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Perché la Turchia tiene per la gola l'Europa

Così se ne va in fumo, senza neppure aver sfregato il fiammifero sulla carta vetrata, il tentativo dell’Unione europea di fare il gioco del piccolo suk politico con i turchi: io dare a te visti di ingresso più facili in Europa, tu dare a me cammello democrazia.

9 Agosto 2016 alle 10:31

Perché la Turchia tiene per la gola l'Europa

Foto LaPresse

Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith) Stein, vergine dell’Ordine delle Carmelitane Scalze e martire.

 

Titoli. Il giornale di Torino fa un titolo su Milano (La Stampa: “Milano in emergenza, arrivano 3.300 migranti respinti dal confine”), il giornale di Milano non sembra per nulla interessato alla faccenda (Corriere della Sera: “La battaglia del referendum”), gli altri fogli vanno in rigoroso disordine sparso a cercarsi con tattica rabdomantica un tema per dare al lettore una ragione d’acquisto. Si ripetono titoli già visti (su Ventimiglia) e il referendum è troppo lontano per appassionare qualcuno. Insomma, le isobare indicano alta pressione, nessuno vuole farsi venire la depressione da eccesso d’inchiostro senza fatti, è una bella giornata estiva, e le uniche notizie che interessano gli italiani sono le medaglie olimpiche del team azzurro.

 

Non è così, perché il mondo nel frattempo va avanti, offre mille segnali di lettura del presente. Ci eravamo lasciati ieri con due o tre sensazioni non rassicuranti sulla folla ammaestrata da Erdogan a Istanbul, ci ritroviamo stamattina con un’intervista di Omer Celik, ministro degli affari europei della Turchia, sul Financial Times, che conferma il carattere dispotico del regime. Che dice? Che non è il caso di cambiare le leggi anti-terrorismo in questo momento. Se ne va in fumo, senza neppure aver sfregato il fiammifero sulla carta vetrata, il tentativo dell’Unione europea di fare il gioco del piccolo suk politico con i turchi: io dare a te visti di ingresso più facili in Europa, tu dare a me cammello democrazia. D’altronde Celik sa bene che può permettersi questo e altro per un paio di buoni motivi: 1. La democrazia in Turchia è stata soppressa; 2. I turchi tengono in ostaggio l’Unione europea con la mano pronta ad aprire il rubinetto dei migranti al confine con la Siria; 3. Una cinquantina di testate nucleari americane sono ospitate nei silos della base aerea di Incirlik; 4. Erdogan è là pronto a premere il tasto della pena di morte per i golpisti. What else? L’incontro di oggi a San Pietroburgo tra Putin e Erdogan. Ancora una volta, la politica estera di Putin e Lavrov si mostra flessibile, spregiudicata, sulfurea, intelligente. I pezzi sulla scacchiera sono in movimento. Se tu apri una nuova Guerra Fredda, devi sapere con che avversario stai giocando a scacchi. Dove sei, America?

 

Insieme all’intervista al ministro turco Celik, sul Financial Times va letto un pezzo di Gideon Rachman sulla ritirata globale della democrazia. E’ un buon pezzo che fotografa il momento storico: la forza (e debolezza) delle autocrazie in Cina, le difficoltà crescenti in Europa con la Turchia, l’Ungheria e la Polonia, il Sudafrica, l’ascesa di Trump negli Stati Uniti. Solo una strana amnesia. Citando il fenomeno The Donald, l’autore dimentica di mettere nel paniere delle cose che non hanno funzionato anche la Brexit. A meno che il voto pazzo degli inglesi sull’Europa non sia considerato dal Ft una scelta virtuosa. E non è questo il caso.

 

Tornando al punto, l’ondata democratica degli anni Novanta ha esaurito gran parte della sua spinta: Mandela, Gorbaciov, Reagan, Yeltsin, ricordano un vento di libertà che non soffia più come prima. C’è stanchezza e si coglie nell’ingessatura dei meccanismi istituzionali dei paesi fondatori dell’Europa. L’ingranaggio gira bene solo in Germania, il resto della compagnia è protagonista di una sceneggiatura in cui si insegue il presente iper-veloce con un trenino a carbone del Novecento.

