Minibot: i mattoni dell’Eurexit

Il Signor Rossi e Paolino spiegano l’illusione monetaria che c’è dietro alla valuta parallela che porta fuori dall’euro

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06/06/2019

I l Signor Rossi, terminata una faticosa seduta con il proprio commercialista, conclude che il dovuto al fisco nell’anno 2018 è di 100 euro. Sta per mettere mano al portafogli, quando alla porta un fattorino recapita un pacco, proveniente dall’Agenzia delle Entrate. Il pacco contiene 100 mattoncini gialli, e una lettera: “Caro signor Rossi, le comunichiamo che per l’anno in corso il suo debito fiscale potrà essere saldato con questi 100 mattoncini gialli”. Raggiante, il signor Rossi toglie la mano dal portafogli e corre a versare i mattoncini gialli alla più vicina Agenzia. Deciderà domani se spendere al ristorante i 100 euro che pensava di dover consumare in tasse, oppure se risparmiarli.

Paolino, della scuola materna comunale dietro l’angolo, ci pensa per un attimo e chiede: “Sbaglio, o tutti questi mattoncini gialli altro non sono che un taglio delle tasse di 100 euro?”. Sostituiamo ora ai mattoncini gialli 10 assegnini di carta denominati “minibot”, ciascuno contenente la promessa non nominativa (quindi indirizzata in modo anonimo) di poter saldare 10 euro di tasse: non corrisponderebbe il tutto comunque a un taglio delle tasse di 100 euro? Esponenti della maggioranza di governo hanno recentemente proposto di emettere minibot, per un ordine di grandezza vicino ai 100 miliardi. L’idea sarebbe, in una presunta fase di stagnazione della domanda, di potenziare la capacità di spesa dei cittadini e ravvivare l’attività economica in generale.

E’ anche solo concepibile una proposta del genere? In linea di principio, certamente sì. Basta innanzitutto essere consapevoli dei rischi: cioè che senza tagliare la spesa pubblica ciò causerebbe un aumento del deficit pubblico (la differenza tra spese e entrate dello stato) di 100 miliardi, e quindi un aumento del debito pubblico necessario a finanziarlo per un ammontare equivalente. Una misura di politica economica che, nel contesto italiano, suonerebbe quantomeno come una minestra riscaldata. In quest’ordine di grandezza, e attuata con repentina discontinuità, finirebbe per minare in modo catastrofico la stabilità dei conti pubblici italiani, con conseguenze che anche i più acerrimi nemici dell’austerità troverebbero pericolose per la stabilità finanziaria del paese.

Stabilito dunque che emettere minibot (utilizzabili per il pagamento delle tasse) è equivalente a un taglio delle tasse tout court, chiediamoci ora: cosa accadrebbe se il signor Rossi, invece di risparmiare i mattoncini, oppure saldare il debito con l’Agenzia, decidesse di cedere i mattoncini al salumiere per acquistare la bresaola? I minibot, in quanto promessa di poter saldare le tasse per chiunque ne facesse richiesta, sono di fatto un credito verso lo stato. Immaginiamo dunque il salumiere battere alla cassa un conto di 10 euro, e il Signor Rossi presentarsi con un mattoncino. Come reagirebbe il salumiere? Paolino dubita fortemente che il salumiere accetterebbe i mattoncini al posto degli euro. Eppure sono un credito verso lo Stato, accettato il quale come forma di pagamento, il salumiere potrebbe poi acquistare la mozzarella dai suoi fornitori; i quali potrebbero a loro volta rivolgersi allo stato per saldare i loro debiti fiscali. In questo mondo ideale, in cui, come per magia, il salumiere è fiducioso che i suoi fornitori accetteranno i mattoncini, il salumiere non ha ragione di rifiutare il pagamento del signor Rossi. Un mondo ideale, appunto. Basta che il salumiere abbia un minimo dubbio per indurlo a rifiutare, oppure a chiedere in cambio della bresaola non un mattoncino solo, bensì (per esempio) due mattoncini. Il che comporterebbe immediatamente una svalutazione del mattoncino rispetto all’euro del 50 per cento.

