Tredici mesi per le motivazioni della sentenza Rostagno. Ora tocca alla Cassazione

2

22/03/2019

E’ stata depositata e dunque resa pubblica la motivazione della sentenza d’appello del processo per l’assassinio di Mauro Rostagno, celebrato a Palermo e concluso il 19 febbraio 2018 con la condanna confermata del boss Vincenzo Virga quale mandante e l’assoluzione di Vito Mazzara, condannato in primo grado dalla Corte d’assise di Trapani quale esecutore. La redazione della sentenza ha dunque preso, invece dei 90 giorni previsti dalla legge, ben 13 mesi. La lettura non spiega facilmente una stesura così protratta, dal momento che non interviene affatto nella ingente trattazione che il primo tribunale aveva dedicato al contesto storico e civile dell’omicidio, avvenuto nel lontanissimo settembre del 1988, dopo una esasperante trafila di omissioni, depistaggi e tentativi di affossamento. Il giudice dell’appello (la motivazione è redatta dal giudice a latere) divide la sua argomentazione in due, trattando indipendentemente i due imputati. Per il presunto esecutore, Mazzara, ha semplicemente screditato le perizie d’ufficio condotte sul Dna rinvenuto sui resti del fucile. Lo ha fatto drasticamente benché cortesemente: la quantità di Dna molto scarsa, il suo stato di degradazione per il tempo molto avanzato, la mescolanza di tanti maneggiamenti successivi, rendevano il compito troppo arduo per essere probante. Dunque l’appello ha accolto gli argomenti del consulente della difesa, l’ex comandante dei Ris di Parma Garofano, da tempo passato a miglior committente. Questa preponderante parte della sentenza è leggibile solo a condizione di avere una forte competenza genetico-forense. Sarà affare della Cassazione. Gli altri elementi (balistica, indizi eccetera) vengono inesorabilmente travolti da questa invalidazione di fondo. Sul vecchio Virga quale mandante (sia lui che Mazzara sono all’ergastolo per altre condanne) l’appello convalida invece le testimonianze, numerose, di “pentiti” di vario rango e l’inevitabilità che un omicidio rilevante della “consorteria di Cosa Nostra” e della sua gerarchia verticale non potesse che risalire al boss della zona. Così finora. In fondo, sono passati solo 31 anni.

Adriano Sofri