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Cose che fanno male ai trumpiani

22 Marzo 2019 alle 12:06

Cose che fanno male ai trumpiani

Affidare l’antiterrorismo in Afghanistan ai talebani, intrallazzare con i sauditi, cedere a Erdogan al telefono. E’ la mollissima America di Trump in politica estera

New York. Dare un giudizio sulla politica estera di un presidente americano è sempre una faccenda complicata perché ci sono molti fattori da prendere in considerazione. Puoi fare molto bene in un posto e allo stesso tempo puoi fare un disastro altrove, puoi prendere una decisione che oggi sembra giusta e invece dopo qualche anno si rivela sbagliata oppure viceversa – e ci vuole tempo per scoprirlo –, se in qualche caso scegli di non fare nulla molti ti criticheranno e se scegli di fare qualcosa molti ti criticheranno lo stesso. La stessa decisione in politica estera può essere terribile per alcuni e una benedizione per altri: in questi giorni c’è il sedicesimo anniversario della guerra in Iraq, che i commentatori americani descrivono all’unanimità come una tragedia epocale. Se però chiedete ai curdi la risposta è diversa, per loro fu l’anno della liberazione da Saddam Hussein che li gassava. Insomma, capire come stanno le cose è una faccenda seria. Però c’è un giudizio che possiamo verificare subito: il presidente Donald Trump sta facendo una politica estera che piace ai suoi sostenitori? Vediamo.

Il presidente americano più vicino ai sauditi della storia

Durante la campagna elettorale nel 2016 molti trumpiani accusavano Hillary Clinton di essere troppo vicina ai sauditi e dicevano che se lei avesse vinto le elezioni il governo americano sarebbe stato troppo vicino, in modo intollerabile, al governo saudita. Era un argomento molto potente per tante ragioni. I giornali ricordavano che tra i donatori della Clinton Foundation, un ente di beneficenza che si occupa di sostenere le donne in tutto il mondo, fino al 2014 c’era stato anche il governo saudita con venti milioni di dollari e infilavano il dito nella piaga dell’ipocrisia clintoniana: come la mettiamo che un ente a favore delle donne prende denaro dai sauditi e tutti sappiamo come le trattano loro le donne? Inoltre i repubblicani avevano criticato molto il presidente Obama quando nel 2009 durante un G20 aveva accennato un inchino davanti al sovrano saudita. L’idea di fondo era che se avesse vinto la Clinton allora un’alleanza bizzarra e discreta tra la sinistra americana e il governo musulmano più retrogrado del mondo avrebbe creato un blocco che si sarebbe opposto agli stati molto cari ai tifosi trumpiani, come la Russia del presidente Vladimir Putin e la Siria. Il fattore ipocrisia rendeva il tutto un bersaglio facilissimo: ma come, fate tanto i femministi e i suscettibili sui diritti civili e poi fate piedino con i sauditi? Era un argomento perfetto e infatti circolava. Quando Trump fu eletto la situazione cambiò di colpo. Il presidente scelse l’Arabia Saudita come meta del suo primo, trionfale viaggio all’estero nel maggio 2017 – che è sempre un test delicato per ogni presidente. Il sovrano saudita gli riservò un’accoglienza fantastica, con una coreografia che era pianificata con accortezza per fare breccia nel cuore di Trump, che come tutti sanno è sensibile alle lusinghe. Dall’aeroporto al palazzo reale una fila di cartelloni giganteschi con la faccia del presidente americano – ben visibili dalla sua auto blindata – proclamava un’alleanza solidissima. I giornali solitamente critici al suo ritorno dissero che si era comportato bene. Il genero Jared Kuchner divenne il confidente del principe erede al trono, Mohammed bin Salman, e tra i due cominciò una serie di visite con incontri fino a tarda notte e conversazioni fitte su WhatsApp.

