Francia, Emmanuel Macron in campagna elettorale (foto LaPresse)

Perché la “vittima predestinata” di Macron sarà l'Italia

Mario Sechi

All’Eliseo c’è un presidente che fa l’interesse nazionale. E il nostro Paese ne farà le spese. L'esempio dell'accordo tra STX e Fincantieri

San Giustino, filosofo

Francia, Germania, Italia. La politica italiana oscilla fra la Germania e la Francia. Non potendo indicare se stessa come un modello, ne prende in prestito qualcuno da oltre confine, senza che tutto questo diventi un fatto reale: è solo uno sfruttamento d’immagine altrui che serve per distrarre gli elettori, dare in pasto agli ingenui qualcosa in cui credere. La Germania non può essere evocata usando il nome di Angela Merkel, perché la cancelliera è sinonimo di serietà e rigore, cose che fanno venire un brivido a molti italiani impegnati nel traffico dell’inefficienza (il titolare di List stamattina è ottimista); la Francia è diventata più spendibile con la figura di Emmanuel Macron, il nuovo presidente che ha dato un bacio a Brigitte, è salito sul cavallo bianco e lancia in resta ha abbattuto i partitanti del Novecento. Ma la Germania serve! Obiettano quelli che la sanno lunga. Certo, e infatti si è usato il packaging del “sistema elettorale tedesco” – sinonimo di affidabilità e serietà – per nascondere il solito pacco all’italiana che custodisce una legge elettorale che di tedesco non ha niente, basta leggere bene l’emendamento Fiano e guardare il facsimile della scheda.

 

Macron, anzi no. Resta in campo la validità del modello Macron? Sì, ma le President non lavora per noi, è naturalmente e inesorabilmente contro noi. I lettori di List conoscono il tema: Macron ha messo in piedi un’eccezionale start-up politica, ha abbattuto l’ancien regime dei rimanenti -ismi, il suo ambiente naturale è incastonato in uno scenario post-ideologico, non è destra e non è sinistra, ma è qualcosa che ha incorporato l’antico dna del gollismo, è più che En Marche! sembra… France First. Siamo di fronte a Emmanuel Trump? Di sicuro all’Eliseo c’è uno che fa l’interesse nazionale. E la vittima pre-destinata di questa politica sarà l’Italia. Ieri il presidente francese dai cantieri navali di Saint-Nazaire ha annunciato che l’accordo tra i francesi di STX e gli italiani di Fincantieri è carta straccia: “dobbiamo rivedere gli equilibri dell’azionariato” ha detto Macron. Viene in mente la canzone di Charles Trenet, Boum! L’intesa tra STX e Fincantieri era stata annunciata a Parigi il 6 aprile scorso, ma il presidente era un rottamato dalla storia, Hollande. Macron è nazionalista? Sì. E populista? Anche (è in arrivo un mini-saggio del titolare sulla rivista Aspenia). Macron pensa al primo turno delle elezioni legislative dell’11 giugno? Altro che. La differenza abissale con l’Italia è che tutto questo Macron lo fa senza mascheramenti, fa parte della sua politica e del suo mandato di rupture del vecchio sistema francese. Non si casca nella commedia degli equivoci del Belpaese.

 

Cinque per cento. E quindi si torna alla realtà, al tran tran di questo passaggio (semi)finale di stagione. Le cose scritte nelle Considerazioni Finali del governatore di Bankitalia sono già archiviate: nessuno dei punti richiamati verrà affrontato nella campagna elettorale e per il domani si vedrà. Resta sul campo la titanica lotta del 5 per cento tra Angelino e Matteo. Renzi ha ragione a dire a Alfano: “Hai fatto il ministro di tutto e non prendi il 5 per cento”. Alfano ha ragione a dire a Renzi: “Tu fai cadere i governi” (con quello di Gentiloni arriviamo a tre nel giro di meno di quattro anni). Nessuno dei due però ha ragione di fronte agli italiani di buona volontà (esistono) che si attendono una legge di stabilità senza il buco intorno (che invece ci sarà).

