Sua Santita' Papa Benedetto XVI (foto LaPresse)

Il profeta Ratzinger

Matteo Matzuzzi

Era il 1969. E il giovane teologo alla radio bavarese lanciò una preveggenza sul destino della chiesa: sarà minoritaria e un po’ caotica… Esattamente quello che è diventata

“Il cristianesimo ha sempre la possibilità di un nuovo inizio. Esso è contemporaneamente granello di senape e albero, venerdì santo e Pasqua. Il venerdì santo non è mai semplicemente dietro di noi, è sempre presente, e la chiesa non è mai un albero già cresciuto, altrimenti si seccherebbe e morirebbe, ma essa si trova sempre nella condizione di granello” (J. Ratzinger, “Il sale della terra”)


 

"Dalla crisi odierna emergerà una chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare molti degli edifici che essa aveva costruito in tempi di prosperità. Man mano che il numero dei suoi fedeli diminuirà, perderà anche molti dei suoi privilegi sociali. Rispetto all’epoca precedente, sarà considerata molto di più come una società volontaristica, cui s’accederà solo in base a una decisione libera”. Così parlò Joseph Ratzinger nel 1969. Cinque discorsi radiofonici pronunciati dall’allora professore di Teologia poco più che quarantenne, l’ultimo dei quali (questo appena citato) letto il giorno di Natale e trasmesso sulle frequenze della Hessian Rundfunk. Pochi anni fa, Benedetto XVI regnante, erano stati ripubblicati dalla Ignatius Press con il titolo “Faith and the Future”.

 

 

Cinque lezioni radiofoniche trasmesse nel 1969, con una premessa: “Il teologo non è un indovino né un futurologo”

Premessa d’obbligo: nessuna velleità mistica, oracolare o, peggio, astrologica: “Il teologo non è un indovino né un futurologo che fa calcoli sul futuro basati su fattori misurabili del presente. La sua professione non ha tanto a che fare con il calcolo. Solo in minima parte, dunque, potrebbe interessare la futurologia, che di per sé non è divinazione”, spiegava Ratzinger. Il contesto per comprendere la profezia è determinante: la contestazione studentesca era appena deflagrata in Europa, la chiesa era nel pieno del dibattito – spesso acceso e poco fraterno – sull’interpretazione del Concilio Vaticano II, chiuso da appena quattro anni. Qualche mese prima, Paolo VI aveva promulgato la sua ultima enciclica, quell’Humanae vitae che fu accolta dal mondo (e da una buona parte del clero) come un inaspettato anacronismo che andava a sbattere contro i cardini fondamentali dello Zeitgeist, lo spirito del tempo che reclamava solo modernità e svecchiamento. Ratzinger aveva lasciato l’Università di Tubinga e s’era trasferito a Ratisbona dopo i dissidi teologici con Hans Küng, Edward Schillebeeckx e Karl Rahner. “Lasciatemi essere prudente nelle mie previsioni”, diceva, citando sant’Agostino, secondo cui “l’uomo è un grande abisso e ciò che emergerà da queste profondità nessuno può vederlo in anticipo”. La convinzione fondamentale del futuro Benedetto XVI era che la chiesa si trovasse in una situazione analoga a quella successiva all’Illuminismo e alla Rivoluzione francese. Un punto di rottura e di svolta per il genere umano, al cui confronto perfino “il passaggio dal Medioevo ai tempi moderni sembra quasi insignificante”. Una rottura che investiva in pieno la chiesa, minacciata da una forza potente e determinata a estinguerla per sempre.

