“Agli intellettuali Macron deve spiegare cos’è il macronismo”, ci dice Bronner

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Mauro Zanon

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19/03/2019

Parigi. “La vita delle idee è sempre stata importante per me, ho sempre avuto degli scambi con gli intellettuali, ho sempre provato a far avanzare le mie riflessioni. Quando sono diventato ministro, ho continuato a riunire in maniera regolare scrittori, filosofi e compagni di strada per riflettere”. Diceva così Emmanuel Macron nel marzo del 2016, quando non aveva ancora ufficializzato la nascita di En Marche!, ma dietro ai muri del ministero dell’Economia moltiplicava gli incontri con le grandi menti del mondo della cultura, della scienza e dell’industria, per forgiare ciò che sarebbe diventato il macronismo. “Faceva tutto per piacere agli intellettuali”, come ha sottolineato ieri il Figaro, perché era stato discepolo e assistente di Paul Ricoeur, si era diplomato all’Ena ma aveva anche scritto una tesi su Hegel, perché era innamorato della letteratura molto più che della politica, perché era il président-philosophe che il Tout-Paris aspettava dai tempi di François Mitterrand, l’ultimo homme de lettres all’Eliseo. Eppure la storia d’amore tra Macron e gli intellettuali non è mai sbocciata veramente, alcuni hanno messo addirittura in discussione il suo rapporto con Ricoeur, altri non gli hanno più rivolto la parola da quando attaccò “gli intellettuali-star” che “sono sul loro Aventino” e “guardano con gli occhi di ieri il mondo di oggi”. Per questo, ieri sera, sullo sfondo del Grand débat national, ha provato a riavvicinarsi a loro, agli intellò delusi dal suo nouveau monde dove i tecnocrati hanno troppo spazio, riunendone sessantacinque nel palazzo presidenziale, per un dibattito durato tutta la sera e trasmesso in diretta su France Culture. C’erano gli economisti Philippe Aghion e Jean Pisani-Ferry, che hanno contribuito alla stesura del suo programma, i filosofi Remi Brague e Marcel Gauchet, lo storico Jacques Julliard e l’islamologo Gilles Kepel, il matematico medaglia Fields Cédric Villani e il direttore della Fondation Jean-Jaurès Gilles Finchelstein, ma anche due sociologi di spessore come Jean Viard e Gérald Bronner. “Per sviluppare la sua riflessione, un intellettuale ha bisogno di più tempo. Sarebbe stato meglio invitare meno persone per capire ciò che pensa veramente ognuna di loro, perché il rischio è di dare delle semplici informazioni”, dice al Foglio Jean Viard, direttore di ricerca a Sciences Po e fondatore delle Editions de l’Aube. “Fatta questa premessa, è stata certamente una buona idea invitare gli intellettuali all’Eliseo. Avevamo l’impressione di essere stati ascoltati durante la campagna: poi però siamo stati dimenticati e il potere è stato consegnato ai tecnocrati”, aggiunge Viard. In un periodo di grandi fratture identitarie, culturali, sociali ed economiche come quello in cui stiamo vivendo, “gli intellettuali hanno una grande responsabilità perché devono aiutare a spiegare ciò che sta accadendo”, spiega Viard. “Tutti i grandi politici avevano un grande intellettuale vicino a loro: François Mitterrand, per esempio, aveva Jacques Attali. Per governare è necessario avere un sapere di riferimento, delle persone con cui si ha un’armonia intellettuale per riconfermare costantemente le proprie decisioni politiche. Un grande capo dello stato ha bisogno di un pensatore accanto a sé con cui avere un dialogo permanente”, sottolinea il sociologo. Per Gérald Bronner, autore del libro bestseller “La démocratie des crédules” (Puf), “alcuni intellettuali hanno percepito un autoisolamento del potere politico da quando Macron è salito all’Eliseo. Certi esperti si sono infastiditi per il fatto di essere stati consultati meno rispetto ai precedenti quinquenni”. “Tuttavia”, spiega al Foglio Bronner, “va detto che Macron non ha potuto appoggiarsi sulle classiche reti intellettuali, perché non apparteneva al serraglio parigino, era un candidato atipico per il panorama politico francese. La vera sfida, ora, è costituire una tela di pensatori con cui consultarsi, spiegando bene cosa sia veramente il macronismo, perché molti non lo sanno ancora”.

Mauro Zanon