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Svarioni e bugie

In 2.768 anni di storia Roma ne ha sentite di sciocchezze sul suo conto, ma non se la prende

24 Aprile 2015 alle 06:18

La gustosa cronaca, letta su Repubblica, sulla guida improvvisata che al Pantheon, dietro modesto compenso, racconta ai turisti più sprovveduti che il monumento era in origine un tempio greco, o che la regina Margherita, lì sepolta con il consorte Umberto I di Savoia, era nata in Danimarca, non deve stupire più di tanto. Ben altre fantasie fioriscono a proposito dell’Urbe e dei suoi 2.768 anni di storia, anche dove meno te le aspetteresti. Un quotidiano romano, qualche giorno fa, nel dare conto dell’avvenuto restauro della Piramide di Caio Cestio, l’ha chiamata a lettere cubitali nel titolone in cronaca “Piramide di Augusto”. Tutto questo, naturalmente, all’insaputa di Augusto, e proviamo a ipotizzare, per colpa di un lapsus, diventato lapsus calami, originato da una delle spine ficcate nel cuore della città. Vale a dire l’ancora remota risistemazione (tradotto: restituzione almeno alla minima decenza) del Mausoleo di Augusto, in piazza Augusto imperatore. Basti pensare che nell’agosto dello scorso anno, a pochi giorni dal bimillenario della morte del primo imperatore romano e mentre ci si accingeva a celebrarlo solennemente, un disgraziato guasto idrico aveva allagato il fossato del mausoleo, già di suo regolarmente occupato dalla spazzatura, ché i turisti hanno l’abitudine di buttarci lattine e bottigliette d’acqua vuota così come altri buttano le monetine dentro Fontana di Trevi. Ecco perché Roma non si offende, se qualcuno esercita la fantasia sulla sua storia o si sbaglia su un nome. Magari fossero tutti lì i problemi. Tutt’al più sorride (o ridacchia), perché si sa che nell’Urbe tutto è in scala maggiorata: panzane e promesse, monumenti e disastri, bellezza e bruttezza. La Bocca della Verità, per dirne una, il grande disco in pietra che raffigura il volto di una divinità marina, di fronte al quale milioni di turisti fanno disciplinatamente la fila trecentosessantacinque giorni l’anno, pregustando il brivido di infilare la mano nell’apertura, la Bocca della Verità, si diceva, altro non è (lo avreste immaginato?) che un tombino. Nobile, onusto di storia, magnifico e perfino misterioso, ma pur sempre il tombino nel quale defluiva l’acqua nel pavimento della cella del Tempio di Ercole (quello che tutti si ostinano a chiamare Tempio di Vesta, a causa di una vecchia ed errata attribuzione dovuta alla sua forma circolare, propria della dea romana del focolare. Che il suo vero tempio ce l’ha, ma nel Foro romano). Come dimostra anche questo caso, a Roma come ti muovi ti sbagli. Altro che prendersela con le guide non autorizzate del Pantheon o con i titolisti delle cronache cittadine. No, a oscurare l’umore di Roma non basta qualche svarione volontario o meno, e nemmeno la diffamazione dolosa la turba più di tanto. Che cosa si può pretendere, da una città dove i tombini sono sempre otturati ma che offre come attrazione di richiamo mondiale un tombino? Non è vero, insomma, che “Roma è una bugia”, come recita il titolo di un libro di Filippo La Porta uscito per Laterza un anno fa. E’ che Roma si difende anche raccontando qualche bugia. Stretta tra eterno ed effimero, vorrebbe solo un po’ di placida realtà, di banale normalità (strade pulite, autobus regolari, per fare due modesti esempi) che da queste parti sono invece la cosa più difficile da ottenere. Lo sapeva bene uno che Roma la amava davvero, vale a dire lo storico dell’arte Federico Zeri. Proprio a proposito del Mausoleo di Augusto abbandonato alla spazzatura mentre accanto l’architetto Meier progettava la teca di cemento e acciaio destinata a contenere l’Ara Pacis (da Zeri definita “il mammozzone”: la teca, non l’Ara Pacis), il grande studioso e grande amante di Roma implorava nel 1996, dalle colonne della Stampa, di lasciare in pace piazza Augusto imperatore: “Di ben altri provvedimenti ha bisogno Roma: di pulire e allargare il sistema delle fognature, per impedire che ad ogni temporale mezza città sia allagata, di modernizzare le vie di accesso dall'esterno, evitando che chi abita in provincia passi due ore di agonia ogni mattino”. Appunto.

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