato con i Radicali, ma la confutazione più sorprendente arrivò molto tempo prima, precisamente il 18 aprile 1978, perché il piacere di ascoltarlo superava ogni schieramento, ed era più forte anche dell’ideologia. Quel giorno in via Gradoli a Roma, nel pieno del sequestro Moro, fu scoperto un covo delle Brigate Rosse all’interno del quale si nascondevano Mario Moretti e Barbara Balzerani, e dalla perquisizione delle forze dell’ordine saltarono fuori anche diverse musicassette di Lucio Battisti, come fosse un guilty pleasure dei terroristi. Fra i tanti libri di Giulio, ordinati per colore ma accatastati uno sull’altro per eccedenza, noto un portafoto in peltro dove è ritratto assieme a Giuliano Pisapia davanti a Palazzo Marino. Mi dice che è stata l’ultima volta che si è impegnato in politica, e che sembrano passati secoli da allora, a seguire la politica di oggi. “Sembrava impossibile che potesse vincere”, commento io. Allora distoglie lo sguardo dalla tv e lo appunta nella mia direzione: “Ma lo sa perché vinse?”. Emette un sospiro profondo, poi si china verso di me e fa: “per la gentilezza”. E dicendolo sembra che parli di una moneta fuori corso, che non interessa più a nessuno. A sentire i racconti dei suoi amici più cari, anche Lucio Battisti era una persona gentile e mite, sebbene di una mitezza ruvida. Solo l’assedio dei paparazzi e le contestazioni del pubblico riguardo al suo disimpegno, oltre al tentato rapimento del figlio in un parchetto qui vicino, lo resero intrattabile ai limiti del paranoico, talmente geloso della sua privacy da rifiutarsi di firmare autografi a chiunque, amici e conoscenti compresi. Queste mura conservano le risate di quelle partite a ping pong o i primi vagiti del piccolo Luca? Non lo so. Forse è tutta colpa di Walter Benjamin se sono qui, quando si interrogava se “non c’è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un’eco di voci ora mute?”, o forse è solo il desiderio di vedere il mondo esattamente dallo stesso angolo dal quale fu visto e cantato dall’artista che mi fece da bussola quando ero giovane. Ad ogni modo si è fatto tardi. Prima di uscire chiedo a Giulio che sogni fa in questa casa, e lui risponde che da quando è vedovo ha smesso di sognare. Sua moglie è morta due anni fa, aggiunge, soffriva di artrite reumatoide da tanto tempo. “Forse è solo che non li ricorda”, ho provato io. Il suo sorriso mite ha assunto una piega amara, dura e rappresa. “No, qualcosa resterebbe”, mi dice sulla porta salutandomi.

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