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Papille

Se le Papille fossero una creazione ex novo sarebbero una consolazione, ma il ricordo del vecchio Acero è ingombrante

12 Marzo 2009 alle 19:20

La sera di mercoledì 30 luglio, teoricamente alta stagione, il centro di Rimini è una landa desolata: il ristorante Europa è chiuso per ferie, la cioccolateria Rinaldini alla Pescheria è chiusa per ferie, i caffè di piazza Tre Martiri sbaraccano presto (ma non era questo il divertimentificio che non dorme mai?) e le Papille sono semivuote. Mette sempre i brividi camminare sullo stretto marciapiede del ciclopico ponte di Tiberio (duemila anni di età e ancora sostiene il traffico veicolare) per arrivare a Borgo San Giuliano, periferia storica (intra moenia) ben più integra del centro storico alla destra del Marecchia. Ma le Papille, dicevamo, sono semivuote. C’è della nostalgia in questa recensione. Quando si chiamava Acero Rosso ed era (giudizio stranamente concorde di ogni guida e di ogni gourmet) il miglior ristorante della riviera, fu uno dei nostri primi entusiasmanti contatti con l’alta cucina. Alta la cucina e alta la sala: fissate nella memoria le tradizionali tovaglie romagnole, stampate a ruggine, e il distillato di albicocca Rochelt di cui allora ignoravamo l’esistenza. Siccome di ristorazione sopraffina in questi tempi volgari non si campa, uno dei due soci (il cuoco Fabio Rossi) è andato a lavorare prima in albergo e poi a San Patrignano, l’altro (l’uomo di sala Marco Tosi) è rimasto in loco però abbassando parecchio il tiro. Oggi il locale si definisce “bottega con cucina”, insomma un’osteria-enoteca con possibilità di asporto. Se le Papille fossero una creazione ex novo sarebbero una consolazione, purtroppo il ricordo del vecchio Acero è ingombrante e immalinconisce. Lo stesso titolare conserva la precedente insegna, nel cortiletto dove si mangia, come se nemmeno lui riuscisse a staccarsi dal proprio passato. I salumi (prosciutto salame coppa e il salato lonzino) sono di mora romagnola, serviti con piadina romagnola. Romagnoli i formaggi compreso il sacrosanto squacquerone. Romagnoli i primi, fra cui gli strozzapreti (memento della Romagna anticlericale) con canocchie e pomodorini. Le canocchie sono tagliate a segmenti ma non sbucciate: Davide Oldani inorridirebbe, secondo lui e anche secondo noi il lavoro di pulitura lo deve fare il cuoco in cucina e non il cliente a tavola. Piatto faticoso però buono. Romagnola, perfino dialettale, la “piadina del birro”. “Birro che cosa significa?” “Significa sborone.” Direttamente dall’epoca dei vitelloni e dei tipi da spiaggia ecco arrivare una piada farcitissima di rosbif, pomodori, insalata, maionese. Caspita. La lista dei vini è molto lunga però manca un vero rosato. L’ideale con questi cibi e con questo caldo sarebbe un limitrofo rosato marchigiano, non essendoci ordiniamo il Lambrusco Ancestrale di Bellei, quasi rosa come ogni Sorbara che si rispetti. (recensione del 15 ottobre 2008)

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