Da quella visita di tre giorni l’Arabia Saudita ha cominciato a godere dell’appoggio incondizionato di Trump, che non ha timore di esibirsi in comportamenti caricaturali per farlo sapere a tutti. Una volta nello Studio ovale in compagnia di Mohammed bin Salman tirò fuori davanti alle telecamere alcuni cartelloni per mostrare quante armi stava vendendo ai sauditi e quanto l’America ci avrebbe guadagnato. E pensare che in campagna elettorale aveva annunciato che avrebbe vietato a tutti i musulmani di entrare negli Stati Uniti, perché – secondo il suo ragionamento che entusiasma molto la sua base di elettori – sono inerentemente pericolosi. Non ci si può fidare di loro, se riesci a tenerli fuori dal paese proteggi i cittadini. Il figlio Donald Trump Jr, che porta la propaganda del padre sempre un passo oltre, fece un esempio con le caramelle che divenne celebre: prenderesti una caramella da una ciotola se sapessi che alcune delle caramelle sono velenose? L’alleanza tra l’America e i sauditi di certo non comincia con Donald Trump, ma è coincisa con l’ascesa al potere di Mohammed bin Salman. In passato l’alleanza tra americani e sauditi era una faccenda molto statica, i sauditi applicavano alla popolazione leggi orripilanti – vedi le esecuzioni per “stregoneria” – ed erano accusati di finanziare l’espansione dell’islam fondamentalista nel resto del mondo, ma per il resto erano passivi. Bin Salman invece prende l’iniziativa e si lancia in imprese imbarazzanti. La campagna aerea in Yemen e il blocco dei porti yemeniti per ora non hanno sconfitto le milizie houthi, ma hanno creato una situazione disastrosa per i civili. L’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi dentro al consolato saudita di Istanbul – dove era stato attirato con l’inganno – ha acceso le luci sulla campagna ordinata dal principe per zittire, catturare o uccidere i suoi oppositori. Quando la Cia ha detto che il principe era senza dubbio il mandante dell’omicidio Khashoggi e ha presentato le prove ai senatori repubblicani, che si sono detti convinti – “quando vedi le prove ti bastano trenta secondi per capire chi è il mandante” –, Trump ha preferito respingere il rapporto della Cia e rinnovare pubblicamente l’alleanza con Bin Salman con un comunicato della Casa Bianca scritto nel suo stile. Non solo è diventato il presidente più vicino ai sauditi della storia americana, ma lo ha fatto anche all’arrivo di un nuovo leader saudita che è molto pronto a usare la forza bruta. Come reagisce la base, è disturbata da questa vicinanza? Non batte ciglio. A ben vedere, non c’è contraddizione: per il forgotten man vale l’idea che il musulmano è pericoloso, ma perché non accedere ai suoi soldi se è possibile? E’ un’idea mercantile e funzionale. L’approvazione di Trump resta incollata sempre ai soliti numeri attorno al quaranta per cento senza flessioni. In molti dicono che Trump si comporta così per realpolitik, i sauditi gli servono in chiave iraniana e comunque ha bisogno di stabilità in quella regione. Che sono le stesse ragioni addotte da tutte le altre Amministrazioni americane, che comunque erano meno prone alla casa reale di Riad. Trump era stato eletto contro la palude, a casa e fuori casa, invece ci si è tuffato. E’ probabile che nella prossima campagna elettorale nessuno dei commentatori repubblicani tirerà più fuori l’argomento della troppa vicinanza con i sauditi per colpire i democratici.

