Girotondo sui molti meriti (riconosciuti ma non basta) delle donne

Testimonianze fra i relatori alla presentazione del Terzo Osservatorio PwC-“Foglio della moda”. Le abbiamo scelte certamente bene, perché i dati generali sul paese non sono altrettanto virtuosi

Certamente siamo noi del Foglio della moda che, con PwC, scegliamo come testimoni gli imprenditori più attenti ad offrire alle donne reali opportunità di carriera nelle loro aziende. E forse dovremmo continuare così, cioè dando spazio solo a chi se lo merita. Perché, a leggere le testimonianze dei relatori alla presentazione del terzo Osservatorio sul lavoro femminile nella moda, organizzato negli spazi di Lineapelle, nel cuore della Milano romana (la città fu capitale con Massimiano nel 286 dopo Cristo, gli anni della Tetrarchia, si tende a dimenticarlo, gli scavi accanto e il pavimento di vetro del palazzetto che ospita le sale di rappresentanza di UNIC sono lì a dimostrarlo), sembra che vi sia l’impegno da parte delle aziende per riequilibrare una situazione molto sperequata, in cui meno del cinquanta per cento dei grandi marchi è disegnato da donne, e meno del quindici per cento dei grandi brand ha una manager al comando. E in quest’ottica, vale la pena di valorizzarle

 

Il merito di riconoscere il merito

Essere una donna non ha mai rappresentato un limite rispetto alla determinazione con la quale ho perseguito i miei obiettivi professionali. Di certo, non mi sono mai resa la vita facile. Sin dal momento in cui ho scelto il mio percorso di studi, la facoltà di ingegneria del Politecnico di Milano, ho avuto ben chiaro che non avrei cercato delle scorciatoie. Ho iniziato la mia carriera nel mondo della finanza, un settore dominato dagli uomini, e ho sempre cercato di emergere grazie alla mia professionalità, alla mia intraprendenza e alla mia determinazione.

Una volta avviata la carriera imprenditoriale nel private equity, sono riuscita a dare un taglio più “al femminile” al mio lavoro e, con l’intuizione prima e la perseveranza poi, sono riuscita ad unire le due grandi passioni della mia vita: la finanza e la moda e il lusso. Da più di quindici anni, mi impegno perché il private equity diventi uno strumento a supporto della crescita e della evoluzione delle aziende del settore, spesso scoprendole, ma sempre affiancando e supportando imprenditori o imprenditrici a cui riconosco talento e per i quali nutro stima professionale.

Con questa idea, ho creato una realtà come Style Capital. Essere una donna forse mi ha anche aiutata negli anni a sapere gestire con una certa sensibilità ed attenzione - qualcuno la chiama intelligenza emotiva - i rapporti con i diversi imprenditori e stilisti con i quali nel corso del tempo ho condiviso il percorso professionale, ma mi ha fornito soprattutto una chiave di lettura nella definizione dei criteri di selezione dei progetti sui quali investire e sui quali puntare. La moda è un settore in cui una larga parte della creazione di valore è legata a componenti ed elementi intangibili.

Nella scelta di valorizzare un brand italiano come forte_forte, per esempio, ha giocato un ruolo fondamentale l’incontro con la fondatrice, Giada Forte, e quando ho deciso, in piena emergenza Covid, di investire su una realtà straordinaria come Zimmermann, non posso certo negare come la chiave di volta sia stata la chimica scattata con le sorelle Nicky e Simone Zimmermann, rispettivamente direttrice creativa e responsabile operativa dell’azienda, così come quando abbiamo preso le redini di LuisaViaRoma, non ho esitato a scegliere tra un pool di candidati Alessandra Rossi, ingegnere come me, per la posizione di amministratore delegato.

Con questo non voglio dire che avere delle donne in ruoli strategici sia una condizione indispensabile nelle mie scelte di investimento ma che, quando ne ho avuto l’opportunità, sono stata contenta di aver supportato il talento e l’imprenditorialità al femminile.