Sostanzialmente la domanda che ci stiamo ponendo è la seguente: oltre a coincidere con un taglio delle tasse, i mattoncini sono anche moneta? La risposta dipende da una sola condizione: la presenza di fiducia. In generale, se gli agenti economici sono fiduciosi che i mattoncini saranno accettati come strumento di pagamento in transazioni future, l’emissione di mattoncini (minibot) corrisponde anche all’emissione di una nuova (anche se svalutata) moneta. Da cui una seconda conclusione: sotto determinate condizioni di fiducia, l’emissione di mattoncini (minibot) per 100 miliardi equivale a un taglio delle tasse (o incremento del deficit pubblico) di 100 miliardi finanziato stampando moneta. In gergo economico ciò si definisce “monetizzazione del deficit pubblico”. Da questa conclusione ne segue però immediatamente una terza: stampare minibot coinciderebbe con l’uscita (formale e sostanziale) dell’Italia dall’euro. Questo per due motivi. Innanzitutto perché i Trattati che hanno istituito l’Euro proibiscono che un paese aderente possa stampare una moneta parallela (sia con la propria banca centrale, o in modo surrettizio attraverso l’emissione di mattoncini gialli). In secondo luogo, perché gli stessi trattati proibiscono la monetizzazione del deficit pubblico. Questo secondo divieto formale è stato introdotto con il Trattato di Maastricht per garantire che la Banca centrale europea possa svolgere al meglio il proprio lavoro di salvaguardia del potere di acquisto dell’euro. Ricordiamo che la proposta dei mattoncini gialli (minibot) era contenuta nel famigerato contratto stipulato dai contraenti della maggioranza di governo. Si noti la pericolosa contraddizione. Da un lato gli esponenti del governo declamano superficialmente di non voler mettere in discussione la partecipazione dell’Italia all’euro (“perché la proposta non è contenuta nel contratto”). Ma questo stona in modo evidente con la presenza nel contratto stesso di proposte come quella dei minibot, che invece metterebbero l’Italia fuori dal perimetro formale della moneta unica (e, dunque, dall’Unione europea).

Pur trascurando il non marginale dettaglio della surrettizia fuoriuscita dall’euro, chiediamoci ugualmente quali sarebbero le conseguenze economiche di un incremento del deficit pubblico finanziato stampando moneta (cioè mattoncini gialli). Lo stato avrebbe in questo caso due opzioni. Potrebbe creare deficit stampando moneta in modo permanente, oppure solo per un periodo limitato di tempo. Nel primo caso, l’economia sarebbe costantemente inondata di mattoncini gialli, causando un aumento duraturo del livello generale dei prezzi e annullando quindi i benefici del taglio delle tasse. Nel secondo caso (monetizzazione temporanea) i vari signor Rossi e signor Bianchi comincerebbero a rimbalzarsi i mattoncini gialli come una patata bollente (un vertiginoso aumento di quella che in gergo si definisce “velocità di circolazione della moneta”), poiché saprebbero che i mattoncini stessi andrebbero a scadenza a una data prefissata. Il valore dei mattoncini gialli crollerebbe rapidamente e il costo reale dei beni acquistati, una volta espresso in mattoncini, salirebbe altrettanto rapidamente. In altre parole, ancora inflazione (o svalutazione della moneta parallela, che dir si voglia), i cui costi annullerebbero i benefici del maggiore volume di scambi.