Assegnare ai talebani le operazioni antiterrorismo in Afghanistan

Già a scrivere il titolo di questo blocco, “Assegnare ai talebani le operazioni antiterrorismo in Afghanistan”, si capisce a che punto di mancanza di senso della realtà siamo arrivati, tale che se a proporre la stessa cosa fosse un qualsiasi altro presidente americano sarebbe sepolto da una montagna di sarcasmo. Ma con Trump tutto è possibile, perché ormai a tutto siamo assuefatti. Due settimane fa il consigliere per sicurezza nazionale dell’Afghanistan, Hamdullah Mohib, si è lasciato andare a un anatema davanti ai giornalisti mentre era in visita a Washington (che conosce bene, è stato ambasciatore afghano negli Stati Uniti). Il vostro inviato speciale per negoziare con i talebani, Zalmay Khalizad, ha detto, è in combutta con loro per creare un governo speciale a Kabul di cui lui sarà “il vicerè”. Il governo afghano crede che americani e talebani si stiano mettendo d’accordo alle sue spalle. Questo è il livello di fiducia nelle trattative “di pace” da cui il governo stesso è escluso, anche se il dipartimento di stato americano ha insistito a lungo nel definirli “negoziati diretti e guidati dal governo afghano”. A Kabul vedono con chiarezza cosa sta succedendo: Trump vuole ritirarsi dal paese a tutti i costi, gli americani vogliono soltanto ottenere dai talebani un periodo di relativa stabilità per non perdere la faccia e quando i soldati se ne andranno non ci sarà nessuna pace. “Vogliamo un intervallo di tempo decente”, scriveva Henry Kissinger nelle sue note durante la guerra nel Vietnam per dire l’Amministrazione Nixon era pronta a ritirare le truppe ma voleva che trascorressero due, tre anni prima della vittoria del Nord, in modo da non ledere la credibilità degli Stati Uniti. Vale anche per oggi. I guerriglieri talebani non deflettono dal loro obiettivo che è riportare in vita l’Emirato islamico dell’Afghanistan come prima dell’intervento americano nel 2001 e senza le truppe occidentali confidano di poter sconfiggere il governo centrale – del resto già adesso sono presenti in almeno la metà del territorio, quando proprio non lo controllano come ai vecchi tempi. Tanto, come si può facilmente immaginare, una volta che i militari occidentali se ne saranno andati i governi non li manderanno di nuovo in Afghanistan. I talebani negoziano con questa idea fissa in testa, rimuovere dal campo le forze militari non-afghane – che perlopiù agiscono come istruttori oppure aiutano con la copertura aerea.

Bill Roggio e Thomas Joscelyn, due esperti del think tank conservatore Foundation for Defense of Democracies (siamo in area molto lontana dal Partito democratico) hanno scritto per Politico magazine un’analisi terrificante del negoziato tra Khalilzad e i talebani e del fatto che l’Amministrazione Trump vuole affidare a loro la lotta antiterrorismo. Il primo problema, sostengono, è che i talebani non possono sradicare lo Stato islamico (che in Afghanistan ha una piccola ma pervicace filiale) e non vogliono sradicare al Qaida. Negli ultimi tre anni i talebani hanno compiuto molte operazioni contro lo Stato islamico – che li considera degli apostati, troppo “molli”, e li ha condannati tutti a morte a prescindere – ma non sono riusciti a batterlo del tutto. Il secondo problema è che gli accordi con i talebani per essere un minimo credibili, per essere un minimo decenti e non sprecare tutti gli sforzi fatti dopo l’11 settembre dovrebbero contenere almeno quattro punti.

Uno: i talebani dovrebbero pubblicamente condannare al Qaida, come invece non hanno mai fatto. Dopo l’11 settembre rifiutarono di consegnare il leader, Osama bin Laden, proposero soluzioni alternative farsesche, come il processo in un loro tribunale islamico, e preferirono la guerra alla rottura con al Qaida. La situazione è rimasta immutata e questo spiega perché il gruppo estremista è presente nelle molte zone del paese sotto il controllo dei guerriglieri, e scambia con loro denaro e risorse e condivide alcuni combattimenti. Due rapporti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite hanno di recente stabilito che l’alleanza tra al Qaida e talebani è “stretta” e che la loro “relazione duratura resta solida”. Nell’aprile 1998 i talebani assicurarono a una delegazione americana che al Qaida non intendeva colpire l’America. In ventuno anni siamo tornati alla stessa posizione. Punto numero due: il leader supremo dei talebani, Haibatullah Akhundzada, dovrebbe ripudiare il giuramento di fedeltà che gli ha fatto Ayman al Zawahiri, il capo di al Qaida, e così rompere il patto formale di asservimento dei terroristi verso i talebani e rompere la catena gerarchica che di fatto oggi rende al Qaida e tutte le sue varie divisioni sparse nel mondo, dall’Africa alla Siria, assoggettate al leader Akhundzada. Ogni volta che il capo dei talebani muore e passa il comando a un successore, al Zawahiri giura fedeltà al successore. Lo schema va rotto, altrimenti si va verso il paradosso: l’Amministrazione Trump assegna le operazioni contro al Qaida all’uomo che quelli di al Qaida riconoscono come loro leader, sopra persino al capo del gruppo. Punto numero tre: i talebani dovrebbero spezzare l’alleanza operativa con il cosiddetto gruppo Haqqani, una fazione terrorista pericolosa almeno quanto al Qaida che però per ora ha agito soltanto in Asia e che gode dell’appoggio più o meno provato dell’intelligence pachistana. Non è così semplice, in primo luogo perché gli uomini di Haqqani sono molto efficienti, addestrati, fanatici e preziosi per la guerra, e poi perché dal 2015 il numero due dei talebani è Sirajuddin Haqqani, che è il figlio del fondatore del gruppo ed è sulla lista internazionale dei ricercati per terrorismo con dieci milioni di dollari di taglia sulla testa. Il fatto è che queste informazioni sono stranote agli specialisti che si occupano di quell’area, mentre invece l’opinione pubblica è già pronta ad applaudire “la fine della guerra in Afghanistan”. Il quarto punto che bisogna affrontare secondo Roggio e Joscelyn è il problema dei combattenti molto numerosi di al Qaida che sono embedded con i talebani. Per quello che sappiamo, tutte queste cose non sono state discusse nei negoziati e c’è il rischio che non lo saranno mai. Forse l’Amministrazione Trump si è presa da destra il compito che un’Amministrazione di sinistra non potrebbe mai svolgere, quello di abbandonare il paese e riportare i soldati a casa senza stare troppo a sottilizzare se c’è stata una vittoria, un pareggio oppure una sconfitta.

