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Piazza Martin Lutero

E così, nella sua infinita magnanimità toponomastica, anche Roma, capitale mondiale della cattolicità, si doterà finalmente di una piazza Martin Lutero. La delibera è ormai cosa fatta.

17 Aprile 2015 alle 06:15

E così, nella sua infinita magnanimità toponomastica, anche Roma, capitale mondiale della cattolicità, si doterà finalmente di una piazza Martin Lutero. La delibera è ormai cosa fatta. In pochi se ne sono accorti, ma la giunta capitolina ha detto sì, in data 13 marzo, e ha anche individuato il luogo adatto, con comprensibile soddisfazione della chiesa evangelica luterana in Italia (Celi) e dell’Unione delle chiese cristiane avventiste del Settimo giorno, che chiedevano dal 2009 una via o una piazza dedicata al teologo tedesco, iniziatore del protestantesimo. Tutto è perdonato, quindi, ammesso che di perdono ci sia mai stato bisogno: vuoi i solenni e implacabili anatemi indirizzati dal padre della Riforma alla città debosciata e al suo Papa corrotto (Lutero pensava soprattutto a Giulio II, che regnava all’epoca del suo unico viaggio a Roma, nel 1510); vuoi il saccheggio dei luterani lanzichenecchi che il 6 maggio del 1527 insanguinò e depredò l’Urbe (anche con l’attiva collaborazione, va detto, dei cattolici spagnoli, ché lanzichenecchi germanici luterani e spagnoli cattolici costituivano il nerbo delle truppe dell’imperatore cattolico Carlo V, il mandante della spedizione, tecnicamente guidata da Carlo di Borbone, contro Papa Clemente VII e la sua città).

 

La targa con scritto “Piazza Martin Lutero - Teologo tedesco (1483-1546)” darà presto il nome a una sorta di largo a metà di viale Fortunato Mizzi (irredentista maltese di origine italiana, del quale esiste anche un busto al Pincio). Tutto questo avverrà nel Parco del Colle Oppio, Rione Monti. Piazza Martin Lutero avrà dunque sede in un luogo verde e di non intenso passaggio, comunque in una parte nobilissima e piena di storia di una città che è sinonimo di storia. Siamo a pochi passi dalla neroniana Domus Aurea e dal grande viale intitolato alla divinità greco-egizia Serapide, il cui culto fu introdotto in Egitto da Tolomeo I, fondatore della dinastia ellenistica dei Tolomei, la stessa di Cleopatra. Il sovrano voleva trovare un punto di incontro tra la sua tradizione d’origine e quella del paese che gli era stato affidato dall’imperatore Alessandro Magno, e si inventò quel dio chimerico, sembiante da Zeus e funzioni da Osiride. Il culto di Serapide tra gli egizi non decollò mai, a differenza di quello che accadde tra greci e romani. Questi ultimi, come è noto, furono piuttosto onnicomprensivi dal punto di vista religioso, disposti a procedere per accumulazione piuttosto che per esclusione (per indifferenza, per naturale tolleranza o per entrambe). Tornando a Lutero, chissà se ripassando oggi da Roma, dopo quel disgraziato viaggio che tanto lo maldispose verso il papato (viaggio già cominciato all’insegna del nervosismo: l’allora monaco agostiniano portava in Curia una lettera di protesta per certe diatribe sorte nella comunità di appartenenza), chissà, dicevamo, se oggi sarebbe disposto a rivedere certe sue durezze. O si offenderebbe per quel vicino di targa greco-egizio? Potrebbe magari approfittarne per chiarire qualche malinteso. Scrive Lauretta Colonnelli nel secondo volume di “Conosci Roma?” (Ed. Clichy) che Lutero inorridì anche per il ricovero degli orfani al Santo Spirito, istituito da Innocenzo III nel 1198 per contrastare l’alto numero di infanticidi. Quando “visitò l’ospedale, nel 1511, fu scandalizzato nel vedere l’alto numero di bambini abbandonati. Pensava che fossero tutti ‘figli del Papa’”.

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