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La campagna sottotraccia per trasformare l’ambientalismo in un atteggiamento di default

23 Aprile 2015 alle 06:18

Uno degli esempi supremi della manipolazione ideologica è il delicato passaggio di una posizione da oggetto della contesa pubblica a premessa accettata in modo irriflesso, da terreno di conquista a spazio rivendicato una volta per tutte. Quando si parla della percezione del pubblico intorno a un certo tema, il meccanismo diventa politicamente decisivo, specialmente se riguarda cambiamenti epocali sui modi di vita o sull’opinione che la gente ha intorno ai problemi globali. Idealmente gli attivisti del matrimonio gay vorrebbero che nel tempo la questione perdesse posizioni nella lista delle priorità dell’opinione pubblica, fino a trasformarsi in una non-issue, faccenda risolta di cui non ha più senso preoccuparsi. E’ in qualche modo un derivato della dialettica di Engels sui cambiamenti qualitativi che improvvisamente irrompono dopo una serie di cambiamenti quantitativi più o meno impercettibili: si raffredda l’acqua un grado alla volta senza apprezzare risultati, finché all’improvviso non diventa ghiaccio. Naturalmente quando si parla di rilevamenti, di sondaggi d’opinione, le cose sono molto più fluide e complicate di così, ma il meccanismo non cambia di molto. Il pensiero ambientalista nel corso dei decenni ha cercato di convincere il pubblico non soltanto che la protezione dell’ambiente deve diventare una preoccupazione centrale di tutti gli uomini di buona volontà, ma che qualunque posizione alternativa è illegittima, antiscientifica, insostenibile, contraria al cambiamento qualitativo dell’atteggiamento generato dopo una lunga serie di cambiamenti quantitativi. Qualche anno fa gli oppositori del consenso sui cambiamenti climatici venivano chiamati scettici, ora sono negazionisti, una nemmeno troppo implicita reductio ad hitlerum. L’obiettivo è chiaro: fare della causa ambientalista una non-issue, una premessa implicita, un atteggiamento di default, una convinzione talmente scontata che a un certo punto l’onere della prova ricadrà interamente sulle spalle dei pochi che metteranno in discussione l’indiscutibile. L’Earth Day celebrato ieri, insomma, dovrebbe tendere a diventare una festività sopranazionale, tanto è ampio e indiscusso il consenso attorno alla necessità di cambiare abitudini e atteggiamento per salvare il pianeta. E chi non vorrebbe salvarlo? Barack Obama non riconosce al massacro degli armeni del 1915 la qualità di genocidio, e manda il segretario del Tesoro a rappresentare l’America nelle commemorazioni ufficiali, ma non perderebbe certo l’occasione per fare il suo discorso ambientalista agli Everglades. L’atteggiamento dei giovani poi è rappresentato come certificazione che il futuro va in una certa direzione, che il flusso del pensiero muove verso la famosa “parte giusta della storia”, e nell’immaginario che Obama promuove tutti i giovani hanno un’innata coscienza verde. Ma è davvero così? Un sondaggio dell’American Enterprise Institute, think tank conservatore, dice che soltanto il 32 per cento dei millennials si definisce “ambientalista”, contro il 42 per cento dei boomers e della generazione X. Certo, potrebbe voler dire che i giovani rifiutano l’etichetta perché hanno interiorizzato il concetto, ma i dati dicono anche che negli ultimi vent’anni di previsione catastrofiche e allarmate direttive dell’Onu gli americani sono meno preoccupati del clima, dell’estinzione di specie a rischio, dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua, sono insomma più ottimisti sullo stato di salute del pianeta. La preoccupazione dominante, piuttosto, è la crescita economica, anche a discapito delle misure ambientali. E’ troppo presto per dichiarare l’ambientalismo una non-issue.

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