Contro il governo, contro l'opposizione. Alle vestali della Costituzione non restano che i carabinieri

Le lettere del 30 marzo al direttore Claudio Cerasa

    Al direttore - Come cittadino di questo nostro paese politicamente tormentato, ho seguito e seguo anch’io con apprensione quanto avvenuto nei tempi più recenti: dalla caduta del secondo governo Conte all’avvento del governo guidato da Draghi. Ciascuno ha i propri motivi di apprensione, poiché è evidente che l’Italia si trova, ancora una volta, nell’ennesima “crisi di sistema”. L’interrogativo cui occorre cercare di rispondere è: come si inserisce in questo contesto il governo Draghi? esso giustifica le speranze di coloro che pensano che possa giovare al paese per invertire una rotta che si presentava assai inquietante? Oppure, per il modo in cui è nato, costituisce una soluzione che presenta segni di pericolosità in quanto pone potenzialmente le premesse di soluzioni di segno autoritario? Dal che deriva un’altra questione: se convenga appoggiare con convinzione e determinazione l’attuale governo oppure si debba guardare a esso con “le armi al piede”. La seconda di queste scelte è quella fatta da Libertà e Giustizia, espressa dal manifesto uscito dalla penna di Gustavo Zagrebelsky, dal titolo parlante: “L’attesa messianica”, le cui tesi richiamo in rapida sintesi. Come dovere dello studioso, egli premette all’analisi che la sua vuol essere una riflessione non “condizionata da prese di posizione aprioristiche” e che Libertà e Giustizia valuterà “l’attività del governo Draghi in base a ciò che farà”. Ciò detto, passa a soffermarsi sulle “legittime preoccupazioni che esso reca con sé” a partire dalla sua genesi: il fatto che l’ultimo governo Conte sia stato “oggetto di un’imboscata” ordita da Renzi con la Lega e Forza Italia. Un dato allarmante per i progressisti. Ma “ancor più grave” che la chiamata di Draghi abbia avuto “il sapore di una radicale delegittimazione del ceto politico italiano, nella sua totalità”, resa possibile dall’incontenibile desiderio di partiti bramosi delle poltrone di governo, incuranti dell’“anomalia” rappresentata dall’assenza di una opposizione parlamentare. Quanto ai mezzi di informazione, si sono quasi all’unanimità impegnati a “magnificare” il nuovo governo “come se fosse un’àncora di salvezza a fronte dell’acclarata incapacità della politica di affrontare efficacemente i problemi del paese”. Segue l’affondo: contro una cultura che “si affida acriticamente a uomini della Provvidenza, prescelti dall’alto anziché mediante il meccanismo elettorale dettato dalla nostra Costituzione”; contro la minaccia che “la modalità di formazione del governo Draghi” possa rendere agevole il farsi avanti di “altri – e meno qualificati – uomini forti, spinti dal cinismo e dalla volontà di comando”. Insomma, strada aperta a oligarchie autoritarie. Questo il succo del manifesto degli uomini probi e responsabili che sentono quale propria missione di ergersi a guardiani della Costituzione e della Repubblica. Draghi è avvertito e con lui tutti noi. Zagrebelsky esprime preoccupazioni nei confronti del governo Draghi per il fatto che la sua nascita è riconducibile all’imboscata ordita contro Conte essendone primo artefice il famigerato Renzi. Non ci siamo. La strada a Draghi è stata aperta dallo stato confusionale in cui erano piombati sia Conte sia la maggioranza che non era più in grado di sostenerlo, tanto che il premier, i Di Maio e gli Zingaretti si erano ridotti alla ricerca dei cosiddetti “responsabili” ovvero transfughi di varia provenienza. Renzi avrà tanti demeriti, ma certo ha avuto il merito di mettere a nudo la paralisi di un esecutivo presieduto da un campione, venuto dal nulla, esponente di un trasformismo impudico, poggiante su partiti, i Cinque stelle e il Pd, in piena crisi interna: l’uno titolare di una maggioranza parlamentare usurata in quanto in palese contrasto con il consenso popolare; l’altro messosi a rimorchio del primo. In relazione a tutto ciò, affermare che la chiamata di Draghi abbia avuto “il sapore” di una radicale delegittimazione del ceto politico italiano è un non senso, poiché inverte la relazione tra causa ed effetto. E’ stato il naufragio dei partiti, spaventati dalla prospettiva delle elezioni, a provocare la chiamata di Draghi da parte del capo dello stato, costretto a fare i conti con una bancarotta politica. Tante cose noi poveri intellettuali possiamo perdonarci l’un altro, ma vi sono dei limiti. Arruolare Draghi tra gli “uomini della provvidenza” e addossargli il pericolo di poter creare le condizioni favorevoli all’avvento di una stirpe di oligarchi cinici e bari è troppo, è una caduta di stile e di pensiero. Draghi, che Dio lo rimeriti, è un pompiere che cerca di spegnere un incendio, facendo quel che può con i materiali usurati che gli offrono i partiti. E poi: non è vero che non vi sia più un’opposizione: la Meloni è viva e vegeta. A lei l’onere e l’onore (chi l’avrebbe mai detto!) di salvaguardarci dalla dittatura.