All’interno di Style Capital, sono molte le donne, anche in posizioni apicali, con le quali mi confronto costantemente e con le quali condivido la vita professionale da molti anni.

Trovo che questa solidarietà al femminile sia un forte valore aggiunto e una enorme risorsa proprio per la straordinaria capacità di adattamento, di resilienza e di fedeltà a un progetto, che le donne che ho incontrato nel corso della mia vita sono state in grado di dimostrare.

Roberta Benaglia, ceo Style Capital

 

E' imprenditoria al Femminile

Nel calzaturiero, una componente significativa è rappresentata dalle donne.  E visto, che il nostro settore fattura oltre 14 miliardi di euro, occupa più di 70mila addetti ed esporta l’85 per cento della produzione, si tratta davvero di un dato significativo, ancor più se parametrato all’intero sistema moda. In un recente rapporto sull’imprenditoria femminile di Unioncamere, l’industria della moda occupa il secondo posto tra i settori a maggior componente femminile con una quota del 37,7 per cento dopo quelli del Benessere, della Sanità e dell’Assistenza sociale che toccano il 59,1 per cento, precedendo Istruzione e Turismo&Cultura, che toccano invece il 36,3 per cento.  Nel nostro settore, quello dell’industria della pelle, il dato sale al 48,6 per cento del totale. La presenza della componente femminile nella moda ha una lunga tradizione e la principale motivazione risiede proprio nel carattere di artigianalità tipico del settore. Infatti, in questo ambito le donne hanno maggiore possibilità di esprimere la propria creatività e sensibilità. Io ritengo che possano affrontare con un piglio originale, quello che comunemente si chiama “tocco femminile”, le linee guida fondamentali per lo sviluppo economico delle imprese, ovvero innovazione e sostenibilità con risvolti importanti anche sul welfare. Ma se c’è un tema che davvero ho a cuore, è quello della formazione continua. Perché non può esservi innovazione senza un adeguato livello di competenze, di quella preparazione necessaria per rimanere competitivi sui mercati, sui tavoli dove si giocano le sfide globali. La formazione tecnica e il lavoro in azienda sono ancora visti come attività di serie B. Pertanto, io ritengo utile avviare collaborazioni con le istituzioni, le scuole professionali, le associazioni. Assocalzaturifici in particolare, in partnership con Umana ha attivato il progetto “Lavorare nel settore calzaturiero”. Uno spazio inserito nel nostro sito web per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro nel settore calzaturiero. Per le donne ci sono interessanti sbocchi professionali, per esempio nel finissaggio e nell’orlatura, nella scarnitura e alla manovia, ma anche nei reparti tecnici, dalla programmazione alla logistica, oppure impiegate negli uffici acquisti e prodotto. Questa iniziativa ha dunque l’obiettivo di favorire quella partnership virtuosa, oggi indispensabile, fra l’ecosistema delle imprese di settore e le persone. 

Giovanna Ceolini, presidente Assocalzaturifici

 

La Flessibilità aiuta le donne ma anche l’Impresa

In Kiko Milano, le donne rappresentano il 94 per cento delle settemila risorse umane, e il dato raggiunge il 98 per cento negli oltre mille negozi della nostra rete in oltre sessanta paesi. Per questo, credo di poter dire che le donne siano al centro della trasformazione che ci ha visti diventare la terza azienda mondiale nel beauty per tasso di crescita: il 42 per cento. Il sostegno all’empowerment femminile è rivolto in primo luogo verso l’interno, attraverso azioni dedicate e specifiche anche in base a specifici momenti della vita delle nostre collaboratrici. E’ stata introdotta per esempio la politica dello smart working fino a otto giorni al mese, che diventano dodici per le neomamme lungo un anno dal rientro dalla maternità. Abbiamo introdotto un piano di politiche sociale con benefici flessibili per oltre duemila persone.

