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Fake tax

20 Marzo 2019 alle 09:31

Roma. E’ ora di pranzo e Alfonso Bonafede è raggiante. Matteo Salvini ha appena ribadito l’urgenza della flat tax e il ministro della Giustizia, a chi gli chiede pareri sui destini del M5s all’interno del governo, risponde con un sorriso serafico: “Ci siamo e ci saremo”, dice, prima di avviarsi verso la barberia di Montecitorio per mettersi in tiro nel giorno che per lui è importante non per questioni fiscali, ma perché si presentano i progetti di legge a cinque stelle contro la violenza sulle donne.(Valentini segue a pagina quattro)

Un’apparente noncuranza, quella del Guardasigilli, che in verità testimonia di come, al di là di un certo fastidio per l’ennesima fuga in avanti di un alleato imprevedibile, gli strampalati annunci leghisti sulla flat tax formato famiglia non abbiano agitato il M5s. “E’ l’ennesima sparata di Salvini”, dice, con l’aria di chi dà mostra di non cascarci più, Giovanni Currò, commercialista lombardo, tra i più pragmatici della pattuglia grillina. “Alla fine si arriverà a qualcosa di simile alla nostra proposta iniziale: una riduzione degli scaglioni, da cinque a tre, ritoccando le aliquote e rimodulando le agevolazioni”. Basterà, per accontentare una Lega che ha l’ansia di non tradire la fiducia delle imprese del nord? “Bah – sorride, con un sorriso di sufficienza, Currò – già in passato è bastato aumentare un po’ il regime dei minimi, perché Salvini potesse rivendersi la riforma come ‘flat tax per le partite Iva’”.

Questione di propaganda, insomma, di nuovo. Così come tutta mediatica era stata, poco più di un anno fa, la scelta dei grandi capi della comunicazione a cinque stelle nel non accanirsi contro la riforma fiscale voluta da Salvini. C’era chi, tra i vertici del M5s, voleva bollarla col nome di “fuck tax”, per dire che era una proposta da respingere risolutamente; se ne discusse un po’, e poi si convenne di limitarsi a un più cauto “fake tax”: “Tanto è tutta una finta”, si sentenziò all’epoca nello staff ristretto di Luigi Di Maio. Aneddoti rimasti inconfessati per mesi, che ora vengono recuperati per invitare tutti a diffidare dall’ennesima scombiccherata alzata d’ingegno salviniana. Ed era proprio per predicare la calma ai parlamentari più preoccupati che ieri Laura Castelli, nel bel mezzo del Transatlantico, ha ricordato a un gruppo di deputati raccolti a semicerchio intorno alla viceministro dell’Economia che in fondo neppure all’epoca della scrittura del contratto di governo, nelle riunioni ristrette ai pochi fedelissimi dei due leader, la Lega parlò mai davvero di aliquote uniche.

E insomma, vista dal Palazzo, questa sconclusionata proposta di Salvini appare un po’ come il gioco di prestigio che il vecchio illusionista ripropone una volta di più allo stesso pubblico, ormai avvezzo a riconoscere l’inganno. “Se le cifre sono quelle indicate da Via XX Settembre, e cioè circa 60 miliardi, l’accordo non può esserci non dal punto di vista politico, ma tecnico”, dice Francesco D’Uva, il capogruppo grillino alla Camera. “Oppure le cifre non sono quelle, e la portata di questa misura si aggira intorno ai 12 miliardi. Ma allora vuol dire che non è più la tassa piatta per tutte le famiglie”, completa il ragionamento Luca Carabetta.

Spara a salve, stavolta, Salvini. E a dimostrarlo ci sta pure, in fondo, lo scetticismo di molti colonnelli della Lega di fronte alla boutade: una perplessità che trapela nelle mezze battute, nella riluttanza con cui, a parte l’ideologo Armando Siri, gli altri responsabili economici del partito accettano di parlarne. “L’emergenza degli sbarchi non c’è più, l’autonomia s’è arenata nelle secche parlamentari, sullo sblocco dei cantieri lo abbiamo battuto sul tempo: a Salvini non resta che intestarsi la battaglia sulla riduzione delle tasse”, ragiona il sottosegretario grillino Stefano Buffagni, confidandosi coi parlamentari che in mattinata gli chiedono un parere, timorosi di un possibile precipitare degli eventi. “Che salti il governo sulla flat tax? Ma figuriamoci”, sorride Alessandro Amitrano, segretario d’Aula del M5s. “L’unica vera insidia si presenterà con la stesura della prossima manovra, che tra clausole di salvaguardia e extra-deficit connesso alla minore crescita, partirà con un passivo di 30-32 miliardi”. Tirarsi indietro, dunque, per non doversi intestare una legge di Bilancio dolorosa? “Però – aggiunge il deputato napoletano – nei primi mesi del 2020 c’è un pacchetto di nomine corposo: da Enel a Eni, da Poste a Leonardo. Difficile che non se ne tenga conto”.

Valerio Valentini

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19/03/2019

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