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Stand by me

Perché i nostalgici degli anni Ottanta (e qualche millennial) vanno pazzi per “Stranger Things”

27 Luglio 2016 alle 06:15

Stand by me

La scena imperdibile sta all’inizio del secondo episodio. Una ragazzina piuttosto male in arnese – capelli rapati a zero, un numero tatuato sull’avambraccio – viene accolta in casa da un ragazzino e da due compagnucci che assieme a lui passano i pomeriggi a giocare quella mania d’altri tempi che fu “Dungeons & Dragons”. Ha addosso solo una maglietta arancione – una divisa, non è chiaro di quale istituzione – quindi le offrono una tuta. Lei fa la mossa di cambiarsi, i tre in preda al terrore indicano il bagno e pretendono pure la porta chiusa.

 

Siamo nel territorio di Stephen King, geniale osservatore del momento pre-adolescenziale in cui i maschi preferiscono stare tra loro, le ragazze sono d’impiccio. Dura poco, lo racconta bene anche Wes Anderson in “Moonrise Kingdom - Una fuga d’amore”. Susy e Sam, entrambi dodicenni anche se lei ha gli occhi truccati come Françoise Hardy e lui il cappello di Davy Crockett, scappano insieme. Lui sa che deve darle il primo bacio, si fa così, e pure con la lingua. Lo fa, e poi sputa. In “Inside Out” di Pete Docter, è l’allarme rosso che scatta nella testa: “Aiuto, una ragazza!” (per l’antologia delle scene non basta lo spazio della rubrica, usiamo l’ultima digressione per ricordare che nel romanzo “Mr Mercedes” King raccontava un’auto assassina lanciata su una folla di poveracci in fila per un lavoro).

 

Gli ultimi – per ora – a inoltrarsi nel territorio si chiamano Matt e Ross Duffer, con la serie “Stranger Things” (gli otto episodi della prima stagione sono su Netflix). Per via di “Stand By Me”, il regno di Stephen King è presidiato in egual misura da Steven Spielberg, che in proprio contribuisce con “E. T.”. Tra i due sì è solidamente inserito J. J. Abrams con “Super 8”, prodotto appunto da Spielberg che ne approfitta per dar la sua benedizione (o passare le consegne). Vuol dire che la prima bicicletta con le ruotine entra in scena cinque minuti dopo i titoli di testa (assieme alla prima madre divorziata).

 

E’ la serie di cui si chiacchiera, segno che i nostalgici degli anni Ottanta sono una legione, tra spettatori e critici (va aggiunta agli entusiasti una manciata di millennial che si stupiscono di ogni cosa e reagiscono di conseguenza). Gente che a sentire “Demogorgon” prova la stessa reazione di Marcel Proust davanti a una madeleine (è il Principe dei Demoni nel gioco “Dungeons & Dragons", attendiamo un bell’editoriale sul tema “i nostri mostri erano migliori dei vostri Pokémon”). Figuriamoci che succede a vedere un telefono da muro di bakelite giallina, con il filo attorcigliato e il disco con le lettere, oltre che con i numeri.

 

I ragazzini giocatori erano in realtà quattro, altrettanti nerd maltrattati dai bulli – allora essere nerd non era figo come pare oggi che abbiamo visto “The Big Bang Theory”. Uno di loro scompare tornando a casa dopo un partitone. Siamo in una cittadina dell’Indiana, L’anno è il 1983, nel prologo (lo chiamiamo così perché i titoli di testa somigliano a copertine di Stephen King e gli episodi sembrano intitolati come capitoli) uno scienziato passa un momentaccio. Nel laboratorio le luci si accendono e si spengono. Lo sceriffo dorme in canottiera sul divano (segno sicuro di un’altra famiglia che non ha funzionato benissimo). E sì, certo, di nascosto dagli adulti si parla con il walkie talkie.

 

Per farsi un giro negli anni Ottanta, “Stranger Things” è una perfetta macchina del tempo, c’è pure Wynona Ryder pettinata come l’operaia Meryl Streep in “Silkwood”. Talmente esagerata – e priva di ironia – da sconfinare nella caricatura.

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