 



Celebrazione eucaristica presieduta dal Santo Padre Benedetto XVI in occasione della solenne Ostensione della Sacra Sindone (foto LaPresse)


 

I paragoni storici, si sa, sono sempre ardui da imbastire e poi giustificare. Le condizioni sono diverse, usi e costumi hanno poco da spartire gli uni con gli altri. Eppure, Ratzinger vedeva diverse analogie tra le due fasi temporali, come quella che contemplava la tentazione di ridurre la chiesa a presenza meramente politica e il sacerdote a nulla più che un assistente sociale. “Senza dubbio, la chiesa scoprirà nuove forme di ministero e ordinerà al sacerdozio cristiani che perseguono già una qualche professione. In molte piccole congregazioni o in qualche gruppo sociale, l’assistenza pastorale sarà di norma garantita in questo modo. Accanto a questo, però, il ministero a tempo pieno dei sacerdoti continuerà a essere indispensabile come prima”. Non c’è pessimismo nelle parole di Joseph Ratzinger, che traccia i contorni di una chiesa del futuro (quella di oggi) chiamata a “ripartire dai piccoli gruppi, da movimenti laicali e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica”.

“Ci vorrà tempo, la strada sarà lunga e faticosa. Ma da questa prova emergerà una chiesa più spiritualizzata e semplificata”

Insomma, nonostante questi cambiamenti di rottura, “la chiesa troverà di nuovo con piena convinzione ciò che è la sua essenza, ciò che è sempre stato il suo centro: la fede nel Dio trino, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, nella presenza dello Spirito fino alla fine del mondo”. Sarà una chiesa, aggiungeva, “più spirituale, che non rivendicherà un mandato politico, flirtando ora con la sinistra, ora con la destra”. Sarà dura, “la chiesa lo farà con fatica, il processo di cristalizzazione e chiarificazione la renderà povera, la farà diventare una chiesa dei piccoli. Il processo sarà molto difficile”, anche per una sorta di “chiusura mentale settaria” che rende tutto più complesso. Ci vorrà del tempo, avvertiva nel 1969. Una strada lunga e faticosa, come del resto lo era quella del “falso progressismo della Rivoluzione francese, quando un vescovo avrebbe potuto ritenersi intelligente prendendo in giro i dogmi e perfino insinuando che l’esistenza di Dio non era poi cosa così certa”.

Poi, però, la buriana è passata, e così sarà stavolta: “Da questa prova e dalle divisioni emergerà una chiesa più spiritualizzata e semplificata. Gli uomini che vivono in modo totalmente pianificato si troveranno immersi in una solitudine indicibile”. Se, poi, “hanno completamente perso di vista di Dio, sentiranno tutto l’orrore della loro povertà” e “scopriranno il piccolo gregge dei credenti come qualcosa di completamente nuovo; lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto”.  Sarebbe fuorviante, però, ritenere che la profezia ratzingeriana fosse la mera conseguenza degli sconvolgimenti degli anni in cui il “giovane” teologo bavarese pronunciò le sue lezioni radiofoniche. Per averne conferma è buona cosa prendere in mano “Il sale della terra” (San Paolo), il libro intervista che l’allora prefetto della congregazione per la Dottrina della fede scrisse nel 1997 con Peter Seewald. C’è una risposta che di fatto è identica a quanto detto quasi trent’anni prima, nonostante i grandi mutamenti storici, sociali ed ecclesiali che nel frattempo s’erano concretizzati. Riferendosi proprio a quegli interventi via radio e a una successiva conferenza del 1970, Joseph Ratzinger diceva: “Allora avevo previsto, se così si può dire, che la chiesa si sarebbe ridotta di dimensioni, che un giorno sarebbe diventata una chiesa di minoranza e che non avrebbe più potuto esistere nei grandi spazi e nelle organizzazioni che aveva in passato, ma avrebbe dovuto trovare una sistemazione più modesta. A tal proposito – aggiungeva – avevo anche pensato che, accanto ai sacerdoti ordinati in giovane età, si sarebbero potuti scegliere anche degli uomini dotati di grande esperienza, provenienti dal mondo del lavoro, o che, comunque, si sarebbero potute istituire forme diverse di ministero”. E trent’anni dopo, “penso ancora che la chiesa si debba lentamente adattare a una situazione minoritaria, a una posizione diversa nella società. Come anche che vi è una  crescita di ministeri non sacramentali”.

