Bello il paese in cui si può scegliere di portare a compimento anche una gravidanza non desiderata

Le lettere al direttore del 3 giugno 2021

    Al direttore - Gira e rigira, nel coro allarmato sul crollo delle nascite nel nostro paese il punto di caduta è sempre lo stesso: le donne non vogliono fare figli. Curiosa l’assenza dal discorso dell’altro procreatore che dovrebbe condividere la responsabilità di questo crollo e delle sue scelte nei confronti della paternità. Non vogliono fare figli le “cattive ragazze” di Ritanna Armeni, perché li vedono come una costrizione troppo grande alla loro libertà: di fare carriera, di vivere una vita non schiacciata sugli oneri domestici e di cura. Come biasimarle: i dati Eurofund ci dicono chiaramente che le donne con figli dedicano a questi oneri 85 ore alla settimana contro le 51 dei padri. Legittimo interrogarsi sulla propria libertà. E non è neppure così anomala la convinzione di queste “cattive ragazze” che la carriera e più alte qualifiche siano poco compatibili con la maternità. Basti guardare alla “scelta” che grandi multinazionali come Facebook e Amazon propongono alle loro dipendenti, come benefit aziendale: la possibilità di congelare e conservare i propri ovuli per rinviare una eventuale gravidanza, che ne ostacolerebbe la carriera. Se il campione di ragazze di Ritanna Armeni è probabilmente viziato da una certa appartenenza sociale, quali le ragioni della mancata propensione alla maternità di tutte le altre donne? Che nella maggior parte dei casi non si tratti di vera scelta ce lo dicono un mare di sconfortanti dati statistici che spietatamente sottolineano come, nel nostro paese, per la donna che lavora la maternità sia quasi sempre una condanna: a un lavoro precario, spesso part time, mal pagato, accettato purché vicino a casa e adattabile alle esigenze primarie della casa e della cura. Ricordiamone alcuni. A quindici anni dalla nascita di un figlio, secondo una ricerca di Casarico e Lattanzio, la retribuzione annuale di una donna che ha “scelto” la maternità, a parità di altre condizioni, cresce del 57 per cento in meno di quella di una donna che ha scelto di non fare figli. Senza contare le tante madri che al lavoro non accedono o non tornano più dopo la gravidanza: nel 2020, nella fascia di età 25-49 anni, le donne con figli sotto i 5 anni occupate erano solo il 73,4 per cento rispetto a quelle senza figli. E’ allora evidente che, per rendere possibile la scelta di fare dei figli, non dobbiamo inventarci bonus e altri incentivi alla natalità. Dobbiamo: investire su servizi di cura (prima di tutto asili nido e scuola a tempo pieno, sia materna che elementare); disboscare la serie di contratti precari e sottopagati che costituiscono l’unico canale di accesso al mercato del lavoro delle giovani generazioni, e, al tempo stesso, educare a una condivisione dell’attività di cura, sia abbattendo quei tanti stereotipi ancora così pesanti nel nostro paese (e non solo fra alcuni senatori della Repubblica), che vedono le donne naturalmente più inclini al lavoro domestico e meno interessate alla carriera, sia prevedendo per i padri congedi di paternità obbligatori più lunghi dei dieci giorni che abbiamo appena conquistato per loro. Dobbiamo cioè preoccuparci di rendere possibile una scelta alle tante donne che vorrebbero avere figli ma non possono farne, non spingere a farne le donne che non li desiderano. Men che mai ipotizzando obblighi a procreare contro la propria volontà, sia pure assistiti da aiuti economici, come nella proposta/provocazione di Lella Golfo, attraverso la sospensione della 194. O in altre, successive, a favore del parto obbligatorio seguito dall’adozione del figlio non voluto. Che umanità è questa che non è consapevole di quanto la maternità coinvolge nel profondo il corpo della donna e lo trasforma, così come trasforma i suoi pensieri: in una gioia incredibile quando è scelta e in una tremenda condanna quando non voluta? No, l’espropriazione della donna dal suo diritto a una scelta che coinvolge così profondamente tutto il suo essere, anima e corpo, e la sua riduzione a mera macchina da procreazione non sono davvero una proposta degna di essere considerata.
     

    Maria Cecilia Guerra, sottosegretario al ministero dell’Economia e delle Finanze 

     
    Lei dice che bisogna preoccuparsi di rendere possibile una scelta alle tante donne che vorrebbero avere figli ma non possono farne, non spingere le donne che non li desiderano a farne. Sul primo punto ha ragione (tenendo fuori mi auguro l’utero in affitto), sul secondo punto credo che si sbagli (a meno che creare un desiderio non venga inteso come una violenza culturale), ma nella sua analisi manca un elemento che credo sia importante quando si parla di scelta. Scegliere significa anche altro. Significa lavorare affinché le donne che restano incinte, e che non desiderano figli, possano vivere in un paese che consenta loro di dire che non è vero che di fronte a una gravidanza non desiderata non ci sono scelte diverse dal non portare a termine quella gravidanza. Scegliere significa anche questo. E grazie della lettera.