Queste misure hanno reso possibile la crescita delle donne nelle posizioni di vertice, con decine di promozioni a ruoli direttivi che oggi sono occupati per oltre la metà da donne. Anche nel Global Leadership Team, organo di governance aziendale, il quaranta per cento dei membri sono donne di cui oltre la metà cresciute internamente. Da anni, inoltre, sosteniamo fondazioni e associazioni il cui scopo è eliminare le disuguaglianze creando opportunità per le donne di esprimere appieno il loro potenziale e lo facciamo sponsorizzando Borse di Studio, consapevolezza sui temi economici, promozione dei diritti umani e lottando

contro la violenza di genere. Per esempio affianchiamo “La Forza del Sorriso”, un progetto di responsabilità sociale dell’industria cosmetica nazionale che aiuta i malati di cancro a ricostruire la fiducia in loro stessi attraverso un supporto economico e percorsi di crescita dell’ autostima, oppure Ai.Bi, Associazione Amici dei Bambini, a cui doniamo prodotti, corsi di make-up, sportello di ascolto psicologico, percorsi di crescita professionale.

Simone Dominici, ceo Kiko Cosmetics

 

Con moda, musica e arte, sosteniamo il valore delle donne

Appartengo alla seconda generazione di una realtà familiare nata a Bologna nel 1927 che nelle ultime due decadi, sotto la mia supervisione, è molto cresciuta. In qualità di presidente della Fondazione Furla, oggi con i miei due figli siamo gli azionisti di maggioranza di Furla, che è un’azienda al femminile. L’86 per cento dei dipendenti sono donne di diverse nazionalità: alcune di loro ricoprono ruoli apicali come Kit Lee, general Manager dell’Apac (Corea, Australia, e Southeast Asia) e le ceo del Giappone Aya Morimoto e delle Americhe Elena Moncigoli. Furla è impegnata da molti anni nel supporto delle donne in diversi ambiti, come quello dell’arte, della musica e della moda. Attraverso il premio Furla per l’Arte, istituito nel Duemila in collaborazione con la Fondazione Querini Stampalia di Venezia, abbiamo aiutato giovani artisti a crescere, offrendo un trampolino di lancio per la loro carriera, e tante sono state le artiste che hanno beneficiato del nostro appoggio. Il nostro crescente impegno verso le arti ha portato alla nascita della Fondazione Furla nel 2008 e con Furla Series – un programma a sostegno delle donne nell’arte - gli attuali curatori Bruna Roccasalva e Vincenzo De Bellis presentano dal 2017 artiste internazionali talvolta impegnate nel sociale come Andrea Bowers, artista attivista e femminista americana, ultima in ordine di tempo. Dallo scorso anno, Furla sostiene “She Is the Music”, un’organizzazione no-profit fondata da Alicia Keys che ha lo scopo di formare e promuovere le donne nella musica, che attualmente rappresentano solo il venti per cento degli artisti musicali a livello globale. In concreto, ci occupiamo di finanziare programmi educativi per ragazze che non hanno un facile accesso a questo settore. La formazione di talenti non si ferma solo alla musica e all’arte ma vede il nostro impegno anche nel preparare futuri artigiani che possano tramandare il nostro know-how. Nel nuovo polo Progetto Italia, destinato alla creatività, alla produzione, alla ricerca e alla sperimentazione, abbiamo ospitato una Academy per offrire a studentesse e a studenti percorsi formativi che combinano studi accademici e lezioni pratiche per offrire una comprensione completa dell’intero ciclo produttivo, dalla campionatura alla modellistica con la partecipazione dell’ITS Mia. Continueremo a farlo.

