L'occhio di Dio

Giulio Leoni
Nord, 441 pp., 16,90 euro
L'occhio di Dio

All’inizio del Seicento, la Repubblica di Venezia e l’Impero Ottomano continuavano ancora a combattere ferocemente per contendersi il dominio di un Mediterraneo orientale che ormai aveva cessato di essere il cuore pulsante della civiltà, spodestato dalle nuove rotte dell’Atlantico controllate da Spagna, Portogallo, Inghilterra, Francia e Olanda. Ma che sarebbe successo se avessero provato ad appianare le loro storiche divergenze per allearsi, a mettere assieme le loro ancora cospicue risorse e  a lanciarsi a loro volta nella conquista delle Americhe? E che sarebbe successo se, al contrario, gli ottomani fossero riusciti a forzare le difese di terra veneziane per fare irruzione nella Pianura Padana?
E’ un esercizio di storia controfattuale, se fatto da studiosi a scopo scientifico. Si chiama Ucronia invece quando viene fatto da scrittori con intenti narrativi. In realtà le due ipotesi controfattuali-ucroniche qui citate sono tra loro contrapposte, e tali da annullarsi a vicenda. Ma se fosse stata proprio questa contrapposizione a determinare la storia come è veramente stata? Giulio Leoni,  scrittore romano noto anche con lo pseudonimo di J.P. Rylan, è uno specialista del giallo storico. La sua più grande trovata è stata quella di trasformare in detective Dante Alighieri, mettendolo alle prese con una serie di situazioni che gli ispireranno i passi più famosi della “Divina Commedia”. Ma altri suoi gialli hanno reso detective anche Pico della Mirandola, oppure sono stati ambientati nella Fiume di Gabriele D’Annunzio o nella Germania di Weimar. Anche stavolta ad affrontare il mistero è un grande intellettuale del passato: Galileo Galilei. Insegna a Padova, e viene ritratto nelle vesti poco consuete di un impenitente donnaiolo. In realtà non si tratta di un vero giallo ma di una spy story, dove il celebre scienziato è più testimone e obiettivo che deus ex machina. C’è poi una donna bellissima ed enigmatica. C’è Palmanova, la città stellata a due passi da Udine, oggi celebre come gioiello architettonico ma allora di fresca costruzione come ultimo bastione difensivo della Serenissima (come ancora si può leggere sulle sue mura). C’è Sagredo, l’amico Galileo. E c’è l’Occhio di Dio: un misterioso congegno un tempo utilizzato dagli imperatori inca per scoprire i traditori nascosti tra i cortigiani, perché in grado d’individuare anche in mezzo a una folla chi porti un’arma sotto le vesti. Autore di due trattati di architettura militare, Galileo è stato chiamato da Sagredo per collaborare alla fortificazione dei bastioni di quella rivoluzionaria città, ma la sua mente è distratta dall’Occhio di Dio. Un oscuro rompicapo, quello che gli ha mostrato la donna alla guida di un piccolo esercito di scherzi di natura. Ma lui è convinto che il suo funzionamento si fondi su un fenomeno di natura magnetica, e che se è in grado di rilevare le masse metalliche anche a grande distanza potrebbe diventare un formidabile strumento di guerra sui mari. Forse addirittura l’arma decisiva che salverà la cristianità dai turchi.
Ciò che per lui è speculazione teorica, però, per altri è questione di vita e di morte. Ogni sua mossa è sorvegliata, e dai personaggi più disparati. In un modo apparentemente casuale, a Palmanova si sono dati convegno nobili veneziani e inviati dell’Impero ottomano, avventurieri e misteriose figure che si muovono nell’ombra. Un vero teatro delle ombre, e sempre con quel tocco di magia destinata a rivelarsi gioco di prestigio che è poi una delle cifre di Leoni, egli stesso noto cultore di giochi di prestigio.   

 

L'OCCHIO DI DIO
Giulio Leoni
Nord, 441 pp., 16,90 euro

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