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Trattoria del Biscegliese

La sala sembra il set di un film d’epoca, neanche un particolare fuori posto. Ma la carne di cavallo invita al vegetarianesimo

19 Settembre 2008 alle 11:00

Riso, patate e cozze. Questo antico piatto pugliese è come l’araba fenice, che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. Stavolta forse ce l’abbiamo fatta. Nella lista appesa alla vetrina della Trattoria del Biscegliese, sotto la galleria di via Aldo Moro che ha conosciuto giorni migliori, il riso patate e cozze c’è. Bene. In lista ci sono altre cose curiose, strane, nazionali e locali, novecentesche o meglio centronovecentesche, ad esempio il Bel Paese. Mai visto il Bel Paese in un ristorante e nemmeno in una trattoria. Lo comprava la nonna di Parma (la nonna di Potenza solo pecorini, trecce e cacicavalli). Appena entrati ci diamo dei pizzicotti: sogniamo o siam desti? L’unica sala sembra il set di un film d’epoca, neanche un particolare fuori posto, lavoro degno di un grande scenografo. Va in scena la trattoria moderna anni Cinquanta-Sessanta, modernariato futurista, neon, specchietti romboidali e altre psichedelie. Il riso patate e cozze? Non c’è. Come come? Di solito c’è ma oggi non c’è. Ci è andata male anche stavolta e contemplando sconsolati la saliera-pepiera con sale e pepe in plein air ascoltiamo la lista di quello che c’è davvero, non esistendo ovviamente carta, né del cibo né del vino. Quest’ultimo quasi non esiste nemmeno fuori carta, limitandosi a un rosso locale servito sfuso: non c’è altro e non fateci dire altro. Dal Biscegliese non si viene per bere, la maggioranza degli avventori va ad acqua e vuol dire che oltre allo scenografo anche lo sceneggiatore è assai scrupoloso: a Trani negli anni Cinquanta-Sessanta il vino era per i braccianti e i pezzenti, non per chi poteva permettersi di pranzare in trattoria. Gli antipasti arrivano in piatti minuscoli, da tazza di caffelatte, come pare si usasse allora. Il contenuto è più fresco delle stoviglie: alici marinate, cozze gratinate, lampascioni fritti (che qui italianizzano comicamente in “lamponi” perché nei Cinquanta-Sessanta ci si vergognava del dialetto). Primi: favetta ossia fava e cicoria e orecchiette con le rape, tutto molto casalingo quindi umidiccio. Al cliente del tavolo a fianco arrivano senza che li avesse richiesti (sarà un abbonato) i bucatini al forno. Se il signore che porta i piatti (chiamarlo cameriere sarebbe eccessivo) ci avesse avvisato della loro presenza ci avremmo fatto un pensierino. La carne di cavallo invita al vegetarianesimo e non è facile venirne a capo col coltello fornito per la bisogna: manico di plastica e lama che sembra anch’essa di plastica (plastica molle). Molto difficile spendere più di venti euri. Poi però corriamo al bar Centrale, in via Cavour, dove lavora l’unico cameriere tranese degno di questo nome, che ci porta un bicchiere di rosso versato da una bottiglia munita di etichetta e stappata davanti a noi, come si usa nel 2008. (recensione del 21 marzo 2008)

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