Giovanna Furlanetto, presidente Fondazione Furla

 

Non ho mai fatto differenze e ho avuto ragione

L’uguaglianza di genere è una questione fondamentale non solo per la giustizia sociale, ma anche per la crescita economica e lo sviluppo delle imprese. Tuttavia, purtroppo, ancora oggi le donne continuano ad essere scoraggiate nell’avanzamento della carriera, e devono subire un divario retributivo rispetto ai colleghi maschi a parità di mansioni. Noi abbiamo in organico 69 donne su 113 dipendenti, pari al 61 per cento e sono loro a presidiare la maggior parte dei dipartimenti. Guardando indietro, al mio e al nostro percorso, realizzo sempre con un po’ di orgoglio come siamo stati avanguardisti nel considerare il dipendente come una risorsa e non come un numero, come abbiamo sempre creduto in ognuno di loro, valorizzando i loro punti di forza e permetterne l’avanzamento. Credo sia questo il vero empowerment femminile: incoraggiare le donne, credere in loro, rafforzarne l’autostima in un mondo che gliela calpesta un po’ troppo spesso, fino a quando si convincano che è davvero possibile diventare leader. Ho iniziato la mia carriera da imprenditrice verso la fine degli anni Novanta, nella più totale inconsapevolezza delle discriminazioni e dei pregiudizi. Con il tempo, e grazie anche al confronto con altre realtà, ho realizzato che i progressi e le conquiste conseguite ci avevano, sì, garantito diritti fondamentali (auto-determinazione, istruzione, voto) ma che non avevano veramente prodotto quel mutamento sociale necessario a superare gli stereotipi che condizionano ancora pesantemente la vita professionale delle donne e, prima ancora, il loro ruolo nella società.

Credo fortemente nel ruolo delle donne nella società e nel mondo del lavoro e promuovo continuamente progetti che le riguardino, che le tutelino e che le valorizzino. Silvian Heach per esempio è un brand femminile, nato e pensato per le donne, in termini sia di offerta di prodotto sia di responsabilità sociale. Si tratta di un percorso iniziato più di un decennio fa, quando abbiamo iniziato a maturare maggiore consapevolezza sul tema donne e lavoro, e poi definito degli obiettivi interni, per raggiungere il risultato di abbattere il divario di genere sul lavoro. Si tratta di un tema molto complesso, che tocca molti ambiti e che proprio per questo non è stato facile intraprendere: il modello tradizionale di lavoro, ma anche le abitudini, la cultura, i carichi di cura, il supporto non efficace delle istituzioni, dagli asili nido alle infrastrutture. Tra il dire e il fare, bisogna considerare tutte queste variabili. Per questo, posso dire che noi e i nostri dipendenti siamo cresciuti, professionalmente, insieme, affrontando i problemi quotidiani e discutendone ogni volta. Penso per esempio a Manola Sunan, capo del servizio clienti: proveniva dal mondo della ristorazione. In poco tempo era riuscita a inserirsi nell’ufficio commerciale estero con intraprendenza e determinazione: poi, aveva scelto di diventare mamma. Per tre anni, dal 2010 al 2013, si è dedicata completamente a sua figlia. Quando è rientrata in azienda, ha ripreso il percorso di carriera come customer service manager, fino ad assumere la guida del dipartimento. Ma penso anche a Patrizia Galatro, capo del design del nostro gruppo: quando entrò in Arav era la fine del 2002, aveva ventidue anni e terminato da poco gli studi alla Marangoni, a cui era seguita una breve esperienza come designer in un’azienda di pret a porter donna. Oggi ha lasciato la direzione creativa di Silvian Heach per gestire la collezione uomo e donna di Richmond X. E poi c’è una mia omonima, Mena Marigliano che nel 2006, quando entrò a far parte dell’azienda, stava ancora studiando giurisprudenza e lavorava nel settore immobiliare. Però voleva cambiare vita, e la moda le piaceva molto. Venne assunta come venditrice di showroom affiancando un consulente esterno, e creando i presupposti della prima rete vendita Silvian Heach. Oggi Mena è direttore commerciale della divisione italiana, e ha superando il suo capo di allora in termini di avanzamento di carriera e di remunerazione.

Mena Marano, ceo Arav Group