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Il congresso più importante è quello che non si farà a destra

Le lettere del 22 dicembre al direttore Claudio Cerasa

22 Dicembre 2018 alle 06:00

Al direttore - In zona cesarismo.

Giuseppe De Filippi

O anche zona Niccolai.


 

Al direttore - Parafrasando una vecchia favola, c’era una volta un principe (il governo) che, per entrare nel palazzo incantato dove dorme la bella che lo aspetta (l’Italia), deve superare tre prove: guadare un fiume in piena (un debito pubblico stratosferico); abbattere il drago che sbarra la porta del palazzo (la Commissione europea); risolvere un enigma inestricabile (rilanciare la crescita gonfiando la spesa corrente e riducendo quella per investimenti). Nonostante l’esultanza dadaista di Salvini (“vorrei sempre perdere così”) e di Di Maio (“risalirei sul balcone anche ora”) per l’accordo raggiunto con Bruxelles, nessuna delle tre prove è stata superata. Stando ai sondaggi, infatti, la manovra del popolo non piace alla maggioranza del popolo. Forse anche perché conosce un’antica verità, ovvero che al tempo del Carnevale -in cui ogni follia è lecita- segue sempre il tempo della Quaresima, quello dell’espiazione e della penitenza. Fuor di metafora, perché ha capito che il reddito di cittadinanza e i pensionamenti anticipati per alcuni saranno pagati da tutti con l’aumento dell’Iva e con una bassa crescita. Stando sempre ai sondaggi, tuttavia, quasi sei elettori su dieci restano fedeli ai due partiti della coalizione gialloverde. La contraddizione è solo apparente, e si spiega con la scarsa credibilità delle principali forze di opposizione. La creatura di Berlusconi continua a puntare sulla riunificazione della famiglia di un centrodestra che non c’è più, dove nella migliore delle ipotesi ricoprirebbe il classico ruolo del parente povero. Dal canto suo, il Pd vive una crisi di identità e di leadership che non si risolve dall’oggi al domani. Le culture politiche, come i patrimoni, si consumano se non sono bene amministrate. E i programmi dei candidati alla sua guida sono evanescenti, si formano e si deformano come le nuvole in una giornata di vento. Per esperienza personale e da qualche lettura ho imparato che un partito è fatto soprattutto di due cose: di organizzazione e di passione ideale. Quando non c’è né l’una né l’altra, molti di coloro che, magari animati esclusivamente da spinte morali, sarebbero disponibili a dare una mano per costruire un’alternativa al sovranismo straccione dei pentaleghisti, si tengono ben lontani dalle logomachie e dai giochetti di potere di capicorrente rancorosi e narcisi. Mi rendo perfettamente conto che rigore e chiarezza d’idee sono virtù rare. Ma ho ragione di credere che, se il Pd non si pone queste mete e non supera con uno scatto di orgoglio collettivo personalismi e risse intestine, è destinato a un declino che potrebbe perfino essere inarrestabile, a uscire di scena come quei personaggi secondari che scompaiono al primo atto, quando il dramma è appena cominciato.

Michele Magno

 

Caro Magno, lei fa bene a ricordare i limiti del Pd. Ma a voler essere sinceri il partito che avrebbe bisogno di più attenzione, di più cura, di più lavoro, di più progetti non è il Pd, destinato a essere per forza di cose oggi un partito più socialdemocratico che democratico, ma il partito conservatore italiano, Forza Italia, la costola italiana del Ppe, che pur con tutta la buona volontà del mondo non riesce a fare una cosa che agli partiti conservatori riesce ancora piuttosto bene in tutta Europa: non vincere, ma semplicemente esistere. Il congresso del Pd è importante. Ma non quanto la necessità di creare uno spazio politico forte per tutti quegli elettori che non si riconoscono nei partiti di governo e che non hanno voglia di dare un voto a un partito come il Pd, che ha mille qualità ma che al prossimo giro, speriamo di no, rischia di ritrovarsi a fianco del Movimento 5 stelle.


 

Al direttore - Qualche settimana fa il Ministro del Lavoro, ha definito le Agenzie per il lavoro (che si ostina a chiamare interinali, anche se ormai da 15 anni sono soggetti polifunzionali), il nuovo caporalato. Ieri un Senatore pentastellato, ha paragonato un’agenzia per il lavoro a dei “pusher” e “spacciatori”. Mi permetto di fare un po’ di chiarezza. Il mercato della droga, a cui il Senatore paragona le agenzie per il lavoro, è un mercato del venditore, oligopolistico al centro, ha una consistente fascia di operatori a livello intermedio e una gestione polverizzata dei punti vendita. La vendita è in mano alla criminalità organizzata che definisce la dinamica dei prezzi e canalizza il mercato verso un prodotto. Gli spacciatori quindi sono l’anello finale della catena dell’offerta ed essendo le agenzie per il lavoro autorizzate dal Ministero del Lavoro, non si fa altro che ricondurre nell’illegalità anche chi autorizza tali soggetti. Allora perché mistificare la realtà ed esasperare gli animi contro soggetti che da anni aiutano giovani e meno giovani ad orientarsi nel mercato del lavoro, a formarsi e a dare loro continuità professionale? A chi giova? Sono convinto che i membri del Parlamento abbiano una responsabilità aggiuntiva rispetto agli altri comuni cittadini: quando fanno affermazioni, dichiarazioni o usano i social network per fare comunicazioni o esternazioni, coinvolgono con le loro parole, la credibilità delle Istituzioni in cui operano al servizio dello Stato. Non va mai dimenticato. Con il massimo rispetto per le Istituzioni le parole hanno un peso e hanno bisogno di conoscenza.

Andrea Zirilli

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