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Locanda delle Grazie

Un ottimo cuoco di campagna, niente virtuosismi, i tortelli alla zucca sono perfetti (merito anche della zucca “cappello da prete”)

15 Agosto 2008 alle 11:00

Luca Francesconi disegna croci e corone di spine ma nessuna delle sue opere è presente nella trattoria di sua madre, la Locanda delle Grazie. L’arte di Francesconi è cristica mentre il genius loci è mariano (il frequentato santuario della Beata Vergine è a pochi metri). Quindi alla parete c’è una grande pittura che riproduce il lago Superiore (allargantesi proprio dietro la chiesa), di un bel verde riposante perché oltre al lago, paradiso per folaghe, anatre e gallinelle d’acqua, raffigura le sponde prative e i pioppi. Naturalisticamente parlando tutto ciò si chiama Riserva delle Valli del Mincio, una delle più importanti zone umide padane. Veniamo al dunque. In sala la presenza femminile si tradisce in ogni dettaglio, tovaglie cuscini piatti, tutto floreale, così come l’insegna svolazzante sulla porta. In cucina invece lavora un uomo, elemento di equilibrio. Cominciamo con l’ordinare il vino che naturalmente è lambrusco mantovano, in due molto diverse versioni, sinistra Po (azienda Spezia) e destra (Cantina di Quistello). Con la morte nel cuore saltiamo i salumi e l’adorata giardiniera per dedicarci ai primi e facciamo bene a trattenerci perché alle Grazie ogni portata oltre che ottima è abbondante. I tortelli di zucca sono un montarozzo, porzioni così abbondanti di tortelli così buoni le ricordiamo solo alla gloriosa trattoria dei Garibaldini, Mantova centro, molte gestioni fa. Fernando Aldighieri è un ottimo cuoco di campagna, niente virtuosismi, e i suoi tortelli asciutti e corposi si collocano esattamente al centro dello schieramento tortellistico, né troppo dolci né sciapi, né impalpabili né pesanti. Merito anche della zucca che sa di castagna, forse appartenente all’ormai rara varietà “cappello da prete”. Uno può essere anche il miglior cuoco del mondo ma se la zucca non sa di nulla, come spesso malauguratamente accade, i tortelli perdono ogni ragione d’essere. E’ difficile scrivere un pezzo variato su di un pranzo in cui tutto è uniformemente, indiscutibilmente buono: gli agnoli in brodo, il lavarello, il luccio in sala, il baccalà alla mantovana (scuro di pomodoro), la sbrisolona, lo zabaione… Si mangia bene anche prima della prima portata e quindi a cominciare dal pane, grissini compresi, fatto in casa ogni santo giorno. (Non ci si venga a dire che nel tal posto si mangia bene, se il pane non lo fanno loro.) Si finisce col nocino, casalingo pure questo, che se non lo portano via in fretta ci scoliamo la bottiglia. Alla Locanda delle Grazie si possono criticare soltanto i clienti, quelli sì, e in particolare le tavolate che si abbuffano di orate e branzini. Prima abbiamo citato il genio del luogo, adesso dovremmo evocare la figura dello scemo del non-luogo. Per fortuna il nocino ci ha reso quasi tolleranti. (Recensione del 16 aprile 2008)

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