    Massimo L. Salvadori

     


    Nei prossimi mesi sarà molto divertente osservare il modo in cui le vestali della Costituzione si esibiranno in una magnifica disciplina circense: sostenere contemporaneamente l’incompatibilità con i valori della Carta costituzionale tanto del governo quanto dell’opposizione. Tutti cialtroni, tutti cattivi, tutti eversivi. Vedrà, caro Salvadori, che alla Zagrebelsky Associati, per liberarsi dall’orrore della politica, non resterà che fare affidamento a una vecchia idea: chiamare i carabinieri.
    Al direttore - Un vanitoso studente ha scritto su Facebook: “La società civile, cioè la società delle persone educate e perbene, […]”. C’è un modo infallibile per contrastare questi bias cognitivi, come li chiamerebbero i neuroscienziati: più cultura, più istruzione, più formazione permanente per i giovani e i meno giovani, per chi studia e chi lavora. Oggi la priorità è sconfiggere la pandemia, d’accordo. Ma domani, in un paese che vanta il più alto numero di analfabeti funzionali in Europa (dati Ocse), non dovrebbe essere questa la grande madre di tutte le riforme per una forza liberaldemocratica? Lo chiedo anzitutto agli amici attualmente più impegnati nella sua costruzione.

    Michele Magno



    Al direttore - Dice l’Anm che urge tutelare la salute delle toghe, porelle, altrimenti potrebbe rallentare o addirittura essere sospesa l’attività della magistratura. Per quanto il parere di un semplice cittadino agli occhi di lorsignori conti meno di zero, pur di non sottostare a cotanta incredibile e inaudita “richiesta”, fossi il governo lascerei tranquillamente sospendere sine die ogni attività della succitata magistratura. Vista l’efficienza e i tempi della giustizia italiana non se ne accorgerebbe nessuno.

    Luca Del Pozzo


    Sarebbe interessante sapere che cosa avrebbe detto l’Anm se a chiedere di vaccinarsi con urgenza per evitare di interrompere un servizio essenziale fossero stati non i magistrati ma i parlamentari.



    Al direttore - Ho seguito il suo consiglio e letto l’intervista di Alessandro Sallusti a Luca Palamara. A pensarci bene l’importanza di quel saggio non è quella di aver svelato delle verità nascoste e reso pubblici dei segreti: la lottizzazione delle cariche e l’uso politico della giustizia (non solo contro Silvio Berlusconi) sono fatti accaduti per decenni sotto gli occhi di chiunque volesse vedere. La novità sta nelle conferme da parte di un protagonista di quelle vicende, che per il ruolo svolto e  le funzioni ricoperte,  è certamente più affidabile  dei pentiti di cui si avvalgono le procure nelle loro indagini.  Al “Sistema” però dobbiamo un po’ di riconoscenza. Pare che, a suo tempo, contro la nomina di Nicola Gratteri a ministro Guardasigilli si mossero ‘‘pezzi da novanta del Sistema’’ che presero d’assalto il Quirinale. ‘‘Dico questo – assicura il dott. Palamara – non in base a supposizioni, ma per numerosi contatti che ho avuto in quelle ore’’… Ipse dixit.

    Giuliano Cazzola