Via dalla Siria, anzi no, anzi un po’

I trumpiani volevano un’America ringhiosa, che tornasse a essere rispettata sulla scena internazionale ma che al tempo stesso tagliasse ogni genere di impegno militare all’estero non strettamente necessario, per ora non sta ottenendo il rispetto, sta negoziando da una posizione di debolezza e non riesce a tagliare davvero le missioni militari. Il ringhio non c’è, c’è il sospetto che l’Amministrazione sia un bizzarro invertebrato che non riesce ad andare né avanti né indietro. Un paio di giorni fa Trump ha dichiarato di nuovo la sconfitta dello Stato islamico in Siria, che però è arrivata grazie a un modello che non è una sua decisione: bombe dagli aerei e alleati locali a terra, roba preimpostata nel 2014 dall’Amministrazione democratica che lo aveva preceduto e che semplicemente è andata avanti con il pilota automatico fino a esaurimento. Il presidente invece ci ha aggiunto il suo tocco a metà dicembre, al telefono con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, quando ha deciso di interrompere tutto e di lasciare le operazioni antiterrorismo contro lo Stato islamico a Erdogan – in un territorio controllato dai curdi, che sono nemici di Erdogan. Qui si sfida anche il trumpiano più accanito a vedere la logica della decisione. E infatti dopo aver confermato in un paio di occasioni che tutti i soldati americani sarebbero stati ritirati dalla Siria, un paio di giorni fa il presidente ha detto che ne resteranno quattrocento – per smentire il Wall Street Journal che aveva scritto che ne rimarranno mille. Se si aggiungono gli uomini delle forze speciali dei servizi segreti e qualche altro specialista, è possibile che il numero degli americani resterà più o meno allo stesso livello di prima – duemila – e intanto non c’è stato alcun passaggio di consegne a Erdogan (uno che i trumpiani doc hanno sempre fatto sfoggio di disprezzare). Potrebbe non cambiare nulla. Il problema è che in questa capriola Trump ha perso uno dei suoi uomini migliori, il capo del Pentagono Jim Mattis, e altri pezzi della sua credibilità. E per ragioni di spazio non c’infiliamo nell’analisi del grande negoziato con il dittatore della Corea del nord, Kim Jong-un, che Trump credeva di avere portato alla capitolazione nucleare per qualche misterioso fattore che invece era sfuggito ai presidenti americani che l’hanno preceduto.

Intrallazzi con i sauditi, accordi poco realistici con i talebani, una posizione che cambia di mese in mese sulla guerra allo Stato islamico in Siria. Non sappiamo ancora quale sarà la valutazione finale sulle decisioni di Trump in politica estera, ma i suoi supporter avrebbero già abbastanza motivi per essere preoccupati.

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22/03/2019

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