Non arrendersi alla cultura della morte

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06/06/2019

L a triste vicenda di Noa Pothoven, la ragazza olandese che ha chiesto l’eutanasia in seguito a una violenza sessuale subita da bambina con gravissime conseguenze psichiche e ha smesso di mangiare e bere fino alla morte assistita dai famigliari e da alcuni medici, suscita un dolore acuto e un profondo rispetto ma costringe a riflettere sulla sua vicenda umana e più in generale sulla libertà di scelta. Di fronte al dilagare dell’eutanasia e del suicidio assistito in alcuni paesi come l’Olanda o il Belgio, gli interrogativi sono molti. Innanzitutto c’è il fatto che sebbene si sia iniziato a concedere l’eutanasia ai malati in fase terminale per malattie croniche evolutive ci si ritrovi adesso con un numero sempre maggiore di richieste di morire per stress esistenziale o per malattie psichiche.

Come scrive il bioeticista John Keown in un recente lavoro, sempre più giovani adolescenti, malati mentali, anziani soli chiedono di morire. E paradossalmente le richieste provenienti dagli hospice, luoghi di cura per malati gravissimi, sono un numero esiguo, lo vediamo tutti i giorni lavorando in corsia o assistendo i pazienti a casa. Dietro ai casi come quello di Noa si nasconde un grosso rischio: quello della contaminazione di una mentalità che vede nella morte, mai buona per definizione, una soluzione possibile, una via d’uscita, quasi uno strumento tra gli altri che il medico può portare con sé per i casi più difficili e disperati. Ma le cose non stanno così. Pur ammettendo tutta la drammaticità di casi come quello della ragazza olandese, se la società si lascia pervadere dall’idea che morire sia in alcuni casi meglio che vivere il rischio è duplice. In primis le strutture di cure palliative che aiutano a vivere fino alla fine soffriranno per progressivo venir meno di risorse economiche e ancor prima umane e professionali: è quello che si osserva già oggi in paesi “evoluti”.

In secondo luogo sempre più malati, anziani, depressi e in alcuni casi giovani disperati subiranno una pressione sociale devastante, quella che fa sentire “inutili” e “inguaribili” anche quando non lo si è. In genere si può essere “inguaribili” ma mai “incurabili”. Le due conseguenze finiranno per alimentarsi a vicenda in un circolo vizioso: malati sempre meno accompagnati e spinti a farsi da parte nella società della “qualità della vita a tutti i costi” e sempre meno intelligenza e umanità per invertire la rotta. E allora, fatalmente, potremo assistere ai suicidi assistiti organizzati in un camper di un’area di sosta autostradale (la cosa si venne a sapere in Svizzera alcuni anni or sono) o all’invito di un operatore di una nota “agenzia per la morte” svizzera a terminare di bere il veleno, invito perentorio rivolto ad una madre che, chiesto il suicidio assistito, voleva rinunciarvi in extremis vedendo la figlia piangere al suo fianco.

E poi la grande domanda: in situazioni come quella di Noa Pothoven ci può essere vera libertà? “Non era libera di decidere”, ha affermato ieri lo psichiatra Eugenio Borgna, lui che per anni si è occupato della psiche umana femminile all’Ospedale Maggiore di Novara. Noa soffriva, soffriva enormemente, per una gravissima forma depressiva, “resa prigioniera nelle sue decisioni da una visione della vita frutto della malattia psichiatrica”, una visione che con tutti i mezzi possibili poteva e doveva essere cambiata. La ragazza, afferma ancora Borgna, “doveva essere aiutata a guarire, non a morire” e questo ancor più a 17 anni quando il tempo a disposizione è lungo e la freschezza giovanile, se ben indirizzata e sostenuta, può fare miracoli. “Amare vuol dire lasciare andare” ha scritto la ragazza in una delle sue ultime lettere. Ha fatto centro: amare può voler dire lasciare andare ma mai far morire. Che sia una prescrizione di un farmaco letale che il malato assumerà in solitudine, che sia un’iniezione letale, il volto della “buona morte” è sempre nefasto e il fatto di sceglierla non la addomestica, anzi, la rende in un certo senso ancor più vittoriosa. Su Noa e su tutti noi.

Ferdinando Cancelli