Conte deve andare contro Conte per ridare credibilità all’Italia

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Giuseppe De Filippi

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22/03/2019

Al direttore - Espulsa la scala mobile della metropolitana a Barberini, dovete scrivere “ex Atac”.

Giuseppe De Filippi

Al direttore - Dica a Giuliano che Gad lo perdona, certo che lo perdona! Anche di tutte le volte che nel passato il Foglio derubricava a simpatico folklore le imprese truci del leghismo, e sfotteva in me il trombone politicamente corretto. Viva Giuliano l’antagonista! Viva il Foglio all’avanguardia nella difesa dei diritti umani. Spiace solo che non possiamo più inviarci bacioni, dacché quel tale...

Gad Lerner 

Al direttore - In queste settimane, diversi leader politici hanno tracciato una serie di interventi concreti per dare una svolta all’Europa. Ha iniziato il presidente francese, Emmanuel Macron, con un manifesto pubblicato a inizio mese, dal titolo “Rinascimento europeo”. Macron ha parlato di libertà (istituzione di un’Agenzia europea per la protezione delle democrazie), di protezione (revisione del trattato di Schengen), e di progresso (introduzione di uno scudo sociale e di un salario minimo europeo adattato a ogni paese). La risposta della Germania non si è fatta attendere. E’ arrivata due settimane dopo con una lettera aperta della leader della Cdu, Annegret Kramp-Karrenbauer (Akk), pubblicata sulla  Welt. L’erede di Angela Merkel ha mostrato sintonia sui temi della sicurezza, dell’immigrazione e della difesa. Sui temi economici, invece, la sua visione è opposta a quella dell’inquilino dell’Eliseo. A cominciare dalla mutualizzazione dei debiti che Akk definisce “una strada sbagliata”. Ogni stato membro deve continuare a essere l’unico responsabile per la propria politica fiscale.  Quindi, nessuna condivisione dei rischi come chiede Macron. Il terzo paese a partecipare alla discussione sul futuro assetto dell’Europa è stato l’Italia. Lo ha fatto il premier Conte, anche lui con una lettera aperta, pubblicata da Repubblica il 19 marzo scorso.  Fino ad ora, la voce del governo gialloverde si è fatta sentire molto poco ai tavoli di Bruxelles (complice anche un ex ministro agli Affari europei, Paolo Savona, che non ci è mai andato). In Italia, peraltro, il dibattito è stato monopolizzato dal tema dell’immigrazione. Eppure non c’è una politica migratoria europea comune: la competenza è dei singoli stati che sono gli unici responsabili della (eventuale) mancata solidarietà. La lettera di Conte segna, pertanto, una discontinuità con il passato. L’iniziativa ha l’indubbio pregio di consentire, finalmente, di capire che tipo d’Europa l’Italia abbia in mente. Solleva, tuttavia, diverse perplessità derivanti dalle molte questioni che restano ambigue. Vediamo quali. In primo luogo, il processo decisionale. Nell’Europa di Conte le decisioni non devono più essere prese da “una  élite”. Chi siano le élite, però, non è chiaro: il Consiglio europeo, dove siedono i capi di stato e di governo, e quindi anche lo stesso Conte? La Commissione europea i cui membri sono designati dai governi nazionali e, quindi, anche da quello gialloverde? O forse, la Banca centrale europea il cui presidente viene scelto tra candidati selezionati sempre dai governi nazionali? Sotto questo aspetto, la lettera non fornisce dettagli.  In secondo luogo, gli ambiti d’azione. Secondo il premier Conte la sfida principale che dovrebbe affrontare l’Europa è quella dell’occupazione, in particolare dei giovani. Il mercato del lavoro, però, non è una competenza europea bensì nazionale. E, questo spiega anche perché in Italia il tasso di disoccupazione degli  under  25 superi il 30 per cento mentre in Germania sia inferiore al 6 per cento. Trasferire la competenza alle istituzioni europee significherebbe cedere un ulteriore pezzo di sovranità. Norme come il Decreto dignità verrebbero, infatti, scritte a Bruxelles. E’ questo ciò che vuole davvero Conte?  Il premier auspica, inoltre, il completamento dell’Unione bancaria, attraverso l’istituzione di una garanzia unica dei depositi a tutela dei risparmiatori sotto i 100 mila euro, e l’istituzione di un’assicurazione europea contro la disoccupazione nonché di un Euro budget. Si tratta di misure che comportano una condivisione dei rischi a livello europeo, proprio ciò che è inviso alla leader della Cdu. Fare passi in avanti in questa direzione non sarà, pertanto, facile. Certamente, se l’Italia cominciasse a ridurre i rischi e, quindi a ridurre il debito pubblico, la strada verso l’Europa di Conte sarebbe meno in salita. Eppure, il suo governo sta andando nella direzione opposta. Il debito in rapporto al pil è destinato ad aumentare a causa delle scelte fatte nella legge di Bilancio. Nel triennio 2019-2021, sono stati destinati oltre 43 miliardi al reddito di cittadinanza e quota 100, due misure che avranno un impatto limitato sulla crescita. Il finanziamento, inoltre, avviene in gran parte con soldi presi a prestito ossia con maggiore debito. Il premier Conte chiede, infine, maggiore fiducia: “Senza fiducia rimarremo fermi, non potremo raggiungere nessun traguardo, mentre il mondo globale andrà sempre più avanti” scrive.  Conte ha perfettamente ragione. La forza di un’unione monetaria, che non è un’unione fiscale, come l’area dell’euro, si basa sul patto fiduciario stipulato tra i paesi membri.  Fidarsi degli altri partner è fondamentale per un progetto come quello della moneta unica. Eppure, in Italia c’è chi al governo mette in dubbio la sua esistenza, parla di  Italexit. L’Italia è l’unico a farlo. Da questo punto di vista, Conte e la maggioranza che lo sostiene dovrebbero sgomberare il campo da ogni ambiguità. 

Veronica De Romanis

Tutto giusto. Ma il paradosso per l’Italia di Conte è che per sgomberare il campo da ogni ambiguità sarebbe necessario sgomberare il campo dall’elemento che più sta creando instabilità in Italia: il governo Conte.