Al termine della nostra storiella, a Paolino sorge però un ultimo, fastidioso dubbio: ma questi famigerati mattoncini gialli, in fondo, non esistono già? Entra in scena a questo punto il signor Bianchi, un amico del signor Rossi. Il signor Bianchi è padrone di un’azienda che lavora con la pubblica amministrazione, e ha un credito verso lo Stato di 100 euro. Chiediamoci: perché mai il signor Bianchi non si presenta dal salumiere con questo credito (che è pur sempre un contratto firmato dalla pubblica amministrazione con l’azienda del signor Bianchi) per acquistare la bresaola? La risposta è che non lo fa probabilmente perché il salumiere non è convinto che accettando questo credito dal signor Bianchi potrà poi rivolgersi allo stato per riscuoterlo. Sappiamo tutti che la giustizia civile, in Italia, rende molto difficile esigere i propri crediti, sia verso i privati che verso lo stato. Questa mancanza di fiducia rende impossibile che la rete dei crediti inevasi possa diventare un sistema monetario, cioè di pagamenti utilizzati nelle transazioni. Inoltre, se anche il signor Bianchi si fida del fatto che prima o poi lo stato lo pagherà, nutre forti dubbi sui tempi di attesa. Lui deve pagare l’Iva ogni trimestre, e il mancato incasso del credito verso la pubblica amministrazione potrebbe creargli problemi di liquidità. Il tempo, letteralmente, è denaro.

Paolino è sempre più dubbioso: perché mai allora il tutto dovrebbe funzionare con i mattoncini gialli, e non invece con il contratto scritto tra il signor Bianchi e la pubblica amministrazione? Entrambi sono un titolo con il quale lo stato si impegna a pagare a vista al portatore un certo ammontare. Il salumiere accetterà i mattoncini dal signor Bianchi solo se sarà convinto che in qualsiasi momento potrà rivolgersi allo stato per saldare con gli stessi mattoncini i propri debiti fiscali. Per quale motivo, da un giorno all’altro, un cittadino dovrebbe essere infuso di questa fiducia nei mattoncini? Dopo tutto stiamo parlando dello stesso stato, debitore, che non riesce a saldare i propri obblighi contrattuali con aziende come quella del signor Bianchi. L’emissione dei mattoncini gialli sarebbe anch’essa un’emissione di passività dello stato: per quale ragione dovrebbe apparire più credibile agli occhi di un cittadino qualunque? E’ del tutto evidente che il problema dei crediti inevasi della pubblica amministrazione origina in realtà nei costi della giustizia civile e nel malfunzionamento della nostra Pa. I mattoncini gialli, o minibot che li si voglia chiamare, non risolverebbero il problema di fondo, che, inesorabile, continuerebbe a esistere.

Lo stesso dicasi per tutte le rigidità “reali” che attanagliano l’economia italiana, e che culminano in un unico sintomo: l’asfittica crescita della produttività (che appunto è sintomo, e non causa, del malessere dell’economia del paese). Queste rigidità variano dal mercato del lavoro (dove domanda e offerta si incontrano a fatica, a causa da un lato di una forza lavoro con livello inadeguato di formazione, e dall’altro della presenza di imprese, sia manifatturiere che dei servizi, troppo piccole e poco produttive); al mercato del credito, che alloca le risorse favorendo le relazioni informali piuttosto che la disciplina di mercato, reiterando il nanismo delle imprese; dal sistema della giustizia civile e amministrativa farraginoso e inaffidabile; alla classe manageriale poco aperta all’innovazione e alla contendibilità delle aziende; da un sistema di istruzione improntato all’apprendimento meccanico e alla stratificazione di conoscenze, piuttosto che allo sviluppo delle competenze individuali; al settore dei beni e servizi non commerciabili chiusi alla concorrenza; per finire con una pubblica amministrazione che raramente è portatrice di soluzioni, e quasi sempre moltiplicatore dei costi di transazione. Nessuno di questi problemi si risolverebbe nel mondo fatato dei minibot.

Proposte come quella dei minibot sono un esempio lampante di una narrazione storicamente ricorrente nelle fasi di crisi economica: quella della moneta salvifica in grado di alleviare lo stato da qualsiasi vincolo fiscale. Di creare risorse dal nulla. Una narrazione ipnotizzante, specialmente in un paese come l’Italia soffocato da un debito pubblico abnorme.

