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Fatti, commenti, appuntamenti del giorno presi dal taccuino di Mario Sechi

L'occidente sproloquia sul burkini mentre il medio oriente cade a pezzi

Mascheriamo il problema della nostra incapacità a combattere (ideale e materiale) con artifici retorici. Negli Stati Uniti, Clinton in vantaggio su Trump di 4 punti percentuali. Ma a giugno erano nove. Fatti, commenti, appuntamenti del giorno presi dal taccuino di Mario Sechi

19 Agosto 2016 alle 11:04

L'occidente sproloquia sul burkini mentre il medio oriente cade a pezzi
San Giovanni Eudes, sacerdote.

 

Titoli. Partiamo dalla foto, quella che tutti hanno impaginato: un bimbo di Aleppo sopravvissuto a un bombardamento, coperto di polvere, seduto su un’ambulanza. E’ la foto della guerra in Siria. Ma quale guerra? Si chiama abbandono del medio oriente. Quello di Obama, che ritirò prematuramente le truppe dall’Iraq, che non ha mai avuto una strategia per la Siria (ricordate il monito della “red line” contro Assad?) che ha destabilizzato il Nord Africa dopo il discorso del Cairo; quella dell’Europa senza Difesa, assente in tutti gli scenari dove ci sono da mettere boots on the ground. Il loro posto è stato preso dalla Russia, dall’Iran e tra poco anche dalla Cina. Quando la guerra finirà, ci saranno vincenti e perdenti. Dei perdenti si vedono già le bandiere ammainate: Stati Uniti e Europa.

 

Le foto del dolore non curano il dolore, lo mostrano, lo espongono, gli danno un volto. Poi c’è il conflitto, con la sua dura logica che l’occidente privo di memoria non vuole accettare: la guerra si ferma con la guerra.

 

L’Europa ha risolto il problema della sua incapacità a combattere (ideale e materiale) con un artificio retorico: la battaglia contro il burqa e il burkini. Se non puoi indossare la divisa, combatti l’abito degli altri. E’ una manifestazione di impotenza di cui la Francia – non a caso – è l’epicentro. Il primo ministro francese Valls che dichiara il burkini “contrario ai nostri valori”, produce l’effetto di una distorsione di chitarra elettrica in una pioggia di bombe. La dichiarazione di Angela Merkel sull’uso del burqa sembra un suono di piatti rotti mentre la fanteria marcia, carica e spara. “Divieti parziali”, dicono. E’ l’Europa si occupa della (s)vestizione burocratica del corpo della donna islamica, voltando le spalle alla realtà della contemporaneità. Siamo di fronte a un quadro feroce di Grosz che ritrae il Berlin Cabaret.

 

Proliferano le opinioni, le prese di posizione, la vibrante protesta (quanto ci manca De Andrè) e il dibattito. “Sotto il burkini il sangue delle donne”, titola Il Giornale. Il Messaggero scopre la realtà: “Anche Merkel contro il burqa. In Italia i burkini non ci sono”. E se ci fossero? Cosa facciamo? Mandiamo la buoncostume? La Stampa registra il fatto berlinese: “Merkel: il burqa ostacola l’integrazione”. Il Fatto Quotidiano ha un pro e contro con titolo tra il comico e il surreale: “Burkini vietato? Allora multate i sub e Re Giorgio”. Il Corriere della Sera non si lascia sfuggire l’evento: “Ora Merkel boccia il burqa: ostacolo all’integrazione”. Repubblica coglie l’importanza della misura nel disegno del nuovo ordine mondiale, l’intima natura progressista del fatto, e impagina il suo decisivo contributo con un titolo d’apertura (“Merkel contro il burqa: frena l’integrazione”) e due ipercalorici commenti di Enzo Guolo (“Il lungo percorso per la liberazione”) e Michela Marzano (“Bikini, burkini e senso del pudore”). Viva l’abbondanza.

 

Nel frattempo, sul fronte accadono cose del tutto irrilevanti rispetto al nostro profondo dibattito su burqa e burkini. Le forze di Assad hanno bombardato postazioni conquistate dai curdi a Hasaka, nell’est della Siria; secondo l’ultimo rapporto di Amnesty International dal 2011 a oggi diciottomila persone sono morte nelle prigioni di Damasco; una ventina di parlamentari in Iran vuole discutere sull’uso della base aerea di Hamedan da parte dell’aviazione russa; Isis in Iraq ha preso a colpi d’artiglieria la città di Baiji, nella provincia di Salah al Din, a circa 170 chilometri a nord di Baghdad; due autobombe sono esplose a Sirte (non era stata liberata?) provocando dieci morti e venti feriti nell’esercito libico; a Tripoli (dove tutto va benissimo secondo le cronache del giornalista collettivo) ieri sono comparsi veicoli e carri armati della fazione di Ghneiwa che si prepara a uno scontro con i rivali della brigata Salah al Burki; nell’est della Turchia due autobombe hanno provocato 14 morti e 220 feriti. Il burkini? Siamo proprio in un altro mondo. Buona giornata.

 

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Borse giù, petrolio su. I mercati registrano l’incertezza dell’autunno in arrivo, ma il barile sale nella speranza di un accordo tra i produttori Opec. Il Brent stamattina è sopra i 51 dollari al barile. Male i titoli i finanziari, Milano come da tradizione è maglia nera.

 

Clinton in vantaggio su Trump ma… L’ultimo sondaggio del Pew Research Center dà quattro punti di vantaggio a Hillary su The Donald. Ma in giugno il distacco era di nove punti.

 

Il nucleare inglese. Una pagina del Financial Times da leggere sul piano nucleare del Regno Unito: sei centrali nucleari e molte domande sul controllo delle infrastrutture che saranno realizzate da imprese straniere.

 

Italy Italy. Spezzoni di grande dibattito italiano: Cantone è per la legalizzazione della Cannabis, Gratteri è contrario; Saviano ha scritto su Repubblica il suo fondamentale pezzo sulla protesta di Capalbio contro gli immigrati (mai più senza), parte la kermesse di Comunione e Liberazione, il sindaco pentastellato di Livorno critica gli alti stipendi pentastellati di Roma, manovra, una simulazione del governo, dice che ci sono pochi spazi di trattativa con l’Europa. Che bello.

 

Viene in mente una frase scritta da Salvatore Satta ne Il giorno del giudizio: “In fondo la caratteristica dei nostri tempi è quella di aver reso le cose senza importanza”.

 

19 agosto. Nel 1981 due caccia libici inviati da Muammar Gheddafi sul Golfo di Sirte vengono abbattuti dai jet americani.

 

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