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I sogni

Tutti ne facciamo, ma alcuni non se ne rendono neanche conto. Ecco perché conviene avere una guida rapida per sapere che cosa dire quando si parla di sogni.

28 Ottobre 2011 alle 00:00

– Non sognare mai. Se qualcuno lo afferma obiettare immediatamente: “Tutti sognano. Solo che non te lo ricordi.”

– Test grammaticale. Fare un sondaggio tra i presenti sulla coniugazione alla prima persona plurale dell’indicativo del verbo sognare. Di seguito contare quanti ci mettano e la “i” e quanti no. Stroncare il dibattito con il supporto di un manuale affidabile.

– Sognare, sì, ma prevalentemente a occhi aperti attesta un’anima poetica.

– Ricordare che in giovane età millantare di saper interpretare i sogni esercitava un certo fascino sulle ragazze. Se lo si racconta con l’adeguata autoironia può riservare belle soddisfazioni anche oggi.

– Se qualcuno cita “L’interpretazione dei sogni” chiedere se si intenda quella di Freud o quella di Artemidoro posiziona come intellettuale rigoroso e preparato.

– Fare dei sogni sempre esclusivamente a colori.

– Non riuscire mai a riprendere i sogni piacevoli dal punto in cui si sono interrotti. Dolersene.

– Citare un esempio personale di sogno premonitore. Mai più di uno per non spaventare l’interlocutore.

– Trovare riduzionistica l’interpretazione freudiana del sogno come pattumiera dell’inconscio. Definizione che lascia intendere dimestichezza con la materia. Meno la si spiega, maggiore è l’effetto.

– Sogni ricorrenti da evitare perché usurati: cadere, volare, trovarsi nudi in luoghi pubblici, sostenere di nuovo l’esame di maturità.

– Citare “Sogni” di Kurowawa e trovarlo magnificamente immaginifico lascia supporre una frequentazione di lunga data dei cinema d’essai. Non è necessario citare nessuna scena in particolare.

– Se qualcuno parla di sogno lucido, accennare a un sorriso e dire di diffidare di una pratica semiesoterica che suona come un nuovo prodotto per pulire gli ottoni.

– Ricordare che secondo il “Forse non tutti sanno che” un uomo sogna circa sei anni in una vita, pari a due ore per notte.

– Parlare della fase REM senza dilungarsi in spiegazioni tecniche. Se qualcuno tuttavia lo fa, sostenere di averne avuta in precedenza anche una Stones e, in seguito, una Nirvana.

– I sogni son desideri/di felicità./Nel sonno non hai pensieri/Ti esprimi con sincerità. (Cenerentola di Walt Disney)

– Rievocare “California dreamin’ ” dei Mamas and Papas. Contestualmente citare la cover dei Dik-Dik “Sognando la California” e trovarne l’impasto vocale superiore all’originale.

– In un salotto molto intellettuale evitare di parlare della rêverie di Gaston Bachelard. Farlo in una trattoria assai rustica è, invece, molto chic a patto di riuscire a fugare il sospetto che si voglia tirarsela.

– Segnalare che il sogno è alla base del dreamtime, il mito cosmogonico degli aborigeni australiani citato da Chatwin ne “Le vie dei canti”. Contestualmente chiosare di aver sempre trovato Chatwin di un palloso mortale, anche se, però, veniva bene in fotografia.

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