 

Bisogna guardare all’America. Quello che accadrà in novembre sarà un primo segnale dal futuro. Clinton è in vantaggio, ma Trump ieri ha dato una strambata alla campagna dei repubblicani tornando sul tema che per l’elettore conta di più: l’economia. Trump a Detroit ha annunciato un piano per semplificare il sistema fiscale, irrobustire la politica energetica e annullare gli accordi sul commercio internazionale. Il piano fiscale è quello dei repubblicani, prevede consistenti tagli fiscali sul reddito e sulla tassazione della proprietà immobiliare, deduzioni (e aiuti) per le coppie con figli.

 

La narrazione dai toni cupi di Trump (l’America in crisi economica) si scontra con la realtà raccontata da Warren Buffett nella sua lettera agli azionisti (l’America non è mai stata così ricca). Il mago di Wall Street ha molta ragione, ma Trump ha un argomento che pare aver colto nel segno: il potere d’acquisto e disponibilità di reddito che in questi anni di crisi si sono ridotti. Funzionerà un programma che torna al reaganismo senza Reagan e quel mondo che ne alimentò la scalata elettorale? Non è detto, ma in ogni caso c’è un segnale di cambio di passo nella sua campagna dopo una settimana pessima. E poi c’è un fatto lampante: l’establishment finanziario ha abbracciato la Clinton che viaggia per gli Stati Uniti con una raccolta record di denaro proveniente da fondi hedge e equity: oltre 47 milioni di dollari secondo stime fatte dal Wall Street Journal. Quest’ultimo mentre Trump parlava pubblicava online un fact-checking sul suo intervento. Giudizio finale? Progressi su regolazione e tasse, un job killer sul commercio internazionale. Se votasse solo la Borsa, vincerebbe Hillary, ma l’America non è solo Wall Street. Buona giornata.

 

Aleppo: l’Onu chiede una pausa umanitaria di 48 ore. Due milioni di persone sotto i bombardamenti nella zona di Aleppo, dove manca tutto. Le Nazioni Unite chiedono una pausa per distribuire beni di prima necessità e fornire assistenza medica.

 

I titoli italiani piacciono agli investitori giapponesi. Meno investimenti sui titoli di stato americani, più soldi dentro il sistema italiano che offre alti rendimenti. In un’epoca di tassi negativi e pochi guadagni davvero positivi, l’Italia ha una carta da giocare. Questo grafico spiega tutto:

Certo, l’investimento è più rischioso, ma soddisfa l’appetito di chi cerca disperatamente di guadagnare qualcosa. Il più grande fondo pensione giapponese ha investito 1,5 trilioni di yen (circa 13 miliardi di euro) sui titoli di stato italiani, il secondo paese dopo gli Stati Uniti. Sono ottime notizie da Bloomberg per Renzi e Padoan, ma ne sapranno fare buon uso?

 

Rio 1. Femminilità e aggressività nella ginnastica femminile. Ottimo pezzo su The Atlantic. Tema affascinante, dove si mischiano grazia, forza e buon giornalismo.

 

Rio 2. Teresa Almeida e la dittatura del fisicamente corretto. Comincia così: “C’è una donna alle Olimpiadi di Rio che muove molecole e atomi con velocità e leggerezza. C’è una donna che quando guizza come una saetta è massa, energia meccanica e cinetica. C’è una donna, a Rio, che splende milioni di volte più di Gisele Bundchen: si chiama Teresa Almeida, difende la porta della squadra di pallamano dell’Angola e pesa cento chili”. E’ un pezzo del titolare di List sulla più bella sorpresa delle Olimpiadi. Grassa e vincente.

 

Pogba al Manchester, dal bianco e nero al rosso. Visitato, presentato, addio alla Juve. La nuova vita in Premier League di Paul Pogba.

 

Pazza Inter. Via Mancio, dentro l’olandese (volante?). La nuova proprietà dei nerazzurri è cinese, ma il club continua ad essere guidato all’italiana. Esce il tecnico d’estate, arriva quello autunno-inverno. Frank de Boer è il nuovo tecnico dell'Inter, contratto di tre anni.

 

9 agosto. Battaglia di Adrianopoli. Nel 378 un’armata romana, guidata dall'imperatore Valente, viene sconfitta dai Visigoti nell'odierna Turchia.

 

 

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