Lo studio non apocalittico e da leggere sulla mortalità del coronavirus

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - Calenda messo in quarantena dal PE: non può fondare partiti per 14 giorni

Giuseppe De Filippi


 

Al direttore - Elezioni suppletive Roma centro: grillini al 4,3 per cento. Il vaccino Raggi funziona.

Michele Magno

Per non parlare di quello Salvini.


  

Al direttore - La vera criticità del coronavirus sta nella necessità di ricovero in terapia intensiva, non nel tasso di mortalità ad esso associato. In merito alla gestione dei casi di coronavirus, il tema vero è che un alto numero di chi ha contratto il virus necessita di essere ricoverato in posti letto di terapia intensiva. In particolare, si deve trattare di letti isolati o “isolabili”, per evitare l’ulteriore diffusione del virus. E qui sorge il problema, affrontato in questi giorni, dovuto alla scarsità di questa tipologia specifica di posti letto. Per quanto riguarda invece la mortalità, credo sia interessante recepire una riflessione dell’autorevole New England Journal of Medicine, che il 28 febbraio ha scritto “Se assumiamo che il numero dei casi asintomatici […] sia molto più alto del numero dei casi riportati, allora il tasso di mortalità potrebbe essere considerevolmente inferiore all’1 per cento”.

Nicola Bedin, presidente di Lifenet Healthcare

Come ha specificato ieri Borrelli, capo della Protezione civile, c’è anche un altro dato importante da tenere a mente: “Al momento ci sono 34 morti (il dato si riferisce a domenica, ieri i morti sono arrivati a 52, ndr). Però occorre precisare che la dipendenza di questi decessi da coronavirus non è ancora stata accertata per nessuna di queste morti”.


  

Al direttore - Ci siamo evoluti al di sopra delle altre specie per la socialità. Il nostro linguaggio e il nostro cervello, in grado di elaborare concetti astratti, ci hanno consentito di organizzarci in gruppi e gerarchie e dominare il mondo animale. L’arte, il bello, la religione, sono concetti che assumono il senso che gli diamo, solo grazie alla socialità. E il nostro sistema di incentivi, monetari e non, è fatto per premiare innanzitutto gli estroversi, i comunicativi. Misuriamo il successo sulla capacità di influenzare gli altri. Non stupisce, dunque, che abbiamo una difficoltà culturale così forte ad accettare che il “social distancing” sia, indipendentemente da tutto, il principale strumento di contenimento del contagio. Perché tutto ciò che è buono e giusto, abbracciarci e gioire con gli altri, tifare o pregare insieme, ballare o imparare in gruppo, è, oggi, il comportamento che aumenta il rischio. Perché la socializzazione delle emozioni e delle esperienze, positive o negative che siano, è impresso nel nostro modo di essere. E, quindi, siamo cognitavamente molto esposti ad accettare i ragionamenti di chi ci dice che queste rinunce non hanno senso, non sono giustificate, perché il rischio non è così alto, perché uccidiamo il pil, perché gli altri paesi non ci seguono… Ed è facile pensare che chi va in giro con la mascherina o rifiuti il nostro invito a cena sia un paranoico egoista. E io, invece, chiedo di ragionare sul fatto che la salute è (anche) un bene pubblico, come l’ambiente. Come per l’ambiente, gli incentivi individuali, la mano invisibile, non funzionano bene. “Cosa vuoi che sia l’impatto del mio comportamento? Una goccia nel mare”. Perché, forse, chi va al lavoro con la mascherina essendo sostanzialmente asintomatico, ma si sente il raffreddore di stagione, sta proteggendo te e non se stesso. E, invece, chi, anche in totale buona fede, pensa che non si debba esagerare e, in sostanza, se ne sbatte, perché la percezione del rischio individuale è bassa (il 95 per cento guarisce, muoiono solo gli anziani con altre malattie) e la sua equazione personale lo porta a propendere per non cambiare comportamenti, è invece come chi non fa la raccolta differenziata o butta la cicca per terra. Perché mentre giriamo, portatori sani e spavaldi, dobbiamo domandarci a chi eventualmente la stiamo passando. E se ci capiterà, Dio non voglia, di essere in quella percentuale dei “non vecchi” che finisce in rianimazione (perché quella percentuale esiste) chiediamoci a chi stiamo togliendo quel letto. Perché non ne abbiamo infiniti. E anche se morissero solo anziani e deboli, chiediamoci che società vogliamo essere, chiediamoci se non valga la pena sacrificare a loro il pil di tre mesi, chiediamoci in quale statistica si legge questa cosa qui.

Alessandro Fracassi

Lettera molto bella. Ma c’è un punto da chiarire. Penso che nessuno metta in discussione le severe scelte adottate come misure di prevenzione e penso che nessuno abbia qualcosa da obiettare alla teoria di Ilaria Capua, ovvero che in casi come questi è preferibile adottare la dottrina del better safe than sorry, meglio fare qualcosa in più per proteggere che far qualcosa in meno che ci costringa un giorno a chiedere scusa. Il punto, semmai, è chiedersi se non ci fosse un modo diverso di presentare le misure di prevenzione evitando che il contagio del coronavirus infettasse non solo molti pazienti ma anche l’immagine di un intero paese.


   

Al direttore - Il ministro Costa dichiara che le recenti foto della Nasa sulla Cina dimostrano che l’inquinamento si può battere. Forse scherzava. Almeno spero.

Chicco Testa

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