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Moretti e quella strana idea di giustizia. Il problema non è il centro che non c’è ma il Pd che non c’è

Le lettere al direttore del 22 giugno 2019

22 Giugno 2019 alle 06:00

Al direttore - Voto al Csm, vietato non portare il cellulare in cabina.

Giuseppe De Filippi

 


 

Al direttore - Il Quirinale dice che ora si volta pagina? Come? Con l’idea insensata e incostituzionalissima del sorteggio? Con altri criteri di votazione come se non fosse esclusivamente un problema di mentalità e di cultura da parte di una categoria che ha troppo potere soprattutto per responsabilità della politica? Non si sa e non lo sapremo probabilmente mai. A pagare sarà qualche “mela marcia” già individuata. Tra analisi etnogeografiche di chi è diventato procuratore capo per volontà evidente dello spirito santo e richiami pomposi e patetici a magistrati morti con cui le toghe si sciacquano la bocca al fine di prendere in giro il mondo. In realtà sono tutti pronti a continuare come prima. A usare il virus interceptor che viviseziona i comuni mortali minuto per minuto ma che scandalizza solo quando ci incappano lorsignori. Insomma non è successo niente come mormorava il grande Everardo a “quelli che il calcio” mentre risuonerà sempre l’urlo di Bracardi “in galera in galera”. Ma Bracardi almeno faceva ridere questi. E sempre beato chi ha fiducia nella giustizia perché sarà giustiziato.

Frank Cimini


 

Al direttore - Mauro Moretti e altri dirigenti del “sistema Fs” sono stati condannati anche in Appello per la strage alla stazione di Livorno del 2009 in cui morirono ben 32 persone. La tragedia fu provocata dallo scoppio di un vagone proveniente dall’estero. Con tutto il rispetto per i giudici di Firenze non riesco a spiegarmi come sia possibile essere ritenuti responsabili di omicidi che avvengono a centinaia di km di distanza dal letto in cui, in quelle stesse ore, Moretti e gli altri stavano riposando.

Giuliano Cazzola

 

La condanna di Moretti, come ha giustamente segnalato Marco Taradash, è la Giustizia del Tribunale del Popolo, “che vige in Italia da ben prima che il Popolo si costituisse in Potere politico oltre che giudiziario”. Ingiustizia è fatta.


 

Al direttore - Essere elettore del Pd (come io sono) è diventato un mestiere assai gravoso, degno di comparire nell’elenco delle mansioni usuranti che danno diritto al pensionamento anticipato. Infatti, votare per un partito sull’orlo di una permanente crisi di nervi è ormai altamente rischioso per l’equilibrio psicofisico anche del più paziente tra i suoi sostenitori. E’ bastato il coinvolgimento di Luca Lotti nell’affaire Palamara per farlo precipitare ancora una volta nel caos. E’ bastata la scelta della nuova segreteria per interrompere la tregua armata degli ultimi mesi tra renziani e antirenziani. Né gli appelli di Zingaretti all’unità interna sembrano in grado di chiudere la guerra civile iniziata dopo la sconfitta al referendum costituzionale. La verità è che allora sono nati due partiti diversi, i quali hanno in comune solo un reciproco rancore viscerale. A mio avviso, si illude chi pensa che quella frattura si possa ricomporre esorcizzando il problema posto da Carlo Calenda, ancorché non sempre in modo felice. Il progetto di un Pd a vocazione maggioritaria è fallito, e non si vede all’orizzonte una leadership capace di rimetterne insieme i cocci. Nel frattempo Salvini continua a spadroneggiare nel dibattito pubblico, sfruttando la sua superiore abilità propagandistica e il vuoto di idee in cui latita la sinistra. Meglio una separazione consensuale, a questo punto, che una convivenza forzata sotto lo stesso tetto. Se ne gioverebbe l’opposizione tutta, con due forze – una di ispirazione liberaldemocratica e l’altra vicina al campo del socialismo europeo – che potrebbero rivendicare liberamente la propria identità per poi allearsi definendo un programma condiviso di riforme che sappia parlare “ai deboli e ai forti”, alle classi meno abbienti e ai ceti della produzione e del lavoro. Inoltre, forse se ne gioverebbero gli stessi iscritti e militanti del Pd, non più torturati dalle interminabili risse intestine di capicorrente narcisi e livorosi. In una delle sue magistrali lezioni di filosofia morale, Hannah Arendt osservava che il sadismo è curiosamente assente nel catalogo canonico dei vizi umani. Eppure il puro piacere di infliggere il dolore e di contemplare la sofferenza – aggiungeva – dovrebbe essere considerato il vizio di tutti i vizi. Per secoli è stato rappresentato solo nella letteratura pornografica e nell’arte della perversione. Lo si è sempre rinchiuso tra le pareti della camera da letto, e solo di tanto in tanto si riesce a trascinarlo nelle aule dei tribunali. Da qualche anno, invece, è praticato apertamente dalle parti di Largo del Nazareno. Tertulliano e Tommaso d’Aquino annoveravano, in perfetta innocenza, la visione dei dannati all’inferno tra i piaceri che attendono i santi in paradiso. Gli attuali dirigenti del Pd non sono ovviamente dei santi, e quindi non avranno questa opportunità. Ma nella vita terrena anche per loro dovrebbe valere la prescrizione somma dell’etica cristiana: “Non fare agli altri ciò che non desideri sia fatto a te stesso”.

