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De Laurentis, la mascherina, la libertà Viva le scollature ai musei

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore -
Giuseppe De Filippi


Al direttore - Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, mercoledì sera passeggiava per Roma con 38,5 di febbre, senza mascherina e in attesa di un tampone. Fino a che punto, direttore, si può essere tolleranti?
Luca Martini 

 

Aurelio De Laurentiis è un semidio, non solo del calcio. Ma quando si assume la dimensione del semidio, come si sa, si ha anche qualche responsabilità in più. E tra le responsabilità di un semidio, in una stagione pandemica, ce n'è una che riguarda la libertà degli altri e che ormai non dovrebbe essere difficile da capire: mettersi la mascherina quando si sta in mezzo alla gente e non andare in mezzo alla gente quando si ha la febbre e soprattutto si aspetta un tampone (cose che De Laurentiis non ha fatto mercoledì sera uscendo senza mascherina dai palazzi romani che ospitavano l’assemblea della Lega calcio). Al presidente De Laurentiis, che ieri ha scoperto di essere positivo al Covid-19, auguriamo pronta guarigione di cuore e gli suggeriamo di invitare i suoi fan a fare quello che lui ha mancato di fare: mettersi la mascherina e ricordare, come suggerito su queste colonne dal nostro Carlo Alberto Carnevale Maffè, che fare i libertari duri e puri non è un pranzo di gala: “La rigorosa autodisciplina è il prezzo da pagare per pretendere che lo stato rispetti la tua libertà”. Un caro saluto.


Al direttore - Giuliano Ferrara lo leggo sempre. Sul Foglio, da abbonato. Prima lo acquistavo “a copia” seguendo le suggestioni della prima pagina; poi, vuoi un certo grido di allarme che era serpeggiato sul suo futuro, vuoi il conformismo e la cattiva scrittura spesso dominanti altrove, ho deciso per il full time. E ogni giorno trovo stimoli e scoperte, roba utile persino a uno come me che lavora dentro la scatola della tv.
Stamane scarico il mio abituale pdf e corro a leggere il Ferrara “papale”, meglio: “Antipapale”, visto che il titolo esordisce con “Questo Papa è tutto moralismo, ideologismo e pauperismo”. Un articolo da innamorato deluso, verrebbe da dire, o per essere più precisi da attendista ormai stanco di aspettare. Qua e là tuttavia, lo confesso, mi ci riconosco. Anch’io, se sto dentro l’orizzonte in cui si pone Ferrara, vorrei sentire dal Papa altre parole, altri ragionamenti, altri riferimenti e rovesciamenti di prospettiva. Però la memoria mi dice che qualcosa non torna, perché tante volte invece da Francesco in questi anni mi sono arrivate parole, ragionamenti, riferimenti, rovesciamenti e gesti preziosi, e se sento a volte una distanza mi chiedo – da discepolo di don Giussani e dunque “papista” in nome della libertà – se il problema è lui o sono io, il mio modo di pensare, i condizionamenti culturali in cui sono immerso, il mio sentire di europeo e italiano. Mi viene un’idea: verifichiamolo a caldo, andando a leggere al volo l’integrale dell’udienza di ieri che, pare, ha fatto saltare definitivamente la mosca al naso a Ferrara. Leggo e torno papista integrale, ma non per volontà supina, proprio per le ragioni cui accennavo prima, perché la “distanza” è data da qualcosa di Francesco che facciamo fatica ad accettare. E’ come se il suo sguardo fosse più semplice e insieme più largo, quasi parlasse un’altra lingua e avesse davanti tutti gli altri uomini che ci mancano, che il nostro sguardo italiano, europeo e occidentale non frequenta, non capisce, non vede, non “compatisce” da vicino, come invece fa il Papa argentino.
Ancora: il suo insistere sugli “scartati”. Anch’io sono tentato di vederci l’eco di un vecchio “ideologismo antimercato, pauperismo generico”, come lo chiama Ferrara. Poi leggo nel discorso all’udienza generale di mercoledì 9 (Catechesi  “Guarire il mondo”: 6. Amore e bene comune): “Sappiamo che l’amore feconda le famiglie e le amicizie; ma è bene ricordare che feconda anche le relazioni sociali, culturali, economiche e politiche, permettendoci di costruire una “civiltà dell’amore”, come amava dire san Paolo VI e, sulla scia, san Giovanni Paolo II. Senza questa ispirazione, prevale la cultura dell’egoismo, dell’indifferenza, dello scarto, cioè scartare quello a cui io non voglio bene, quello che io non posso amare o coloro che a me sembra sono inutili nella società. Oggi all’entrata una coppia mi ha detto: “Preghi per noi perché abbiamo un figlio disabile”. Io ho domandato: “Quanti anni ha? – Tanti – E cosa fate? – Noi lo accompagniamo, lo aiutiamo”. Tutta una vita dei genitori per quel figlio disabile. Questo è amore. E i nemici, gli avversari politici, secondo la nostra opinione, sembrano essere disabili politici e sociali, ma sembrano. Solo Dio sa se lo sono o no... Se le soluzioni alla pandemia portano l’impronta dell’egoismo, sia esso di persone, imprese o nazioni, forse possiamo uscire dal coronavirus, ma certamente non dalla crisi umana e sociale che il virus ha evidenziato e accentuato”.
Discorsi generici? Io più semplicemente la definirei “catechesi popolare”, di quella che tante volte da parte di tanti dotti parroci e predicatori non ci arriva più, ma che parla al cuore di tanti, magari anche a un pezzo del nostro. Oppure è proprio lì il problema: Francesco vuole parlare a una ragione che è più vicina anche al cuore, mentre da lui vorremmo i tormenti di Montini, il vigore di Wojtyla o l’acutezza di Ratzinger. Stiamo imparando a conoscere un cristianesimo popolare, con la sua lingua semplice e ambiziosa, extraeuropea, che tiene conto di tutte le sensibilità; e non ci siamo abituati. Caro Giuliano, non essere impaziente: fossi in te continuerei ad aspettare.

Massimo Bernardini



Al direttore - Proprio in Francia, nei primi venti anni dell’Ottocento, gli abiti Impero erano assai generosi nelle scollature. Benvenute le donne nei musei e ovunque, con le scollature o in riedizioni di abiti morning dress, che si vestano come vogliono, espressione di diritti da tempo conquistati. Surtout, pas de zèle !
Mario De Simoni

 

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