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La generazione che ha diffuso il culto dei dati s’inalbera quando diventa oggetto d’indagine

5 Marzo 2015 alle 06:18

Il modo sicuro per stendere una patina di autorevolezza sulle indagini generazionali di ogni schiatta è iniziare così: “Uno studio sui millennial dice che”. Uno studio sui millennial di Goldman Sachs dice che pensano più al prezzo che alla qualità. Uno studio di Nielsen dice che non rinuncerebero mai alla qualità. Uno studio del Wall Street Journal dice che non mangiano da McDonald’s. Uno studio di Deloitte dice che sono rigonfi di spirito imprenditoriale. La Harvard Business Review dice che i millennial sul lavoro cercano maestri e mentori più anziani ai quali aggrapparsi. Il Pew Research Center dice che pensano principalmente alla legalizzazione della marijuana. L’American University, controintuitivamente, spiega che i giovani preferiscono leggere i libri di carta; Defy Media, in modo più convenzionale, assicura che passano undici ore e rotte alla settimana su YouTube, quei perdigiorno digitali. Ci sono studi che sviscerano le abitudini commerciali dei millennial, altri studi che dimostrano che questa generazione non ha abitudini, autorevoli paper certificano alternativamente che i millennial sono istintivamente democratici, repubblicani, libertari, indipendenti, deludenti, che non vogliono sposarsi, vogliono sposarsi però più tardi dei loro genitori, vogliono vivere con i loro genitori, vorrebbero vivere soli e rimanere single a vita ma non possono permetterselo, e tutto ciò li porta a dare la precedenza al prezzo sulla qualità. E scordatevi il sogno piccolo borghese della villetta suburbana, orrida convenzione da baby boomers. Se la villetta però la pagano i genitori si prepara il barbecue, la sedia sdraio e il tabacco da masticare. I dati creano miti e smontano miti precedentemente creati da altri dati. Nel tentativo di risolvere definitivamente la disputa, uno studio dell’Ibm dice che tutti i luoghi comuni intorno ai millennial sono falsi, e in realtà andrebbero attribuiti alla generazione X. Non lo vedete che sono loro i narcisisti lamentosi intossicati dai social network e ossessionati dall’autenticità? Scusate, c’eravamo sbagliati.

 

Sicuramente esistono studi che dimostrano come studiare i caratteri di una generazione sia impossibile, forse anche inutile. Ma i contenuti di queste inchieste, evidentemente, non sono il punto della faccenda. Il punto è che per quanto sia contraddittorio affidarsi alla scienza scomponibile in fattori numerici per afferrare lo spirito della generazione, lo spirito della generazione persiste nel riferirsi all’ambito dei dati per spiegare se stessa. La fiducia nella potenza conoscitiva dei dati è l’unica costante nella pletora di studi che testimonia la totale assenza di costanti. Ormai è uno sport globale ridicolizzare il modo in cui i millennial vengono scrutati da orde di esploratori armati di algoritmi, come se fossero gorilla di montagna o panda nella delicatissima fase della riproduzione, ma in qualche modo sono i soggetti stessi dell’indagine ad aver legittimato il metodo in cui l’indagine viene condotta. Gli studi non colgono l’essenza di una generazione, si smentiscono, ma se mai si arriverà all’essenza della generazione sarà grazie ai dati. Steve Lohr, reporter tecnologico del New York Times, descrive tutto questo e molto di più nel libro “Dataism”, in uscita la prossima settimana in America. E’ il racconto di un metodo d’indagine trasformato in ideologia e culto, principio fondativo di ogni conoscenza eppure scandaglio limitato in profondità quando l’oggetto è troppo umano per essere compreso con un’unione di punti su un piano cartesiano: “I dati possono aiutare a trovare le risposte, ma non hanno tutte le risposte”, diceva Lohr qualche tempo fa a una conferenza sul “datismo”. I millennial sono adepti del culto datista, salvo poi diventare scettici quando a essere studiati sono loro. In qualche recesso di internet ci sarà uno studio che scioglie la contraddizione.

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