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Come fare bella figura senza necessariamente sapere quel che si dice

Le pubblicità di una volta

Sono state una delle prime forme di educazione sentimentale della generazione dei cinquanta-sessantenni di oggi. Impossibile non avere nulla da dire in merito

21 Dicembre 2018 alle 06:17

Le pubblicità di una volta

- Carmencita sei già mia, chiudi il gas e vieni via. Insuperato.

 

- Chiedersi con aria pensosa quando la réclame abbia cominciato a chiamarsi pubblicità.

 

- Ricordare quando da bambini si andava a letto dopo Carosello e la delusione provata certe sere in cui non era passata nessuna delle pubblicità preferite.

 

- Avere un vecchio zio che saluta ancora dicendo “Accirivicerci”, indifferente al fatto che ormai quasi nessuno ricordi più Tino Scotti, né tantomeno che prodotto reclamizzasse negli anni Sessanta.

 

-Quando si era bambini la pubblicità televisiva si trovava al 90% in Carosello. Avanzare dei paralleli inquietanti tra le preghiere prima di andare a letto e il paganissimo rito del Carosello con cui si concludevano le giornate. Trarne deduzioni sconfortanti.

 

- I cinefili possono utilmente ricordare Ninetto Davoli che attraversava la città in bicicletta massacrando a squarciagola i successi pop nostrani del momento. I più filologici possono spingersi fino alle ultime edizioni di quella pubblicità in cui il noto attore pasoliniano cantava “Fornation.” Pénible.

 

- I cultori del trash sono ancora molto legati al modo di bere il Vecchia Romagna Etichetta Nera, i cui cascami ideologici si ritrovano tuttora nei ristoranti aspirazionali, in cui leggiadre signore impugnano il baloon di Barolo a piene mani, come se fosse un bicchiere di brandy stagionatissimo.

 

- Il pianeta Papalla, dove si faceva festa sei giorni su sette, era la versione ad usum delphini dell’Isola di Utopia. Convenirne.

 

- Notare con piglio sociologico come i caroselli degli anni Sessanta fossero la forma precipua di narrazione popolare del Ventesimo secolo.

 

- La madeleine di molti adolescenti degli anni Settanta è stata la pubblicità di una crema abbronzante in cui si vedeva un cagnolino che cercava di smutandare una bimba, il tutto mentre l’aria olezzava degli effluvi della crema in oggetto ed era colma dei rumori della suola delle infradito che percuoteva ritmicamente i talloni dei bagnanti recantisi in spiaggia. Rabbrividire.

 

- Una volta avere cercato di riprodurre dal vero un famoso spot della Philco prendendo a martellate la lavatrice di casa per procalamare trionfalmente che la suddetta marca non era la sola a funzionare sempre. Avere subito una durissima rappresaglia da parte dei propri genitori.

 

- Interessante esperimento generazionale: provare a intonare “Bidibodibù ta-ta-ta-ta” e osservare quanti coetanei siano in grado di trattenersi dal completare con “Bidibodiyé ta-ta-ta-ta”.

 

- Alle elementari avere composto una poesia in cui si diceva: “Fiore del fingo, sarebbe del fango, ma è per far rima con Gringo.” La maestra la stigmatizzò con un bel quattro. Probabilmente a causa di ciò non si è diventati poeti.

 

- La musica della sigla di Carosello rimase immutata per l'intera durata del programma e si tratta di una versione strumentale di una tarantella napoletana risalente a circa il 1825 e raccolta dal musicista Vincenzo De Meglio (1825-1883). Dirlo appena possibile per attestare il proprio vasto bagaglio culturale.

 

- Super-SuperGnomo fa il bucato così bianco, ma così bianco, ma così bianco che la neve si vergogna e il giglio va a cagare. (Marcello Marchesi)

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