Michele Magno

Non credo che il tema sia la scissione e la nascita di un nuovo soggetto politico. Il tema vero è come sia possibile che un partito che sta all’opposizione litighi sul giusto modo per fare opposizione. Il tema vero è come sia possibile che un partito che sta all’opposizione del governo più pericoloso mai avuto dall’Italia dal Dopoguerra a oggi sia al 20 per cento e non al 30 per cento. Il tema vero è come sia possibile che un partito che potrebbe tornare a essere maggioritario si sia convinto di non avere più possibilità di essere maggioritario. Il tema vero è come sia possibile che di fronte a uno scenario politico così liquido come quello in cui viviamo (il vecchio Pd ha perso 20 punti in quattro anni, il M5s ha perso 15 punti in 14 mesi, la Lega ha guadagnato 30 punti in sei anni) ci sia un partito di opposizione che si occupa delle stampelle e non di come tornare a correre. Un partito di centro prima o poi nascerà ma il vero tema non è il centro, cosa può fare, ma il Pd, e cosa non riesce a fare.


  

Al direttore - La proposta di Lega e 5 stelle riguardante la “reformatio in peius” del procedimento di nomina del vertice della Banca d’Italia, trasferendo la competenza in parte al governo, in parte al Parlamento, prelude a tentativi di spartizione partitica, secondo il “metodo delle spoglie”, delle nomine e di assoggettamento della Banca alle scelte dell’esecutivo. Accompagnandosi con gli altri progetti miranti alla statizzazione dell’Istituto e al trasferimento della proprietà delle riserve auree al Tesoro, confligge apertamente con l’autonomia e indipendenza fissate dal Trattato Ue per il Sistema europeo di banche centrali; contrasta, altresì, con l’attuale assetto dei “partecipanti” al capitale dell’Istituto (che non hanno poteri in nessuna delle funzioni istituzionali); cela senza riuscirvi la voglia di tornare a una situazione ante “divorzio consensuale” Tesoro-Bankitalia e l’intento, espresso da un esponente di rilievo dello schieramento sovranista in una intervista televisiva, di fare intervenire la politica, per esempio, sulle aggregazioni bancarie o sulle Bcc; sconsideratamente supera i poteri di intervento di ultima istanza del capo dello stato nelle nomine in questione. Non è necessario considerare questa proposta, insieme alle altre ricordate, come una preparazione di Italexit. Sono di per sé insostenibili e andranno contrastate. Ma l’opposizione batterà un colpo? E gli ambienti culturali faranno la loro parte? O prevarrà il “nicodemismo”? Magari per poi parlare a buoi fuggiti? Ma, prima ancora, il premier Conte e il ministro Tria cosa ne pensano? Con i più cordiali saluti.

Angelo De Mattia


 

Al direttore - Il buon proponimento: “Il governo sta elaborando un programma complessivo di revisione della spesa corrente comprimibile e delle entrate, anche non tributarie” (Lettera all’Europa del presidente del Consiglio Conte). Il cattivo comportamento: “Non è stato avviato per il 2019 il processo di revisione della spesa interno al ciclo di programmazione di bilancio (ex art. 22 bis, legge 196/2009). La mancata individuazione, già all’interno del Def, degli obiettivi di spesa dei ministeri impedisce il pieno coinvolgimento delle amministrazioni nella razionalizzazione della spesa, limitando così l’implementazione delle innovazioni alla legge di contabilità che potrebbero contribuire al miglioramento della capacità di indirizzo e programmazione nella politica di bilancio” (Audizione del presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio sul Def 2019, 16 aprile 2019).

La (vana) speranza del presidente Conte: che a Bruxelles facciano come nel Parlamento italiano sui minibot : votino senza leggere.

Enrico Morando

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