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Trump e il ritorno dell'America First

Perché l’eccezionalismo di Trump è meno eccezionale di quanto si immagini. Andrebbe studiato, spiegato e battuto sul suo terreno, la politica. Forse è troppo tardi.

22 Luglio 2016 alle 11:21

Trump e il ritorno dell'America First

Donald Trump (foto LaPresse)

Santa Maria Maddalena.

 

The Donald. Trump è il candidato repubblicano alla Casa Bianca. La convention di Cleveland ha messo il sigillo su una faccenda che era molto chiara da tempo: The Donald è in pista. Abbiamo letto in questi mesi penosi editoriali che dicevano che sarebbe stato fermato, si sarebbe eretta la diga, il suo corso sarebbe stato deviato e infine si sarebbe prosciugato. Balle. Trump non aveva avversari, era il migliore nel leggere lo spirito inquieto dell’americano medio, nello sfruttare tutte le ansie e le frustrazioni degli “esclusi”, il più efficace nel mettere a nudo le ipocrisie di Washington, il più spregiudicato nel dire con parole dure quel sentimento di rabbia e rivincita che è diffuso nello spirito americano. Al resto ha contribuito Obama. Sarà la storia a giudicare il suo doppio mandato, la sua èra, ma i fatti, la cronaca, sono nudi e crudi davanti a noi. In America si spara ai poliziotti a sangue freddo, il Paese è diviso, bianchi e neri, bianchi contro neri, neri contro bianchi, bianchi contro bianchi, neri contro neri, messicani contro bianchi, bianchi contro messicani, messicani contro neri, neri contro messicani, messicani contro messicani. What else, President Obama? Le ombre degli anni Settanta sono tornate, lunghissime, il senso d’incertezza è diffuso, Wall Street e i suoi ottimi guadagni sembrano lontanissimi rispetto a questo scenario. Trump, Le Pen, Grillo, il cosiddetto “populismo” hanno una base di partenza, una rampa di lancio, nella caduta del potere d’acquisto, nella crisi finanziaria del 2008 e nella ripresa modesta, lenta, senza posti di lavoro sufficienti e buste paga decenti. Questa storia non è tutta economia, c’è molto Zeitgeist, spirito del tempo, filosofia, qualcosa di inafferrabile e immanente, ma il pane resta pane a qualsiasi latitudine.

 

 

Il New York Times oggi prende atto dell’esito di Cleveland, continua a sottolineare con un articolo di Michael Barbaro che Trump ha perso “un’occasione per uscire dalla sua caricatura”. Ma The Donald voleva uscirne? No, perché questa è stata la sua strategia vincente, quel “tone dark”, quel discorso cupo che dipinge una nazione “fuori controllo”. I servizi dei telegiornali italiani ieri raccontavano di Trump che avvisava la Nato e gli alleati sull’indisponibilità della sua America (vera o immaginaria) a far scattare automatismi, il sottotesto di un discorso che è questo: non andiamo più a morire per voi in giro per il mondo. E’ l’America First, non una novità, ma uno slogan che fu già usato in un passato che presenta molte analogie con questo tempo presente. Fu Warren G. Harding, ventinovesimo presidente degli Stati Uniti dal 1921 al 1923, a usare lo slogan America First.

 

 

Harding fu un presidente molto popolare, ma la sua avventura a Washington finì in rovina, travolta dagli scandali. Era nato in Ohio, giovanissimo divenne editore di un giornale, The Marion Star, nel 1920 entrò in corsa per la nomination repubblicana senza alcuna speranza di vincere, era considerato meno che un outsider. Alla fine della fiera, vinse le elezioni alla grande contro il candidato democratico James M. Cox. Il suo programma politico era quello del Return to normalcy, il ritorno alla normalità. L’America rurale, un uomo che sapeva usare il potere della stampa, l’idea isolazionista. Harding tagliò il programma di espansione della potenza navale americana, firmò una legge sull’immigrazione (Emergency Immigration Act, 1921) che ridusse a metà gli ingressi negli Stati Uniti, fu un alfiere dell’americanismo pur ammettendo di non capire bene che cosa potesse significare quella parola. Ricorda qualcuno? Troppo lontano? Può darsi, ma l’eccezionalismo di Trump è meno eccezionale di quanto si immagini. Andrebbe studiato, spiegato e battuto sul suo terreno, la politica. Forse è troppo tardi.

 

L’Italia, le banche. Signore e signori, torniamo alla cassa. Partiamo con un confronto tra due prime pagine, quella del Financial Times e quella del Corriere della Sera. Ieri c’è stata la prima riunione della Banca centrale europea dopo la Brexit, un appuntamento non fondamentale (non sono variati i tassi e non ci sono state altre decisioni sugli strumenti per stimolare la crescita), ma come sempre si attendevano le parole di Mario Draghi in conferenza stampa. Ecco le due prime pagine:

 

 

Il quotidiano della City non dedica neanche un titolo a Draghi in nessuna delle sue cinque edizioni (Regno Unito, Europa, Asia, America, Medio Oriente) mentre il giornale della (piccola) borghesia italiana dedica alle parole del presidente della Bce l’apertura: “Banche, l’apertura di Draghi”. Perché scelte così diverse? Per il Ft non ci sono decisioni, fatti, e le cose dette da Draghi non sono in realtà nuove. Per il Corriere della Sera quelle frasi invece hanno un grande significato perché riguardano l’Italia, il suo sistema bancario, la stabilità del nostro Paese. Il problema è italiano, non tedesco, inglese, francese o spagnolo. Non è una questione di derivati della Deutsche Bank, ma di crediti in sofferenza delle banche e banchette italiane. Il problema diventa europeo se l’Italia degli sportellanti va a carte quarantotto. Draghi mette in guardia dai rischi, chiede una soluzione pubblica. E qui c’è lo spartiacque tra una soluzione europea, onesta, di mercato, rispettosa del contribuente e attenta agli interessi dei risparmiatori, e la furberia italiana dove sotto e sopra si cerca di varare un’operazione di mercato-non-mercato per mettere gli azionisti delle banche (e i manager che le hanno condotte sull’orlo del baratro) fuori dal perimetro delle loro responsabilità. Continuiamo la lettura, a pagina 4 del Financial Times ci sono due articoli istruttivi.

