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La pubblicità

Che la si odi o che la si ami, lei si insinua nelle nostre vite senza chiedere permesso. Gigantesco business o grandiosa manipolazione collettiva? Comunque la pensiate sulla pubblicità, qui trovate una collezione di frasi da rivendervi alla prima  occasione.

21 Gennaio 2011 alle 00:00

– E’ la cosa più interessante della tv.

– Ce n’è troppa: su Rete 4 un film dura circa tre ore.

– La pubblicità è fondamentale per ogni televisione, pubblica o a privata, altrimenti ci faremmo tutti la pipì addosso.

– Le star della televisione e del cinema negli ultimi anni nascono spesso a seguito di uno spot di successo. Farlo notare vi qualifica come sagaci osservatori del costume e dei media.

– Deprecare il modello femminile veicolato dalla pubblicità: modelle semianoressiche, mignotte, madri apprensive, casalinghe maniache dell’igiene e mogli raffreddate, col ciclo o con il mal di testa.

– Citare il libro “I persuasori occulti” di Vance Packard, ancorché piuttosto datato, attesta una solida preparazione culturale, nonché una probabile vicinanza alla sinistra intellettuale.

– I creativi pubblicitari nei film italiani hanno il volto di Raoul Bova, Stefano Accorsi o Fabio Volo, lavorano guardando il soffitto con espressione vacua e quando gli viene l’idea hanno un sussulto e dicono “Geniale!”.

– Dire che chi controlla la pubblicità controlla anche l’informazione suggerisce una visione disincantata della realtà.

– Stigmatizzare l’abuso da parte dei pubblicitari di termini inglesi, sintomo di provincialismo. Eventualmente polemizzare con la velleità di tradurre parole universalmente usate in inglese: ricordare il mussoliniano arlecchino al posto del cocktail.

– Alcune centinaia di pubblicitari di mezz’età precarizzati sono quel che è rimasto degli anni ’80, per rispondere alla domanda del noto cantautore Raf.

– Adorare "Mad men". Soprattutto rilevare quanto si fumasse e bevesse in quell’epoca ingenua e felice. Rimpiangerla.

– La pubblicità è il commercio dell’anima. (Marcello Marchesi)

– Fare a gara nel rievocare i caroselli della propria infanzia crea una complicità simile a quella che accomuna i reduci della grande guerra.

– Negli anni Sessanta si chiamava réclame, negli Ottanta advertising, oggi chiamarla solo pubblicità comunica un lieve senso di miseria e di recessione.

– Calimero è di gran lunga più famoso del prodotto che reclamizzava.

– Avere sempre trovato l’idea di chiamare la pubblicità consigli per gli acquisti un’irritante cazzata.

– Carosello veniva trasmesso tutti i giorni tranne il venerdì santo e il 2 novembre. Non meravigliarsi che in Italia la laicità dello stato non si sia mai pienamente affermata.

– Nei film americani se il protagonista usa un personal computer si tratta invariabilmente di un Mac. Concluderne che dal marketing non ci si salva.

– Essersi sempre chiesto chi abbia inventato le televendite e perché siano recitate così male.

– Trovare le vecchie pubblicità choc di Oliviero Toscani per Benetton più efficaci di un elzeviro. Vale anche aborrirle perché la pubblicità non è un elzeviro.

– A lungo insuperato, il nonsense “Chi Vespa mangia le mele” è stato eclissato dallo “strategismo sentimentale” dello spot per il libro “Labirinto femminile” di Alfonso Luigi Marra. Segnalare l’intensa interpretazione di Manuela Arcuri.

– Ammirare incondizionatamente chi ha creato i nomi delle sorprese degli ovetti Kinder. Apprezzare in particolare le Tartallegre, i Coccodritti e gli Squalibabà.

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