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Quello che non viene detto sulla guerra Vivendi-Mediaset

Mario Sechi

Senza un cambio rapido del modello di distribuzione (e creazione) la televisione è destinata a soccombere, entrare nel cono d’ombra dell’irrilevanza

San Valeriano

 

La guerra Vivendi-Mediaset. Dall’inizio della crisi del 2008 a oggi centinaia di aziende italiane sono passate in mani straniere. Il Frecciarossa, il treno su cui viaggiano ogni giorno centinaia di migliaia di italiani, un gioiello della nostra ingegneria meccanica, è giapponese. La birra Peroni, un simbolo dell’immaginario italiano, è controllata dalla Asahi, ancora Giappone. La Pirelli, un marchio globale, è stata acquistata dai cinesi. Andiamo avanti? Non c’è bisogno. Il problema – ammesso che sia un problema – del caso Vivendi-Mediaset non è se il gruppo di Cologno batte bandiera francese o italiana, ma se il progetto di integrazione tra connessioni (Telecom) e contenuti (Mediaset) portato avanti da Vincent Bolloré fa bene al nostro paese o no. Dire che c’è una “scalata ostile” in Borsa è lapalissiano, è frutto di una rottura consumata tempo fa tra i due gruppi, la famiglia Berlusconi su questo punto ricorre in tribunale e difende legittimamente il suo ruolo imprenditoriale, Bolloré compra azioni in Borsa e prova a scalare l’azienda fino a costituire una minoranza di blocco. E’ il mercato, con tutte le sue alchimie, storture e spericolate manovre. Ma la posta in gioco non è solo il finale di una storia che si consuma tra famiglie e raider della finanza, perché lo scenario televisivo italiano è arena del dibattito pubblico e officina dell’immaginario del paese. Sullo sfondo di questa guerra finanziaria c’è la Rai, il servizio pubblico, il cui ruolo è ancora tutto da disegnare per intercettare questa contemporaneità che corre sui binario dell’innovazione tecnologica e del cambiamento degli stili di consumo. E’ il mondo del pay to play, una cosa profondamente diversa rispetto alla trasmissione continua di messaggi ricevuti in modo passivo dal telespettatore.

Il tradizionale lavoro dei broadcaster è finito da tempo, l’arrivo dei top player della rete sta cambiando piattaforme, contenuti, modello di business. Il pubblico giovane è lontano anni luce dalla tv, mentre considera YouTube il luogo ideale per l’entertainment (guardate la classifica dei ricavi delle star di questo mondo), la chiave per sviluppare nuovi prodotti è first mobile, la lezione di Marshall McLuhan per cui il mezzo è il messaggio si è tradotta nel boom delle connessioni da smartphone, il mercato pubblicitario online in Italia vale 2.3 miliardi, ma il 68 per cento degli investimenti si concentra su Google e Facebook. Questo significa che c’è un pericoloso oligopolio e per spezzarlo bisogna unire le forze e innovare. Quando Roberto D’Agostino definisce “telemorente” il pubblico televisivo tradizionale, coglie con il suo genio pop l’essenza del problema: senza un cambio rapido del modello di distribuzione (e creazione) la televisione è destinata a soccombere, entrare nel cono d’ombra dell’irrilevanza. Le elezioni nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Italia hanno dimostrato ampiamente che Brexit, Trump e No al referendum hanno saltato il messaggio dei maintream media per materializzarsi prima sulla rete e dopo nell’urna. Facebook è il più potente – e distorsivo – strumento di informazione globale. Chi può contrastarne il dominio e il controllo? Solo gli editori tradizionali – compresi quelli della carta stampata – ma a patto che si dotino dell’arsenale necessario per combattere sul terreno della distribuzione. Non basta avere i contenuti, bisogna raggiungere quel nuovo pubblico che considera la tv a una dimensione un oggetto vintage, archeologia.

La rete televisiva americana Cbs due anni fa ha lanciato la sua offerta completa online, chiamata All Access, oggi ha 1.2 milioni di abbonati e un’offerta strabiliante di contenuti. La concorrenza nel settore è fortissima, ecco un grafico pubblicato oggi dal Wall Street Journal:

Cbs proietta la crescita di abbonati online a 4 milioni nel 2020, cioè tra soli quattro anni. Guardare il caso americano aiuta a capire il futuro in corso da noi. La partita tra Vivendi e Mediaset è questa. La dimensione pubblica che dovrebbe interessare il governo, il parlamento, non è la bandiera che sventola sulle antenne, ma la visione industriale dei contendenti. Vincerà chi ha più soldi, idee e coraggio.

Consiglio europeo. E’ l’esordio del premier Gentiloni a Bruxelles come premier. Il titolare di List ha letto la bozza delle conclusioni preparata dagli ambasciatori. Punti in agenda: Siria (pace e passaggio contro Mosca), Ucraina (si discute un’associazione con l’Ue che per alcuni nasconde obblighi di difesa militare, ancora un punto critico con la Russia); difesa comune, il progetto accelera ma su chi paga è buio fitto; Brexit, sollecitazione agli inglesi, fate presto; immigrazione, non si decide niente. E Gentiloni? Rassicurerà dietro le quinte i partner europei sullo stato di salute della finanza italiana, auspicherà l’unione bancaria e la Germania dirà no.

Yellen e Trump. Come cambia il mondo. Mesi fa la presidente della Federal Reserve era preoccupata per la bolla di Wall Street, ora alla Casa Bianca è arrivato Trump con l’annuncio di una differente politica fiscale e il suo giudizio è cambiato: “il valore delle azioni è alto, ma appropriato”. E la bolla? Sparita. E se scoppia? Niente di nuovo, un altro governatore della Fed che ha sbagliato. Una tabellina di Citi, molto interessante, dice che il prezzo delle azioni a Wall Street in questo momento è 17 volte più alto della media. E quindi? E’ Toro, nessuno rovini la festa.

15 dicembre. Nel 1979 iniziano le trasmissioni della Rete Tre, nasce il TG3.

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