La mistica della moneta salvifica prende varie forme, tutte logicamente simili. Per esempio, l’idea che uno stato sovrano, se possiede una banca centrale indipendente, non possa mai fare default sul proprio debito pubblico – perché avrebbe sempre al suo fianco un istituto centrale in grado di assorbire le vendite di titoli da parte dei privati e/o di acquistare, stampando appunto moneta, le emissioni di nuovi titoli per finanziare il rimborso di quelli circolanti. Oppure, la tesi secondo cui, se il debito pubblico è irrilevante, lo stato può finanziare da solo le proprie spese, stampando moneta, al limite senza nemmeno ricorrere alla tassazione. Similmente, l’idea che una banca centrale non abbia un vincolo di bilancio, quindi non possa mai legalmente fallire, e possa dunque venire sempre in soccorso di uno stato insolvente. Oppure ancora, l’idea che il debito pubblico possa essere drasticamente ridotto tramite un sostenuto incremento del tasso di inflazione, alleviando così ogni vincolo fiscale dello stato. Questa sirena accattivante si alimenta sempre di una particolare, e pericolosa, illusione: l’illusione monetaria.

Volendo rimanere nell’alveo della nostra metafora, l’illusione monetaria nasce dalla pericolosa confusione tra i minibot (o mattoncini gialli o moneta, che si dir si voglia) e le mele. Lo capiamo a partire da una semplice, ma fondamentale, premessa. Quando gli agenti economici – famiglie o imprese – prestano moneta allo stato acquistando titoli quali i Bot o i Btp, non stanno prestando semplici biglietti di carta (o numeri riportati in un conto elettronico). Stanno in realtà cedendo allo stato qualcosa di reale, cioè la possibilità di fare in quel momento, con quei biglietti di carta, qualcosa di diverso: acquistare mele. Quindi, ciò che quegli agenti si aspettano in cambio non sono in realtà euro (o minibot di carta), bensì, molto prosaicamente, mele. Detto diversamente, chi oggi presta moneta allo stato sta anche contemporaneamente rinunciando a utilizzare quella moneta per acquistare beni di consumo: quindi si aspetta un ritorno reale, espresso cioè in unità di beni realmente acquistabili. Altrimenti perché mai persino concepire di prestare dei soldi?

Lo capiamo meglio attraverso un altro esempio. Supponiamo che il signor Rossi presti 100 euro allo Stato, da restituire dopo 10 anni, a un tasso di interesse del 9 per cento, quindi con la promessa che lo stato restituisca alla scadenza 109 euro. Fin qui tutto nominale, tutto moneta. Ma se negli stessi 10 anni il prezzo delle mele salisse del 10 per cento, il Signor Rossi si troverebbe in mano 109 euro, quindi più moneta, ma in grado di acquistare meno mele di quanto sarebbe stato in grado di comprare con i 100 euro iniziali. Una bella fregatura. Qualsiasi creditore, nel momento in cui contempli di prestare denaro, non può che ragionare così: presta euro preoccupandosi però che alla scadenza del debito non si ritrovi con meno mele di prima. Altrimenti, come detto, mai deciderebbe di prestare soldi tout court.

I debiti che lo stato deve onorare, quindi, sono sempre necessariamente in mele (cioè espressi in termini reali), non in euro, o tanto meno in artificiali monete parallele come i minibot. Questo vincolo vale con la stessa logica ferrea di un teorema. L’idea che le passività dello stato possano essere onorate stampando minibot è meramente illusoria. Anzi, fallace. Perché se è vero che i minibot possono essere creati dal niente, le mele invece no. Le mele richiedono alberi e irrigazione (cioè capitale), lavoro e anche un po’ di fortuna con il clima (il rischio imprenditoriale).

L’illusione monetaria, per definizione, è invece una casa di carta destinata a crollare. Quanto più grande fosse la massa di minibot-mattoncini creata dal nulla per alleviare i debiti dello stato, tanto più fragile sarebbe la casa di carta, perché la svalutazione dei minibot, e il conseguente aumento dei prezzi dei beni di consumo (cioè le mele che un minibot può acquistare), riporterebbero la nuova moneta laddove è stata creata, cioè nel nulla.