Più identità, meno criteri per i partiti. E viva il proporzionale

Le lettere al direttore Claudio Cerasa del 3 marzo 2021

    Al direttore - Il giornale di ieri ha pubblicato in seconda un pezzo che, trattandosi di stroncare definitivamente Battiato e il suo mito, non esiterei a definire “maggico”. Ma non è un pezzo, è una sinfonia fitta di note ironiche, di sbugiardamenti sonori, di trovate e genialità da grande, grandissima critica. Questo Antonio Iannizzotto, che mi piacerebbe conoscere e forse anche sposare, mi sembra lanciato verso il pezzo dell’anno, qualunque cosa ne pensino adoratori in buonafede dell’ermetismo pop più ingannevole e dozzinale mai prodotto dalla Kultura. Un abbraccio.
    Giuliano Ferrara

     


     

    Al direttore - Durante la “Cena Trimalchionis”, l’unico grande frammento superstite del “Satyricon” di Petronio, tra portate sfarzose e goffe esibizioni poetiche del padrone di casa i convitati – liberti arricchiti, funzionari municipali corrotti, mogli vanesie e tiranniche – discettano a ruota libera di politica e cultura, lamentando la decadenza dei costumi nell’epoca neroniana. A un certo punto del luculliano banchetto prende la parola Echione, uno straccivendolo. Mestiere che allora aveva un’importante funzione sociale. A Roma, infatti, il “collegium centonarum” (una sorta di associazione di pompieri) usava gli stracci (“centones”) per spegnere gli incendi. Rivolto all’unico intellettuale presente al simposio, il retore Agamennone, Echione gli chiede col suo linguaggio sgrammaticato: “Quia tu, qui potes loquere, non loquis?” (“Perché, tu che sai parlare, non parli?”). Oggi forse avrebbe fatto la stessa domanda agli intellettuali di Libertà e Giustizia, che sull’affaire Gratteri hanno rinunciato alla loro proverbiale indignazione contro tutti i (presunti) nemici della democrazia: “Perché tacete? Per codardia o convenienza?”.
    Michele Magno

     

    Gli appelli contro i presunti nemici della democrazia, in Italia, si possono fare solo quando i presunti nemici della democrazia sono perfettamente innocui. Come diceva un vecchio aforisma di William Blake, di solito “chi manca di coraggio è esuberante d’astuzia”.

     


     

    Al direttore - In politica quando si parla di modello inglese ci si riferisce al governo di gabinetto, il cui archetipo è disegnato nelle pagine di Bagehot che Churchill assegnò in lettura a una giovane regina Elisabetta. Quando si parla di modello francese ci si riferisce al semipresidenzialismo che, secondo il maggior biografo di Max Weber, avrebbe conciliato il carisma con la democrazia. Quando si parla di modello tedesco ci si riferisce al cancellierato: una razionalizzazione del sistema parlamentare che ha definitivamente affrancato la Germania del Dopoguerra dai pericoli di Weimar. Tutti questi modelli appartengono alla politica delle istituzioni, e le istituzioni a volte sono passioni ma non sono criteri. In Italia, invece, quando si ragiona di politica e di istituzioni, spesso – e soprattutto volentieri – ci si riferisce alla sola legge elettorale. E’ vizio antico. Salvemini, addirittura, affidò all’avvento del proporzionale l’obiettivo di sconfiggere il “giolittismo”. Più modestamente, in tanti avremmo voluto fondare sul maggioritario il secondo tempo della Repubblica. In Italia, insomma, tendiamo a scordarci che i sistemi elettorali servono innanzitutto a convertire i voti in seggi: sono più criteri che istituzioni. Anche per questo, quasi sempre, le leggi elettorali ideate per cogliere un vantaggio immediato si sono ritorte contro gli ideatori: legge ferrea che potremmo definire “la vendetta del criterio”. Per non ricascare nell’errore, abbiamo proposto una realistica riforma delle istituzioni affinché il paese possa essere più attrezzato allorquando l’ombrello che mitiga le conseguenze socio-economiche della pandemia si chiuderà definitivamente. Con pochi cambiamenti si potrebbe introdurre un simil-cancellierato, con sfiducia costruttiva (ora, con meno parlamentari, si può). Enrico Letta si è detto favorevole in più di un’occasione e molte aperture si sono registrate nell’attuale, variegata maggioranza. C’è un problema preliminare, però, da risolvere. Questa riforma presuppone un sistema elettorale fondato sui partiti e non sulle coalizioni, che si potranno anche formare ma non dovranno essere scelte o premiate dagli elettori. Insomma, se si vuole la sfiducia costruttiva bisognerà puntare sui partiti e sulla loro soggettività. In caso contrario una riforma delle istituzioni scadrà, una volta di più, in un mero criterio di convenienza.

    Gaetano Quagliariello, 
    senatore di Idea-Cambiamo

     

    Ottima la sfiducia costruttiva, caro Quagliariello, ma non complicherei le cose. Facciamola semplice. L’Italia ha bisogno di una fase di azzeramento e ha bisogno di offrire ai partiti un’occasione per ritirare la propria identità e per non restare soffocati dalla logica dei criteri (cit. Elefantino). E per farlo oggi non serve cambiare tutto, serve cambiare qualcosa: serve una stagione di passaggio, serve una stagione di proporzionale.