Il dramma di Willy Monteiro e la differenza tra la forca e la giustizia

Le lettere al direttore Claudio Cerasa del 9 settembre 2020

Al direttore - Nella tragica morte di Willy Monteiro, il male non è da ricercare nel pugilato o nelle arti marziali. I pugili e i lottatori rispondono a un codice etico che è quello di non usare mai la violenza fuori dal quadrato. In questo efferato omicidio, hanno fallito tutte le agenzie educative con cui i quattro giovani sono venuti in contatto: sono state incapaci di osservare e lavorare sui loro comportamenti aggressivi e la violenza, purtroppo, è un’abitudine molto difficile da destrutturare.
Andrea Zirilli

 

E’ terribile la storia di Willy Monteiro. Ma quando ci si trova di fronte a una storia di questo tipo chi si occupa di informazione deve scegliere che strada prendere. E la scelta in fondo è semplice: scommettere sulla cultura dello scalpo chiedendo “pene esemplari” senza avere informazioni precise su ciò che è successo oppure scommettere sullo stato di diritto aiutando il lettore a capire che differenza c’è tra un paese che invoca la forca e uno che invoca giustizia. Meno sociologia, più fatti, grazie.

 


 

Al direttore - I numeri sono eloquenti. E quelli della pandemia sommersa, dei malati di altro dal Covid-19, denunciano il rischio di una frattura tra servizio sanitario e consenso dei cittadini. Le prestazioni sanitarie non effettuate nel periodo dell’emergenza pandemica ammontano a circa 13,3 milioni di visite specialistiche e accertamenti diagnostici, 310 mila ricoveri, 600 mila interventi chirurgici, 4 milioni di procedure di screening per tumori. Si calcolano circa 24-30 mila mancate diagnosi di tumori maligni e una mortalità triplicata per patologia cardiovascolare. Una montagna di richieste inevase ha portato le liste di attesa a misurarsi in semestri, con un’incidenza non trascurabile su qualità e durata della vita dei cittadini. Certo, il decreto “Agosto” stanzia risorse economiche per incentivare medici e infermieri a lavorare oltre il dovuto contrattuale. Ma le misure previste si sono assottigliate con il passare del tempo fino a ridursi a lesinare sul valore economico della retribuzione oraria, cresciuta di ben 20 euro su quella ordinaria, per lavorare magari di notte e nei weekend, lordi ovviamente, come se lo stato non riprendesse con la mano destra la metà di quello che concede con la sinistra, e prima ancora che venga incassato. Nemmeno a pensarci di concedere ai medici pubblici ciò che è stato concesso agli insegnanti pubblici e a tutti i lavoratori privati, a spese delle tasse di tutti, cioè la detassazione di questa parte del salario. 
Quanto alle assunzioni permesse, o promesse, siamo al solito precariato di stato, fatto di lavori usa e getta che in pochi sono disposti ad accettare. C’è da dubitare dei risultati ottenibili da parte di professionisti sfibrati dalla dura esperienza primaverile, con ferie centellinate, se pure sono state concesse, e orari di lavoro e riposi derogati. Il ministero della Salute continua a legiferare su un mondo che non conosce, pretendendo anche di cambiare ope legis le funzioni dei medici in formazione specialistica senza peritarsi di cambiare il loro stato giuridico, che continua a rimanere, unico caso in Europa, quello di studenti. Cosa (non) si fa pur di non disturbare il padrone (universitario) del vapore. Nel frattempo, i cittadini sono costretti a tagliare le attese rivolgendosi al privato, quando non vi sono indirizzati dalle stesse regioni, mentre continua la fuga dei medici pubblici, i più giovani all’estero, dove trovano gratificazioni economiche e professionali, i meno giovani nelle braccia di un privato che sulle macerie della pandemia va riorganizzandosi. Ovviamente su linee produttive ad alta rimuneratività, lasciando al pubblico tutto il peso della emergenza e della urgenza. La crisi della sanità pubblica ha un nodo politico che il governo non vuole vedere: la frustrazione e l’insoddisfazione del personale del Ssn, medico soprattutto, numericamente carente, demotivato, stressato e oberato di attività già in tempi normali, cui la emergenza pandemica ha dato solo il colpo di grazia amplificando oltre ogni misura il disagio lavorativo. Il ministero appare in cerca di anima e di equilibrio tra pesi e priorità, tra ciò che è importante e ciò che è urgente, e rischia di confondere la questione strutturale della sanità da riformare con quella delle infrastrutture da preparare, un patto tra costruttori con il patto tra produttori dei tempi andati. L’impressione è che una politica senza progetto e visione, che confida nei bassi salari e nella logica del più forte, parli di riforme strutturali ma sia ancora alla lista della spesa. Con il paradosso del ministro della Salute esposto al rischio di divenire il curatore fallimentare del (fu) sistema sanitario (nazionale) migliore del mondo. Non solo moneta, non solo congiuntura, ma idee e competenze sono fondamentali per lo sviluppo di un sistema complesso come quello sanitario. Dove il capitale umano conta quanto e più di quello economico. Non capirlo significa continuare a seminare vento. Per raccogliere poi tempesta.

Costantino Troise
 

What a Mes.

 

 

 

Al direttore - Essere contro la caccia è pura ipocrisia. Adriano Sofri, esperto di molte cose, tra cui, da oggi scopriamo, anche conoscitore del mondo della caccia, dalle colonne del vostro giornale spiega che i cacciatori sono tutti sadici ipocriti, negando, o meglio, fingendo di ignorare la valenza dell’attività venatoria nella gestione della fauna selvatica. Da persona informata Sofri dovrebbe sapere, anche se dal suo articolo si evince l’esatto contrario, che in Italia vengono prelevate solo le specie che risultino essere in ottimo stato di conservazione (Direttiva UE 147/2009). Sono inoltre approvati dei piani di contenimento per alcune specie di fauna selvatica che, pur non essendo di interesse venatorio alcuno, creano ingenti danni alla nostra agricoltura. Il vostro “esperto” di caccia, oltre a vergare comodamente le sue tesi sulle pagine del quotidiano da lei diretto, dovrebbe sapere o casomai informarsi, circa quanto l’eccessiva presenza di fauna selvatica crei seri danni all’agricoltura in termini di raccolti distrutti, di cedimenti delle infrastrutture e di perdita di biodiversità, oltre a rappresentare un danno e un rischio per l’incolumità dei cittadini. Dovrebbe spiegare agli agricoltori che è giusto che i raccolti, frutto di duro lavoro e fonte di sostentamento per le loro famiglie, devono essere destinati a “pastura” per la fauna selvatica. Cominci a spiegare ai cittadini che molti dei danni idrogeologici del nostro paese sono provocati dall’aumento esponenziale delle nutrie in quanto, grazie anche e soprattutto alla ottusa disinformazione diffusa da persone come lui, siamo nell’impossibilità di adottare efficaci mezzi di contenimento. La vera ipocrisia è non voler riconoscere e valorizzare il contributo sociale e ambientale garantito dal ruolo attivo dei cacciatori. 

On. Maria Cristina Caretta, deputata di Fratelli d’Italia 

  

Le rispondo con una frase di Otto von Bismarck: “Non si dicono mai tante bugie quante se ne dicono prima delle elezioni, durante una guerra e dopo la caccia”. Un caro saluto.

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