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Trama Tannica

Una vineria con cucina che è un’oasi di civiltà non solo gastronomica. Piatti tipici e superlativi, il cacio e pepe sa di cacio.

13 Febbraio 2009 alle 11:00

Albano non è più quella dei tempi di Massimo d’Azeglio! Ricrediti: la macchina ha sporcato tutto, anche Albano” (4.7.1969). “Qui viviamo in mezzo a gente monotonamente incivile. Pensa che il mio berretto basco è sufficiente a suscitare stupori, scherni, risate!” (28.1.1971). “Siamo stanchi di questo posto incivile…” (27.12.1971). “Siamo stufi di Albano, della sua volgarità, dei suoi rumori” (8.4.1972). Le vecchie lettere di Guido Ceronetti racchiuse in “Due cuori una vigna” (Il notes magico) non rendono una gran giustizia ad Albano Laziale. Forse, perché si ricreda, bisognerebbe portare l’apocalittico maestro a Trama Tannica, “vineria con cucina” che è un’oasi di civiltà non solo enogastronomica. La prima cosa che ci ha colpito è il pavimento a scacchi bianchi e neri, da osteria optical. Venendo a sapere che è un’idea della bella coppia di proprietari, e non di un architetto prezzolato, abbiamo escluso che ai pochi tavolini si potesse mangiare qualcosa di ovvio e impreciso. Un azzardo, chiaro, ma da qualche indizio bisogna partire. E ci abbiamo preso, come ci prendiamo, non sempre ma spesso, soppesando gli uomini dalle scarpe (le donne no, le donne si cominciano a capire dalla borsa). La non ovvietà di Trama Tannica risiede nella cucina etnica che vi si propone. L’etnia di riferimento è quella italiana, poco conosciuta siccome un giorno è entrata una signora per chiedere lumi sul tipo di cucina, “Cucina laziale” le venne risposto, e lei: “Ah, una cucina particolare…”. E quindi un cacio e pepe che sa di cacio, la gricia rinfrescata dai carciofi, l’amatriciana, la burina, la carbonara, tutti primi perfettamente eseguiti, perfettamente e inspiegabilmente: come si può spadellare così bene in una cucina così piccola? Dateci un’occhiata, sarà tre metri per due o forse due per uno. Talento innato? Grande tecnica? Qualunque cosa sia ce ne sarebbe bisogno nella vicina Roma, la Grande Sciattona, dove della cucina indigena si fa strame. Non abbiamo ancora citato i piatti superlativi ovvero una pasta e broccoli con arzilla dove si sente davvero il pesce, con quello che costa, e le animelle che a mangiarle sembra di compiere un sacrilegio. A Ceronetti non piacerebbe la musica, sintetica anni Ottanta, ma il vino probabilmente sì perché sugli scaffali abbondano i freschi rossi del suo Piemonte (le lettere di “Due cuori una vigna” sono dirette al barberista Arturo Bersano). Noi beviamo il Nebbiolo di Sottimano, nulla da dire, Nebbiolo vero, però una scelta maggiore di etichette laziali non guasterebbe, e non sarebbe gran sforzo siccome son poche quelle che meritano. Albano non è più quella dei tempi di Massimo d’Azeglio, certo, ma non è nemmeno quella dei tempi di Guido Ceronetti: le macchine non sono state ancora debellate però adesso c’è Trama Tannica. (recensione del 21 gennaio 2009)

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