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Processo alle banche

3 Aprile 2019 alle 13:00

Roma. “No, che non ci condizionano. Le parole di Sergio Mattarella non cambiano affatto i nostri propositi”. Quando capisce che non gli si vuole chiedere nulla su Giovanni Tria, Alessio Villarosa quasi si rilassa. “Ormai è Triathlon, per me. Una fatica”, sorride il sottosegretario grillino all’Economia che col responsabile del Mef ingaggia da giorni, come un po’ tutti nel suo partito ma forse con più accanimento degli altri, una battaglia fatta di richieste di chiarimento, di ultimatum, di minacce di dimissioni. Non è di Tria, che vogliamo chiedergli, ma di Mattarella. “Certo che l’ho letta, la lettera con cui il presidente della Repubblica ha accompagnato la firma della legge che istituisce la commissione d’inchiesta sulle Banche. E non ci ho trovato nulla di notevole. Sono talmente giuste, le parole di Mattarella, che sono banali. Quella lettera è una ovvietà”. Perché scriverla, allora? “Per fare delle raccomandazioni preventive di cui prendiamo atto. D’altronde, il capo dello stato non poteva non firmare: se cominciamo a mettere in dubbio la sovranità del Parlamento, che ha votato per l’istituzione della commissione, tutto diventa molto pericoloso”. Pericoloso, però, è anche lanciare una crociata contro il sistema bancario. “Nessuno rimpiange l’inquisizione”. In Banca d’Italia c’è chi teme che invece la tentazione della caccia alle streghe ci sia. “Questo, semmai, è perché Ignazio Visco forse teme di venire interrogato in commissione”. (Valentini segue nell’inserto IV)

Ed è qui che sembra di percepirlo, quell’istinto inquisitorio, come l’emersione di un inconscio che inutilmente, a parole, ci si sforza di rimuovere, di negare. E Villarosa deve accorgersene, e infatti si corregge, chiosa lui stesso il suo ragionamento: “Perché ad esempio, se dovessimo indagare su delle omissioni di Consob nella vigilanza, chi dovremmo audire, se non il governatore della Banca d’Italia?”. Mattarella teme che si usi la commissione d’inchiesta per fare campagna elettorale. “Sono stato io il primo a raccomandarmi coi nostri parlamentari. Non lo faremo. Non faremo, cioè, come fece il Pd, che nella scorsa commissione d’inchiesta, quella di cui anch’io facevo parte, utilizzò le varie audizioni per un regolamento di conti tra renziani e antirenziani”. Propositi, quelli di Villarosa, che però stridono con la decisione d’indicare Elio Lannutti come esponente del M5s in commissione. “Elio è stato per anni il presidente di Adusbef, difende da sempre i diritti dei risparmiatori. Perché non dovremmo nominarlo in commissione? E’ tra le persone più competenti in materia che ci siano in Italia”. E’ anche uno che dà del “padrino” a Mattarella, che dai “padrini” si è peraltro visto uccidere un fratello; è uno che descrive Mario Draghi come “un vile affarista, che ha svenduto l’Italia ai suoi comparuzzi di Goldman Sachs”; e che quando parla del governatore di Banca d’Italia afferma che “Visco dovrà rispondere prima delle sue gravi malefatte, davanti ad un Tribunale”. Oltre a essere uno che rilancia le bufale sui “savi di Sion”. “Io so che combatte contro le mafie bancarie”, dice Villarosa, che del resto nel gennaio del 2015, alla vigilia della votazione che avrebbe portato Mattarella a capo dello stato, propose proprio Lannutti come candidato per il Quirinale del M5s. “E vogliamo forse negare che esistano, queste mafie? A giudicare dall’ultima puntata di Report, quella su Ubi, direi che Elio è stato anche troppo morbido”. Il sistema bancario italiano vive un momento difficile. “E proprio per questo – s’affretta a rispondere Villarosa, come intuendo il seguito della domanda – bisogna intervenire subito per individuare le anomalie”. E non temete possibili ripercussioni sull’erogazione del credito? “Per una commissione d’inchiesta? Ma figurarsi. La stretta sul credito si deve innanzitutto a problemi legati al capitale delle banche, e in secondo luogo alla mancanza di requisiti da parte dei richiedenti. Ecco perché combattere la povertà è una priorità, per noi”.

Valerio Valentini

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03/04/2019

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