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Lettere

Vaccinare tanto è importante, ma vaccinare bene lo è ancora di più

Le lettere al direttore del 1° maggio

    Al direttore - “Io come Galileo, da quattrocento anni uno scienziato non veniva processato”. Galileo ci spiegò che la terra gira intorno al sole, quattrocento anni dopo scopriamo in realtà che gira intorno a Crisanti.
    Buon vaccino a tutti.

    Ubaldo Casotto


    Al direttore - Leggo grande giubilo per il raggiungimento delle 500 mila vaccinazioni al giorno in Italia. Faccio notare però che la Germania, mercoledì scorso, è arrivata a un milione di dosi al giorno. E’ vero che la Germania ha 83 milioni di abitanti e l’Italia 60 milioni, ma più che festeggiare i 500 mila mi chiederei onestamente se non si possa fare ancora di più.
    Luca Martelli

     

    Le 500 mila vaccinazioni al giorno sono un obiettivo necessario anche se non sufficiente ma eviterei di continuare troppo con la lagna dell’Italia che vaccina di meno. I dati, aggiornati al 29 aprile, dicono che la percentuale di persone che hanno ricevuto almeno una prima dose è in Italia del 22,7 per cento, in Francia del 21,9 per cento, in Germania del 26,7 per cento, in Spagna del 24,6 per cento, in Portogallo del  22,9 per cento. Il problema, oggi, non è quanto l’Italia stia vaccinando, ma come ha vaccinato finora. E la fondazione Gimbe, ieri, ha offerto un dato questo sì poco incoraggiante: per le fasce d’età 70-79 e 60-69 anni il nostro paese si attesta solo al quartultimo posto in Europa come numero di dosi somministrate e per la fascia 70-79 “mentre in Italia il 50 per cento della popolazione ha ricevuto almeno una dose di vaccino ben 19 paesi hanno superato almeno il 60 per cento”. Vaccinare tanto è giusto, vaccinare bene non è meno importante. E per vaccinare bene bisogna avere il coraggio, caro governo, di denunciare le regioni inadempienti. Intanto, però, il 30 aprile verrà ricordato come un giorno mica male per l’Italia: 500 mila vaccinati al giorni e Pnrr inviato alla Commissione. Cin cin.



    Al direttore - Si chiede il vostro Maurizio Crippa per quale motivo proprio le vittime degli anni del terrorismo “siano rimaste maggiormente inchiodate a quel periodo, a quei lutti”. Posso provare a rispondere: forse perché l’amputazione familiare che abbiamo subìto ci accompagna da allora, senza rimedio. Per noi è impossibile non rimanere inchiodati alla privazione perenne che abbiamo subito. Ma questo non vuol dire aver sete di vendetta, essere rinchiusi in noi stessi, non essere stati capaci di guardare avanti, anche con speranza e ottimismo alla vita. In questi giorni non ho letto interviste di familiari esprimere gioia o soddisfazione particolare per l’arresto di latitanti: ho letto solo di un senso di giustizia appagato, finalmente e dopo tanto tempo. Non interessa a nessuno di noi vedere in carcere persone anziane e così diverse da quarant’anni fa: ma ci interessa vedere il compimento della giustizia. Perché, come diceva Aldo Moro, la democrazia “è regime di libertà non solo, ma di umanità e di giustizia”.
    Alfredo Bazoli

     

    Al direttore - La rete ha la memoria lunga. Anche se la trasmissione risale ad alcuni mesi fa, da qualche giorno sui social media ancora se ne parla suscitando discussioni surreali. In effetti, durante una puntata di “Generazione Giovani” (Rai 2) è stato mandato in onda un servizio sulla copulazione ai tempi del coronavirus che resterà negli annali della televisione italiana. Così abbiamo appreso che, secondo la psicoterapeuta Roberta Rossi, si può fare sesso rispettando le seguenti (testuali) “linee guida”: 1) Attenzione all’igiene personale e del luogo; 2) Ambiente il più possibile ampio e ventilato; 3) Contatti il meno possibile ravvicinati; 4) Purtroppo [sic!] ma necessario indossare una mascherina. Tradotto alla buona, si può quindi avere un rapporto solo dopo aver fatto una energica doccia schiumata, mai in una porcilaia, preferibilmente su una spiaggia della Sardegna, almeno a un metro e mezzo di distanza, con la bocca rigorosamente catafratta. Servizio pubblico o pudico? Stato etico o etilico? Ai contemporanei l’ardua sentenza.
    Michele Magno