 

Silvio c’è. C’è un dato di fatto che sta emergendo, è la parte nascosta di un iceberg: Berlusconi ha riacquistato centralità in un sistema politico dove la sinistra è esplosa ma non lo sa ancora. Non è una questione di numeri (tra i collaboratori di Berlusconi si parla di un obiettivo 20 per cento che allo stato attuale appare chimerico, ma con il Cavaliere è bene mettere nel conto anche questo), ma di stato d’urgenza e necessità: Berlusconi svolge il ruolo della diga che ferma la scalata del grillismo. Il suo metodico silenzio, lo stop and go di apparizioni e sparizioni, fanno parte di una calibrata strategia di accerchiamento di tutte le posizioni piazzate sul tavolo del Risiko. Berlusconi è necessario al Pd renziano, ma il Pd non è per forza essenziale per Berlusconi (che compulsa le possibilità numeriche – esistono - di un centrodestra al governo). Berlusconi ha una strategia dei due forni (a sinistra e a destra), il Pd no, perché il renzismo si è trasformato in un soggetto esclusivo che può allearsi con un diverso (Berlusconi) ma non con l’ennemi a gauche (D’Alema e Bersani) e l’anti-tutto (Grillo). In questo scenario, Renzi ha un’opzione binaria: può vincere o può perdere. Berlusconi è win win, vince sempre.

 

Grillones. Resta una variabile che può scombinare tutto: il risultato del partito di Grillo e una coalizione di governo decapottabile con la Lega. Qualcuno dice che le imminenti elezioni amministrative per il Movimento 5Stelle saranno una doccia fredda (avviso: siamo nel campo della rabdomanzia politica), ma Beppe ha un argomento retorico che in campagna elettorale ha una sua indubbia forza: fermiamo l’inciucio tra Renzi e Berlusconi. Basterà? Non si sa, ma se Grillo vince, si apre un altro giro di giostra. Domanda: i pentastellati possono governare con qualcuno? In teoria no, in pratica c’è sovrapposizione tra gli elettori della Lega e i grillini. Salvini ha perso il treno europeo del sovranismo (sconfitta di Le Pen in Francia) ma ha disponibile ancora uno slot nell’anti-tutto all’italiana.

Nonostante gli sforzi di fantasia, si fa fatica a definire tutto questo come uno scenario figlio di un modello tedesco.

 

Parigi, o cara. Donald Trump comunicherà oggi la sua decisione sull’accordo di Parigi sul cambiamento climatico. Il Tweeter in chief ha fissato l’appuntamento:

   

 

Che farà? Darà retta alla Corporate America che giudica più saggio stare dentro l’accordo di Parigi – per ragioni evidenti di business globale – o farà la scelta che aveva promesso al suo elettorato durante le presidenziali? Vincerà Rex Tillerson (restare) o Steve Bannon (andare)? La discussione nella West Wing della Casa Bianca è accesa, non c’è una linea monolitica, Trump potrebbe perfino optare per restare o spedire tutto in parlamento per un voto di ratifica dell’accordo da parte del Senato. Un po’ di pazienza e avremo la risposta.

 

Voto (e tv) nel Regno Unito. La politica è tutta televisione? Theresa May è finita sotto attacco perché ha rifiutato un match diretto in tv con i suoi avversari. Arrogante, dicono. Di certo la questione sta avendo un peso sui sondaggi, sarebbero solo tre i punti di vantaggio dei Tories sul Labour neosocialista di Jeremy Corbyn. Si vota l’8 giugno e ci si chiede se davvero gli inglesi daranno peso alla tv virtuale o al mondo reale dove sono attesi dalla Brexit.

 

Uber e i bilanci in rosso. È un fenomeno? Certo che lo è. È un modello di business efficiente? No, non lo è. Stiamo parlando di Uber che ha totalizzato 708 milioni di dollari di perdite nel primo trimestre. Questo risultato arriva nonostante i ricavi siano stellari: 3.4 miliardi di dollari, un balzo del 18 per cento. Che cosa significa tutto questo? Che l’azienda ha bisogno di un management capace di far quadrare i conti e i timori sulle competenze del vertice di Uber sono reali.

 


 

1° giugno. Nel 1815 Napoleone Bonaparte giura fedeltà alla Costituzione francese.