 

 

Il primo è appunto sulle parole di Draghi e il titolo non lascia alcun dubbio su dove sia il malato nel caveau, in Italia. Ma il titolo di taglio è ancor più intrigante perché prosegue il cammino di accreditamento del Movimento 5 stelle come prossimo protagonista di governo. Intervista a Di Maio, quello della “lobby dei malati di cancro” che si occupa – lui, che mostrò in diretta a Otto e Mezzo tutta la sua abilità nel settore finanziario – di bail-in e illustra ai mercati la sua ricetta: niente bail-in, nazionalizzazioni delle banche in crisi. Insomma, paga Pantalone. Allacciate le cinture, Italians.

 

Parisi e la destra. C’è altro di cui pre-occuparsi nel Belpaese? A destra e al centro ci sono movimenti di truppe, distacchi, pensosi (e “sofferti” naturalmente) addii che preludono a nuove scissioni e riunioni. In ogni caso, tutta robetta italica che non cambia niente rispetto alla nostra condizione economica e sociale. C’è bisogno di ben altro. Sarà Stefano Parisi a riorganizzare il centrodestra che fu (è) guidato da Silvio Berlusconi? Giuliano Ferrara sul Foglio pensa che sia l’uomo giusto per il nuovo inizio: “Non c’è una destra in grado di governare, c’è una folla di nani (e un’orda d’assalto nutrita di idee banali: tripolarismo). Stefano Parisi aiuta a ristabilire il senso di un’equazione apparentemente irrisolvibile. Mediaset, come la vecchia Fininvest del famoso partito-azienda, si fa motore di spinta, in situazione radicalmente nuova, per promuovere la ricostruzione di una buona politica e l’abbandono delle “stupidade” del famoso cerchio magico. Come nel ’94, ma nel 2016. Tenendo conto del buono, dell’ottimo, del cattivo e del pessimo che in tutti questi anni si è realizzato. Se Trump perdesse, se in Francia prevalesse Juppé, l’Italia dei Renzi e dei Parisi in competizione diventerebbe credibile nell’Europa delle Merkel e, nonostante la Brexit, delle Theresa May. Certo, con Trump e Marine Le Pen ci dovremmo tenere i nani, ma non è un destino definitivamente segnato per noi, per l’Europa e per il mondo”. E’ una visione che va in tandem con quella di Vittorio Feltri che su Libero battezza Parisi così: “La sua candidatura sembrava inconsistente e invece si è poi rivelata azzeccata. È mancato il successo pieno per una manciatella di voti, però si è capito che Parisi ha le carte in regola per diventare il nuovo numero uno del Centrodestra. E Berlusconi punta su di lui, giustamente, per tentare un rilancio del partito nato nel 1993 e vincitore alle elezioni del 1994. È la scelta più intelligente, direi obbligata, dato che non esistono altre persone in Forza Italia in grado di assumere certe responsabilità. Le chiacchiere in proposito circolano da tempo, ma negli ultimi giorni hanno assunto i caratteri della credibilità. E noi che non capiamo nulla, ma intuiamo quasi tutto, diciamo ai lettori che a breve la notizia sarà divulgata: il successore di Silvio è proprio Parisi, uno che nella vita ha già dimostrato di sapersi muovere con grande acume e capacità”.

 

Bene, ma il centrodestra? E’ una galassia con tanti pianetini che vanno per orbite eccentriche. Sul Corriere della Sera Francesco Verderami prova a dare un senso a questo sistema anarchico: “Servono nuove parole d’ordine, perché le vecchie - rimaste a lungo inutilizzate - sono state adoperate dal leader del Pd, tradotte in programma di governo o riproposte in un’edizione aggiornata del libro dei sogni, dove c’è addirittura il ponte sullo Stretto. Privato del suo lessico e senza averne ancora un altro, il centrodestra ultimamente si è ridotto a definirsi per negazione, cioè a dire quello che non è: non è renziano, non è favorevole alla riforma costituzionale, non è d’accordo sull’Europa. Così ha finito per somigliare alla sinistra d’antan, che per trovare una ragione di unità era costretta a ripiegare sull’anti-berlusconismo”.  E infatti il centrodestra (quel che ne resta) vota No al referendum costituzionale – una riforma che in molte parti ricalca quella presentata da Berlusconi nel 2006 – dopo aver contribuito a scriverla e averla votata in Parlamento. Contraddizioni. Si vota No per definirsi altro, ma non per essere alternativi a Renzi. C’è molta strada da fare. Si dovrebbe immaginare un percorso che metta al primo posto gli interessi del Paese che, in questa situazione, rischia di finire nelle mani del Movimento 5 stelle di Grillo e di quel fenomeno di Di Maio. Il centrodestra polverizzato oggi sta dalla stessa parte dei Pentastellati. Surreale. Tanti auguri a Parisi.

 

22 luglio. Nel 1933 Mussolini assume la guida del ministero della guerra.

 

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