I rischi di non avere Draghi né al Quirinale né a Palazzo Chigi

Le lettere al direttore del 19 gennaio 2022

Al direttore - Credo che la linea di condotta nella “gara del Colle” di Silvio Berlusconi possa essere giudicata solo in base agli obiettivi che persegue. A mio avviso il Cav. intende stare in campo fino al momento in cui, in cambio del ritiro della sua candidatura, sia in condizione di fare il nome della personalità   “non divisiva” che sarà eletta. In sostanza, il suo è un bluff; ma chi segue questa tattica, in una partita importante con un piatto ricco, deve fare tutto il possibile per persuadere gli altri giocatori a passare la mano. E quindi deve andare fino in fondo con tutte le mosse del caso. Se, infatti, il suo obiettivo è quello di diventare il kingmaker, fino a ora Berlusconi ha dimostrato un’eccezionale lucidità sia nei confronti degli alleati che degli avversari. Ma se il Cav. corresse davvero in proprio e ritenesse possibile farcela – raccattando voti a destra e a sinistra – allora dovremmo convincerci che la sua apparente lucidità è solo un delirio.
Giuliano Cazzola

 

Sulla candidatura del Cav. c’è un altro elemento che risulta affascinante ed è quello  che troviamo in questi giorni per esempio sulle pagine di Repubblica. E’ un cortocircuito, assoluto e spassoso: ci si appella a Salvini e Meloni per fermare lo stesso Berlusconi a cui solitamente ci si appella a sinistra per fermare Salvini e Meloni. 


 

Al direttore - Erano tutti di parte i candidati al Quirinale nel corso dell’intera storia repubblicana. Lo erano nel senso che, nello svolgersi della dialettica politica, erano schierati da una parte. Da Einaudi vicepresidente del Consiglio del IV governo De Gasperi sorto dopo l’uscita delle sinistre dai governi dell’immediato Dopoguerra a Ciampi ministro dell’Economia del governo Prodi sorto dalla sconfitta del centro ra guidato da Silvio Berlusconi. Un solo vincolo: giunti al Quirinale liberarsi dal condizionamento di antiche appartenenze e condursi come garanti dell’interesse della nazione. Il punto debole della candidatura di Berlusconi sta nel fatto che intorno a essa non potrà realizzarsi alcun accordo ampio, lo stesso, del resto, accadrebbe con una candidatura di Prodi sull’altro versante. Delle due l’una, o si lavora per eleggere il presidente della Repubblica con un sostegno unitario, come si ritiene sia indispensabile nella situazione che vive il paese, o si va a una interminabile e inutile prova di forza. Inutile anche perché i numeri per vincere la prova di forza non ci sono. Una prova di forza che lacererebbe la maggioranza che sorregge il governo e susciterebbe  malessere e inquietudine tra gli italiani mettendo a dura prova la loro pazienza. Lo stesso Berlusconi nei prossimi giorni se ne renderà conto e si comporterà di conseguenza. Se così stanno le cose, inutile girarci intorno: la candidatura di Draghi credo sia l’unica che possa spuntarla sulla base di un’ampia convergenza. Cosa irrealistica con qualunque altra candidatura. Fosse anche Sergio Mattarella il quale, del resto, credo sappia bene che così stanno le cose. Decisiva la condotta del Pd. L’idea del patto è convincente ma esso deve contenere insieme alla intesa su Draghi al Quirinale, l’accordo sul governo e sul successore di Mario Draghi a Palazzo Chigi. E’ evidente che non dovrebbe esserci alcuna chiusura a che la guida del governo per i dodici mesi che separano dalle elezioni del 2023 possa eventualmente essere affidata a una personalità proposta dal centrodestra. Una unica condizione: proseguire il lavoro avviato dal governo Draghi.  Hic Rhodus, hic salta. 
Umberto Ranieri

 

Esatto. Il punto non è Berlusconi. Il punto è che qualunque candidatura per il Quirinale costruita con una maggioranza più piccola rispetto a quella attuale andrebbe a frantumare l’attuale maggioranza e creerebbe le condizioni per non avere  Draghi né al Quirinale né a Palazzo Chigi. Non è così difficile, no?


 

Al direttore - Alcune cronache riferiscono di una possibile stretta della Vigilanza sulla Cassa depositi e prestiti. L’argomento in precedenza è stato affrontato, negli anni, decine di volte su queste colonne. I sostenitori della non estensione della piena Vigilanza bancaria alla Cdp osservano che una tale decisione avrebbe un riflesso assai pesante sulla “vigilata” e potrebbe arrivare a farle dismettere le sue partecipazioni (in relazione ai diversi “ratios”). Il fatto è che si prende questo problema dalla coda. Partendo, invece, dalla testa, bisogna chiedersi se le attribuzioni della Cassa e la sua operatività sono coerenti o no con la qualificazione di “intermediario finanziario non bancario” (in base all’art. 107 del Testo unico bancario) con alcune peculiarità, che la legge regolatrice le conferisce; oppure se esse travalicano la tipologia del predetto intermediario per avvicinarsi o coincidere con le competenze proprie di una banca. Da ciò discende, quindi, il tipo di Vigilanza da istituire ed esercitare. All’epoca della riforma della Cassa furono avanzate non poche, e giuridicamente motivate, perplessità sull’inquadramento nell’art. 107. Esse non avrebbero perduto la loro validità. Poi sussiste l’esigenza di preservare la collocazione della Cdp al di fuori del perimetro del debito pubblico a cui contribuisce efficacemente il ruolo delle fondazioni – benché minoritario – nel capitale di questo ente. Ma vi è pure la necessità di una “par condicio” di regole, controlli e limitazioni con gli altri intermediari. Occorre, infine, guardare alle consorelle tedesche e francesi, anche se un’assimilazione “tout court” sarebbe impropria. Il fatto che, comunque, si riprenda il tema della Vigilanza, se ciò sarà confermato, è un fatto positivo. Poi si vedranno le conclusioni. 
Con i più cordiali saluti. 

Angelo De Mattia