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Ritorno all’ombelico

Quanto diventa noiosa Lena Dunham se non si fa più i selfie sconci. Non è colpa dell’Iowa.

4 Febbraio 2015 alle 09:31

Ritorno all’ombelico

"Girls” cominciò con un selfie, e su un selfie si potrebbe esaurire. Era un selfie assai sconcio, proprio nei mesi in cui altri selfie sconci mettevano fine alla carriera politica di Anthony Weiner (in cambio, la consolazione di una caricatura sulla copertina del New Yorker: il giovanotto era immortalato a cavallo dell’Empire State Building, dove già si era arrampicato King Kong con la sua bella, mentre cercava a sua volta di immortalare il pennacchio art déco). Il selfie mandato dal moroso arrivava sullo smartphone di Hannah – “Oh my God!” era il commento – e mentre la ragazza decideva cosa fare, un altro messaggio: “Scusa, non era per te”. Da qui un consulto tra amiche: offendersi prima? offendersi ora? cercare la vera destinataria per farla fuori tra femmine? Seguiva un minigalateo sui mezzi di corteggiamento, elencati per sfigataggine: in fondo, ma proprio in fondo, la telefonata (pensate ai poveretti che avevano solo quella, foriera di impacci mentre un sms si può editare all’infinito: il progresso non è poi tanto male).

 

Gran nostalgia, va detto, dopo aver visto le prime puntate della quarta stagione (sulla Hbo dall’11 gennaio). Non per le sconcezze, che son sempre velocissime a sfruttare nuovi mezzi: dall’invenzione della fotografia all’invenzione della foto porno è un attimo. Per la bravura con cui Lena Dunham raccontava i fatti propri rendendoli interessanti. Erano storie brooklynesi – nel senso in cui abbiamo sentito dire “scrittore di Brooklyn”, categoria dello spirito che identifica i romanzieri come Jonathan Safran Foer: uno che, a furia di spiegare che non si mangia la carne, o al massimo si mangia quella uccisa con le proprie mani, ha prodotto danni gravissimi (le bestiole, pare, hanno poi avuto un pietoso colpo di grazia dal macellaio all’angolo). Da godere come una moderna educazione sentimentale, mica possiamo vivere in eterno compulsando Jane Austen o rivedendo i film americani intitolati “Come sposare un milionario” (ci sarebbe “Sex and the City”? Sì, ci sarebbe, purtroppo non è invecchiato benissimo).

 

Son sempre fatti propri. Solo che stavolta riguardano la scrittrice, non la ragazza goffa che si metteva nuda quando l’occasione lo consentiva (e anche quando l’occasione non lo consentiva, come una partita di ping pong). Hannah che voleva soldi dai genitori per scrivere in pace (“potrei essere la voce della mia generazione, o almeno… una voce… di una generazione”) è stata accettata all’università, specializzazione in Scrittura creativa. Parte quindi per l’Iowa, dove scopre che con 800 dollari ti affittano tre stanze e le bici possono stare senza catena. Lena Dunham in realtà ha studiato all’Oberlin college, Ohio (da New York sono comunque anni luce), la scena dura un po’ troppo, cominciamo a sperare di tornar presto nella metropoli, dove è rimasto il fidanzato Adam.
Macché, restiamo al college, seminario di scrittura. Gli allievi leggono i loro testi e comincia il gioco al massacro (ecco perché gli scrittori americani sono più bravi: crescono ascoltando critiche feroci, e poi riscrivono, e riscrivono ancora). Spiace dirlo: qui il brio di Lena Dunham sparisce. I romanzi, i film, le serie vivono di umiliazioni e brutte figure inflitte ai personaggi. Ma un conto è vedere uno che scivola sulla buccia di banana, un conto stare a sentire gente che discute sul tema “Come si racconta uno che scivola sulla buccia di banana?”: lo può fare solo l’interessato? Lo può fare qualcun altro che era presente? Non lo può più fare nessuno perché hanno di nuovo alzato l’asticella della correttezza politica senza avvertirci? Parlano di offese e sensibilità ferite, come fossero dal terapeuta della coppia. Nessuno mai cita il nome di uno scrittore.

 

Per fortuna, a casa, arriva l’amico gay di Hannah, annunciando una grande novità. Visto che i selfie gli riuscivano benissimo, ha provato a ruotare la fotocamera. Ora fotografa gli amici alle feste, ed è tutto soddisfatto per la meravigliosa idea mai venuta a nessuno (in tutte le puntate è l’ingenuo della situazione). Mai era capitato di invocare un ritorno all’ombelico, nel caso di “Girls” è assolutamente necessario.

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