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Il bonus per i figli? Una controproposta: diamolo ai genitori!

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - Idea Mes: chiamarlo Emilio?

Giuseppe De Filippi

Giusto. E a proposito di idee: ma piuttosto che rendere utilizzabile il bonus baby sitter dai nonni, molti dei quali come dice un fogliante malizioso hanno già un bonus niente male che si chiama retributivo, perché non mettere quel bonus nelle mani direttamente dei genitori?

   


  

Al direttore - Da qualche giorno si invoca l’eliminazione della responsabilità erariale per colpa grave così da tranquillizzare i pochi dipendenti pubblici che sostengono di non adottare gli atti dovuti per paura della possibile condanna dalla Corte dei conti.
Poiché non si può parlare di semplificazione (se l’azione erariale è necessariamente successiva alla realizzazione dell’opera, ridurre gli spazi della prima non può velocizzare l’iter della seconda), perché proporre una simile deresponsabilizzazione dell’azione amministrativa?
A differenza del comune cittadino che danneggi un bene comune, il pubblico dipendente gode già di un regime particolarmente privilegiato (che si è pian piano allargato a partire dagli anni 90, in coincidenza con la riduzione dei controlli preventivi dei Coreco e della stessa Corte dei conti) caratterizzato, soprattutto, dal fatto che è responsabile solo se ha agito quanto meno con “intensa negligenza, sprezzante trascuratezza dei propri doveri, grave disinteresse nell'espletamento delle proprie funzioni, macroscopica violazione delle norme, dispregio delle comuni regole di prudenza” (questa la definizione di colpa grave secondo la giurisprudenza costante delle Sezioni riunite della Corte dei conti).
Molti hanno dubitato della conformità di questo regime derogatorio rispetto a due articoli della Costituzione: il 28 (che pone il binomio potere / responsabilità al centro del rapporto tra amministrazione e cittadino) e il 97 (che fissa i principi di legalità e meritocrazia nell’amministrazione). La Corte costituzionale ha però ritenuto legittima l’attuale normativa perché idonea a rendere la prospettiva della responsabilità una ragione di stimolo e non di disincentivo. E’ saggio modificarla?
Attualmente, la vera emorragia di denaro pubblico non deriva dai comportamenti dolosi ma da quelli colposi: acquisto di beni inutilizzati, consulenze con privati nonostante le competenze presenti nella Pa, creazione di strutture o uffici inutili, erogazione di fondi (europei o nazionali) in misura maggiore del dovuto e così via. In tutti questi casi (che non si risolvono mai in mere violazioni formali ma implicano sempre comportamenti sostanziali), pur non essendovi né dolo né tanto meno reato, vi è un enorme spreco di denaro pubblico.
Nel 2019 l’importo complessivo delle sentenze di condanna in primo grado della Corte dei conti è stato di € 455.682.697 (di cui € 95.958.889 con decisioni passate in giudicato). Senza responsabilità per colpa grave, gran parte di questi danni non verrebbero risarciti e il relativo onere, dunque, resterebbe a carico dei cittadini. Ciò sarebbe tanto più grave nella presente fase storica, in cui si avverte la necessità di spendere ingenti quantità di risorse pubbliche garantendone però il buon uso e limitando gli sprechi.
Né, d’altro canto, le Procure della Corte dei conti possono essere accusate di esagerata vis persecutoria: nel 2019, a fronte di 28.722 istruttorie aperte, vi sono state ben 23.939 archiviazioni e solo 1.162 citazioni, cui hanno fatto seguito 934 condanne in primo grado.
Una reale semplificazione normativa imporrebbe un radicale capovolgimento della ratio sottesa alla disciplina dei contratti pubblici, finalizzando le norme alla rapida esecuzione dell’opera e non già alla repressione di possibili reati (scopo che dovrebbe essere appannaggio della legislazione penale): del resto, l’avvenuto assorbimento della precedente Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici all’interno dell’Autorità anticorruzione ha contribuito a gettare su quell’intero settore (che, ricordiamolo, ha il più alto moltiplicatore occupazionale) lo stigma della corruzione.
Invece di procedere a un riordino di tale normativa, si suggerisce di consentire impunemente la violazione delle leggi vigenti, abbassando così i presidi di legalità e correttezza dell’azione amministrativa e dando un passaporto di impunità a quella piccola parte di dipendenti pubblici timorosi o incapaci, a danno dell’alta competenza e professionalità di tutti gli altri (oltre che del patrimonio pubblico frutto dei sacrifici dei contribuenti).
Secondo gli autori classici, Ercole, indeciso tra la via della virtù e quella della felicità, scelse la prima; il nostro Legislatore sceglierà la strada maestra della semplificazione o l’ingannevole scorciatoia della deresponsabilizzazione?

Luigi Caso

presidente dell’Associazione dei magistrati della Corte dei conti

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