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Non solo Riccardo III

L’irresistibile fascino degli “a parte” per capire il gran successo di “House of Cards”

11 Febbraio 2015 alle 06:27

Non solo Riccardo III

Hanno funzionato magnificamente per secoli a teatro. Sono gli “a parte”: quando un personaggio si rivolge allo spettatore, finge che gli altri in scena non lo sentano, e sussurra speranze, timori, più spesso cattiverie. Pensieri che soltanto chi siede in platea è autorizzato a conoscere, anche se pronunciati a voce abbastanza alta da raggiungere l’ultima fila senza microfono (così gli attori recitavano una volta, ora sfoggiano sotto la parrucca la cimice da centralinista).

 

Con un “a parte”, il malformato Riccardo III di William Shakespeare informa il pubblico delle sue mire su Lady Anna: “Prenderò per moglie la figlia più giovane di Warwick. Sì, le ho ucciso marito e padre, ma che importa?”. La sventurata accetta – nulla è più irresistibile per una signora di un corteggiatore deciso – e i due convolano a nozze. Nel “Riccardo III” cinematografico, prima di indossare i panni e la pettinatura streghesca del mago Gandalf, Ian McKellen per far prima seduceva la vedova Annette Bening all’obitorio.

 

Ora gli “a parte” funzionano benissimo in televisione. Come accadeva con il romanzo, le serie ben fatte rubano e riciclano tutto quel che trovano, senza rispetto per l’Alto e senza pregiudizi per il Basso. In comune hanno anche la struttura del feuilleton, l’uscita a puntate che faceva venire l’angoscia da consegna a Charles Dickens, a Balzac e a Dostoevskij (unica differenza: il russo ancor prima di scrivere una riga si era già giocato il compenso alla roulette).

 

Zeppa di “a parte” è la serie americana “House of Cards”, scritta da Beau Willimon (i primi due episodi erano diretti David Fincher, poi solo produttore). Tratta, come già la serie inglese con lo stesso titolo, da un romanzo di Michael Dobbs che fu consigliere di Margaret Thatcher. I romanzi escono in italiano da Fazi, la terza stagione della serie sarà su Netflix il 27 febbraio. Se volete ripassare le prime 24 puntate – ormai sono come i classici, nessuno ammette mai di essere rimasto indietro, quindi pudicamente “si rivedono”, se è passato un po’ di tempo dall’uscita – dall’8 febbraio vanno on onda su Sky. Per le nuove c’è Sky Atlantic, anche se preferiremmo avere le puntate a disposizione tutte insieme su Netflix, come il resto del mondo. Perfino gli spettatori cubani le avranno, siamo gli unici rimasti indietro, senza poter godere – se vogliamo – la stagione in blocco. “Binge watching”, si chiama, e fu una delle novità, quando Netflix che prima distribuiva contenuti altrui si mise a produrli in proprio. Come se se una libreria decidesse di avviare una casa editrice, e sconfiggesse i colossi al primo colpo. La prossima a scendere in campo sarà Amazon, che ha arruolato Woody Allen.

 

Negli “a parte” di “House of Cards”, guardando in macchina (diremo sempre “macchina” anche se ormai è videocamera, come continuiamo a dire “manoscritto” molto dopo che gli originali dei romanzi non si scrivono più a penna), Frank Underwood informa gli spettatori sulle leggi della giungla washingtoniana, sulle sue proprie regole di (cattiva) condotta, perfino sul proprio matrimonio. “Amo questa donna più di quanto gli squali amino il sangue”: questa la sua dichiarazione d’amore alla consorte Robin Wright. Se lo sentisse, lei potrebbe ricambiare con piglio da Lady Macbeth. Quando spinge il marito all’assassinio, non quando si lava e rilava le mani dal sangue che solo lei vede: la coppia Underwood non conosce il pentimento. Due attori magnifici come Kevin Spacey e Robin Wright sfoggiano tutte le sfumature della perfidia mascherata da lusinga.

 

Gli “a parte” funzionano così bene che non ne notiamo l’artificiosità. Contro la regola che al cinema impone agli attori di non guardare mai in macchina, pena la fine dell’illusione (a teatro sarebbe la “quarta parete” immaginaria che sta tra il pubblico e gli attori, con cui hanno giocherellato i registi d’avanguardia). Fregato dal presidente che gli ha preferito un rivale come Segretario di Stato, Frank Underwood comincia la sua lunga marcia. E’ solo l’inizio, nella terza stagione ci saranno droni che spiano nelle camere da letto. Pronti a trovar materiale per confermare la più spietata delle leggi (in senso newtoniano, non costituzionale) di Frank Underwood: “Tutto è sesso. Tranne il sesso, che è potere”.

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