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Tanti nemici, tanti oneri. Occhio a trasformare la politica in un reato

Le lettere al direttore Claudio Cerasa del 22 novembre 2018

22 Novembre 2018 alle 06:00

Al direttore - Non è importante di che colore è la scarpa, l’importante è che ci ha dato un calcio in culo #juncker

Giuseppe De Filippi


Al direttore - Le ruspe nel quartiere abusivo dei Casamonica sono la prova generale per quando “spezzeremo le reni” a Bruxelles?

Giuliano Cazzola

Tanti nemici, tanti oneri.


 

Al direttore - Al mio amico (e Musa) Giuliano mi ribello: il 99 per cento, nel consesso di cui parliamo, non è quello che ha messo alla gogna lo scetticismo del capelluto Corallo. Dove parlava è stato (scandalosamente) tollerato. E non per volteriane o erasmiane virtù degli astanti. Lì, in quell’assemblea, il dubbioso non era lui. La semiologia di Corallo e le punture a Burioni sono, in quel contesto, non evocazioni di libertà ma richiami della foresta: macchine di consenso che evocano sentimenti (dissimulati) a lui assai più vicini di quanto appaia. E vicini al sentire reale, non detto, del 99 per cento, del consesso che lo ha ascoltato in silenzio. Lasciandosi (piacevolmente, scommetto) turbare. Credimi Giuliano. Fa bene Burioni a preoccuparsi. Tu li conosci quanto me.

Umberto Minopoli

Burioni è un eroe civile ma non tutti posso permettersi di essere Burioni e ha ragione l’Elefantino quando dice che “non ha tutti i torti il qualsiasi che ci chiama a essere meno unici, supereroici, narcisi e molesti nella nostra infinita, iterata, eccessiva competenza pedagogica”. Smack.

Al direttore - E’ cambiata la jacquerie. Un tempo si scendeva in strada in camicia, rossa o nera. Adesso vanno di moda i gilet (gialli).

Gino Roca


Al direttore - Le più recenti evoluzioni del dibattito politico e le vicende connesse alla legge di stabilità, mi spingono ad alcune riflessioni. La prima affermazione che mi sento di fare è che non è vero che il popolo ha sempre ragione e va comunque assecondato nella sua volontà. Non è naturalmente in discussione il principio democratico alla base della nostra civiltà occidentale, che trova la sua espressione più efficace e condivisa nell’articolo 1 della Costituzione italiana laddove dice: “La sovranità appartiene al popolo”. E’ un principio indiscutibile ed è una conquista di libertà, che non ammette riserve. Quello su cui vorrei portare la riflessione è però il seguito dello stesso articolo 1 che aggiunge: “Che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. In altre parole, la nostra Costituzione chiarisce, fin dal suo primo articolo, che la sovranità popolare è comunque soggetta a dei limiti, concepiti proprio a garanzia dell’interesse generale dell’intera nazione e della generalità dei cittadini. La Costituzione contiene anche altre norme che confermano questo limite alla sovranità popolare. Un limite che la propaganda politica di questi mesi sembra ignorare o disconoscere. L’art. 75, infatti, non ammette referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazioni a ratificare trattati internazionali. Segno evidente del fatto che, alcuni temi per i quali sarebbe fin troppo facile o pericoloso, inseguire o seguire il consenso popolare in danno dell’interesse più generale della collettività e della Nazione, devono essere sottratti alla volontà e alla consultazione popolare, affidando la responsabilità di queste decisioni a chi è stato comunque democraticamente eletto dal popolo e deve con competenza e responsabilità assicurare il governo della Nazione nell’interesse generale. Ma va in questa direzione anche l’art. 67 della nostra Costituzione, che molte componenti politiche oggi vorrebbero capovolgere: “ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Questa disposizione infatti esprime il pensiero illuminato dei nostri costituenti, secondo cui l’interesse della nazione deve prevalere sull’interesse delle diverse componenti sociali, che rappresentano la base elettorale di questa o quella forza politica. E unicamente a questo interesse generale deve conformarsi il comportamento di ciascun parlamentare, indipendentemente da chi lo abbia eletto. Esattamente il contrario di quanto oggi vediamo sulla scena politica. Il secondo pensiero è questo. Per anni sono stati additati al pubblico disprezzo i “professionisti della politica”. Io credo viceversa che la politica abbia bisogno di professionalità, alla pari di qualsiasi altra funzione nel nostro vivere civile. E tutto questo costituisce anche una grande responsabilità di tutti noi cittadini: riprenderci in mano il nostro destino, di costruire una nuova politica, di recuperare il senso di comunità e di appartenenza solidale che serve nei momenti difficili di un paese e di abbandonare quei comportamenti faziosi, di conflittualità permanente, di rancore sociale, di egoismo personale, generazionale o settoriale che sembrano essere l’unico alimento di cui si nutre e di cui è capace la modesta politica di questi nostri tempi.

Maria Cristina Piovesana

Presidente vicario di Assindustria Venetocentro Imprenditori Padova Treviso

Un giorno capiremo che le battaglie anti casta non hanno avuto solo l’effetto di indebolire il Parlamento ma hanno avuto l’effetto di trasformare sempre di più in un reato il mestiere della politica.

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Commenti all'articolo

  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    22 Novembre 2018 - 16:04

    Così, il direttore: “Un giorno capiremo che le battaglie anticasta non hanno avuto solo l’effetto di indebolire il Parlamento ma hanno avuto l’effetto di trasformare sempre di più il mestire della politica in un reato”. Certo, detta così è di effetto. A condizione che, però, non si insinui una equivoca inversione tra “effetto” e “causa”. Diciamola, allora, tutta: “Un giorno capiremo che la insana battaglia per la costruzione dell’ “uomo nuovo” combattuta a colpi di politicamente corretto per mortificare ogni evidenza di natura e di buon senso, non ha avuto solo l’effetto di trasformare il “diritto” nell’ “ipertrofia dei diritti”, ma anche il conseguente effetto di instaurare l’ irreversibile “dittatura del desiderio” che sta trasformando il normale mestiere di vivere (non solo di fare politica) in un reato”. E’ il trionfo della “democrazia del narcisismo” di cui ha scritto Giovanni Orsina a proposito dell’antipolitica: “effetto” e non “causa” del disastro che stiamo vivendo.

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