 



Papa Benedetto XVI Ratzinger in visita a Brescia (foto LaPresse)


 

I problemi della chiesa sono più profondi delle liti sull’Amoris laetitia. E la crisi non inizia di certo con Papa Francesco

Il doppio intervento di Ratzinger, a così tanto tempo di distanza l’uno dall’altro, aiuta a comprendere come il cambiamento nelle strutture e nella vita della chiesa sia ben più profondo di ogni legame con dibattiti e confronti dell’attualità più stretta. Leggendo Ratzinger anno 1969, insomma, si capisce che il cuore del problema non è Amoris laetitia, i suoi punti oscuri o poco chiari. Né l’accapigliarsi pubblico di vescovi e cardinali su questo o quel punto di dottrina e morale, così come l’origine della crisi non è nelle scelte pastorali di Francesco, il Papa preso alla fine del mondo. E non lo è neppure del Vaticano II. Joseph Ratzinger, vent’anni fa non escludeva addirittura che la sua Germania sarebbe stata popolata, in un futuro non remoto, da “kibbutz cristiani”. “Perché no?”, rispondeva a Seewald:  “Lo si vedrà. Sarebbe sbagliato, anzi presuntuoso, progettare adesso un modello più o meno definito della chiesa di domani, che sarà più chiaramente di oggi la chiesa di una minoranza. Penso però che continueranno a seguirla, in misura maggiore o minore, molti uomini che vivono con essa, per così dire, dall’esterno, e comunque, in qualche modo, anche al suo interno”. Minoranza che però, nel discorso ratzingeriano, non significa affatto sottomissione o compromissione. Tutt’altro: “Direi che normalmente sono le minoranze creative che determinano il futuro, e in questo senso la chiesa cattolica deve comprendersi come minoranza creativa che ha un’eredità di valori che non sono cose del passato, ma sono una realtà molto viva ed attuale”, diceva rispondeno a una domanda che gli era stata posta durante il viaggio apostolico a Praga, nel 2009. “La chiesa – aggiungeva – deve attualizzare, essere presente nel dibattito pubblico, nella nostra lotta per un concetto vero di libertà e di pace”.

Vedremo kibbutz cristiani in futuro? “Perché no, sarebbe presuntuoso progettare un modello della chiesa di domani”

C’è un’analogia tra il Pontefice emerito e Francesco che concerne l’esigenza di alimentare la fiammella della fede cristiana partendo proprio dalla condizione minoritaria (ma non elitaria). Come un grande fuoco che scalda partendo da braci semicoperte. “Proprio un’epoca di cristianesimo quantitavamente ridotto – diceva Ratzinger nel 1997 – può suscitare una nuova vitalità di un cristianesimo più consapevole. Di fronte a noi c’è un nuovo tipo di epoca cristiana. Non oso profetizzare se questo avverrà lentamente o rapidamente. Ma ciò che voglio sottolineare è che nel cristianesimo c’è sempre un nuovo inizio, è quel che accade ora e che avverrà anche in futuro, sempre. E questi inizi susciteranno nuove e vigorose forme di vita cristiana”.

Tornando alla profezia del 1969, l’allora semplice teologo bavarese realisticamente diceva: “A me sembra certo che si stanno preparando per la chiesa tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena incominciata. Faremo i conti con grandi sconvolgimenti”. Definirli e circoscriverli risulta un compito arduo, troppi lustri sono trascorsi e troppe vicende hanno fatto la loro comparsa sui libri di storia. Ma nelle parole di Ratzinger di certo non vi era alcuna nota apocalittica o segnata da un oscuro pessimismo, perché in ultima istanza c’era spazio per una sola indubitabile certezza: “Io sono certo di ciò che rimarrà alla fine, non la chiesa del culto politico, ma la chiesa della fede. Una chiesa che non sarà più la forza sociale dominante nella misura in cui lo era fino a pochi anni fa, ma una chiesa che conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte”.

  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.