Rischiare sulla scuola si può. Le balle di Salvini sui depositi radioattivi

Le lettere al direttore del 7 gennaio 2021

    Al direttore - Trump mollato dal vice e non può neanche cambiare maggioranza. 
    Giuseppe De Filippi


       
    Al direttore - Agostino Miozzo scrive sul Foglio che la scuola prima della pandemia non era perfetta e che non possiamo aspettarci che lo sia adesso. Tutto corretto. Ma da ciò non possiamo concludere che il rischio di rientrare a scuola sia accettabile. Lo contesta, fra l’altro, Paolo Giordano sul Corriere di ieri. Meno chiacchiere, più tamponi e tracciamento!
    Cordialmente.

    Leonardo Eva


    Paolo Giordano ha ragione, più tracciamento uguale più prevenzione e più prevenzione uguale migliore gestione.  Tuttavia, il punto sollevato da Agostino Miozzo è cruciale: una democrazia con la testa sulle spalle la chiusura delle scuole la considera come l’ultima ratio e non come una scelta tra le tante da prendere. La scuola non è a rischio zero ma  è un rischio per cui vale la pena rischiare qualcosa.


      

    Al direttore - Deposito dei rifiuti radioattivi. Cialtronismi e verità. Si è distinto, in bugie farlocche, il senatore Salvini. Ha accusato il governo di aver pubblicato la carta delle aree idonee per il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi “senza consultare regioni e comuni”. E’ il contrario: la carta esisteva dal 2014, predisposta dalla Sogin. Da allora, ben quattro governi l’hanno tenuta nel cassetto. Non è vero che indica siti. Si limita a indicare aree, in tutto il paese, dove (dopo uno studio approfondito) non sono emerse controindicazioni a localizzare il deposito. La carta delle aree serve poi, appunto, a selezionare siti candidati. Dopo una consultazione e un dibattito pubblico. Perché era bloccata? Per codardia. Molti politici, ignari del merito, temono il confronto sul deposito. Hanno paura che la popolazione, se informata, non sia in grado di capire di cosa si tratti. Non è così. Si spera nelle autocandidature. In Europa, e dappertutto nel mondo, la scelta del deposito nucleare è una vera gara tra territori per accaparrarselo. Sono molti e consistenti, infatti, gli incentivi ad accaparrarselo. E sono nulli i motivi di preoccupazione. Il deposito è, anzitutto, una grande infrastruttura. Occuperà 20 mila persone nei quattro anni previsti della costruzione. A regime occuperà 700 persone. Cui vanno aggiunti gli occupati nel parco tecnologico annesso. E’ un investimento di oltre due miliardi. Che stiamo già pagando: con una quota degli oneri speciali sulle nostre bollette elettriche. Con i fondi del Rf, invece, potremmo alleggerire tale onere. E’ un’infrastruttura obbligata. Siamo già in procedura di infrazione comunitaria per un ritardo ormai clamoroso. E’ un’opera urgente: attualmente i rifiuti radioattivi italiani sono dispersi in oltre 100 siti, stipati in modo precario e insicuro. Non è vero che riguarda solo rifiuti provenienti dalle ex centrali nucleari. Anzi. Dei circa 95 mila metri cubi di rifiuti radioattivi italiani, prodotti o in produzione, quasi la metà,   il 40 per cento, viene da altre attività: sanitarie (la gran parte), industriali e di ricerca. E’ un luogo di massima sicurezza. Nel deposito nazionale, il rifiuto radioattivo (dopo essere stato, in altro luogo, caratterizzato, isolato e trattato, per ridurre le quantità) verrà immobilizzato dentro ben cinque barriere di difesa impermeabili e resistenti a ogni incidente. Sarà al sicuro per 300 anni (il tempo di perdere del tutto la propria radioattività). I pochi rifiuti ad attività più alta (più lunga nel tempo) saranno tenuti in  sicurezza analoga, in attesa di essere sistemate in un deposito geologico, di profondità. Si discute di uno o più siti comuni in Europa a tale scopo. Ecco le verità sul deposito dei rifiuti radioattivi. Un paese serio, affamato di lavoro, si darebbe da fare per dotarsi di una infrastruttura così utile. Un paese poco serio, invece, si abbandona ai deliri demagogici del senatore Salvini.

     
    Umberto Minopoli, presidente Associazione nucleare italiana