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Che cosa resterà dello smartphone fra cinque anni? Ipotesi da un futuro transumano

10 Dicembre 2015 alle 06:11

New York. E’ dura fare previsioni, specialmente quelle che riguardano il futuro, diceva il compianto Yogi Berra. Quelle che riguardano il futuro della tecnologia poi sono durissime, soprattutto per coloro che non sono stati messi a parte della “legge dei ritorni accelerati” di Ray Kurzweil e di tutto l’apparato ideologico e transumanista che sostiene l’avvento imminente della Singolarità (“Ci siamo, è questione di settimane, al massimo mesi”, dicono da decenni i suoi profeti, mentre prendono pillole per allungarsi la vita e criogenizzano morti nell’attesa di resuscitarli come avatar). Kurzweil dice che questo secolo, da un punto di vista del progresso della tecnologia, “sarà come ventimila anni di progresso alla velocità odierna”, il problema è la solita confusione fra lo sviluppo lineare e quello esponenziale, un comunissimo errore di prospettiva. Prendendo sul serio la “legge dei ritorni accelerati” e provando a seguire le altre variabili che Kurzweil e compagni spiegano, un anno di questo secolo equivale a circa duecento anni di sviluppo alla velocità odierna. Il che significa che i 100 mila clienti che la Ericsson ha interrogato per sapere cosa pensano del futuro dello smartphone sono perfino indietro. E dire che la maggioranza pensa che fra cinque anni l’oggetto che occupa le tasche di tutto il mondo sarà morto e sepolto, superato da forme di intelligenza artificiale e estensioni virtuali della realtà che non hanno bisogno di un supporto separato dal corpo o dai suoi accessori. Saranno dispositivi microscopici impiantati nei vestiti oppure occhiali a quattro dimensioni a darci la connessione a tutto-e-subito? Questo gli utenti non sanno dirlo con precisione, ma sanno che il futuro non è uno schermo separato dal corpo, oggetto al quale siamo abituati ma che è assai poco pratico: non si riesce a scrivere agevolmente su whatsapp mentre si guida o mentre si fa un soffritto di cipolle. Forse il futuro non è nemmeno uno schermo, il vero totem transgenerazionale pronto per essere sacrificato sull’altare di un dio ancora ignoto. E’ strana questa danza fra aspettativa, immaginazione e realtà quando si parla di futuro dello sviluppo scientifico. Lo smartphone, a giudicare dagli indizi dell’oggi, è in flessione. Apple continua a fare oggetti più sottili e cool. Samsung crede nel potere del raffreddamento rapido per guadagnare in velocità, e nello schermo più grande. Sono tutte idee di vecchia generazione potenziate, niente di “disruptive”, quasi che anche i grandi player del settore tech non avessero voglia di abbracciare finalmente il ritmo esponenziale dell’evoluzione. Si accontentano di fare device più sofisticati di quelli precedenti, insomma. Alcuni veri credenti della Singolarità potrebbero dire che un atteggiamento del genere viola la regola più sacra e intima del rapporto fra uomo e tecnologia: gli iniziati al culto devono fare tutto ciò che è in loro potere accelerare l’avvento della Singolarità. Ma stiamo divagando. Il problema, qui, è molto più semplice: che cosa ne sarà dello smartphone? Qualcuno se ne curerà? Se ha ragione Kurzweil lo sapremo presto, prestissimo. Forse lo sappiamo già.

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