Foglio internazionale

Dall'ascesa sociale all'esilio interno: gli ebrei di Francia nell'età contemporanea

Fatti poco conosciuti o addirittura oscurati nella storia della comunità dal Medioevo ai giorni nostri. Parla Michel Abitbol. Scrive il Point

Spesso abbiamo una visione molto contemporanea della storia degli ebrei in Francia, funestata da tragedie, senza conoscerne le radici profonde. Il merito dell’ultimo libro dello storico Michel Abitbol, “Histoire des juifs en France. Du Moyen Âge à nos jours” (Perrin), è quello di abbracciare l’ampio – e lungo – destino di questa comunità mosaico fin dal tardo Medioevo, e di mettere l’accento sui fatti poco conosciuti o addirittura oscurati. Jérôme Cordelier ha intervistato Abitbol per il Point.

 

Le Point – E’ una scorciatoia che alcuni potrebbero essere tentati di fare in questi tempi difficili: in Francia, la storia degli ebrei e quella dell’antisemitismo si sovrappongono?ù

 

Michel Abitbol – Niente affatto! E’ la storia dell’integrazione di una popolazione che vive in Francia fin dall’epoca gallo-romana. In origine, si trattava di una comunità piuttosto eterogenea, poiché gli ebrei, storicamente, vivevano nel Comtat Venaissin, nella Gironda e nell’Alsazia-Lorena. La loro integrazione è avvenuta durante la Rivoluzione ed è stata poi più o meno formalizzata da Napoleone, nonostante le sue osservazioni denigratorie nei loro confronti. L’integrazione non è solo economica e sociale, ma ha radici culturali e teologiche forgiate per decenni. Gli ebrei abbandonarono le loro credenze messianiche e il loro attaccamento a Gerusalemme per conformarsi ai valori della nazione francese. L’affaire Dreyfus è stato un incidente della storia.

Abbiamo l’immagine di una popolazione respinta. Ma, come lei sottolinea, nel periodo carolingio gli ebrei erano assai ben integrati. Carlo Magno era un filosemita?

Non so se è il modo giusto per dirlo. Carlo Magno voleva sviluppare il suo impero. E pensava che gli ebrei, data la loro esperienza nel bacino del Mediterraneo, potessero aiutarlo perché parlavano diverse lingue e avevano reti nel mondo musulmano. Carlo Magno inviò persino una delegazione a parlare con il Califfo di Baghdad. In generale, meno cristianizzata era la società, migliori erano le relazioni.

Tranne che sotto il cosiddetto buon re Dagoberto, che emanò i primi divieti contro gli ebrei...

Era molto comune all’epoca. Dagoberto costrinse gli ebrei ad abbracciare il cristianesimo tra il 602 e il 638, ma i suoi divieti non furono applicati; lo sarebbero stati con l’inizio della cristianizzazione, per effetto dei primi concili. Inoltre, poiché il territorio occupato da Dagoberto era limitato, l’impatto fu ridotto: la presenza ebraica poté prosperare altrove. Solo dopo Filippo il Bello, nel XIV secolo, gli ebrei furono espulsi in massa, sotto l’influenza della Chiesa cattolica e perché il re aveva bisogno del loro denaro.

Le prime misure discriminatorie furono stabilite da Innocenzo III nel Tredicesimo secolo. Gli ebrei dovevano indossare la rouelle in Francia, ma un segno distintivo fu imposto loro anche in Germania, Inghilterra… Perché tale ignominia?

A causa dell’accusa di deicidio di Cristo da parte degli ebrei, che divenne molto diffusa. Ma c’è sempre stato un dialogo tra cristianesimo ed ebraismo. All’inizio del Medioevo, la Chiesa era molto interessata ai testi ebraici. C’era un’erudizione ebraica. Anche tra i papi.

La dichiarazione della Chiesa “Nostra Aetate” del 1965, fondamento del dialogo interreligioso, che ha epurato i testi cristiani dall’antigiudaismo, ha attenuato le tensioni?

Questa posizione ufficiale, effettivamente, portò a un cambiamento radicale nelle relazioni con i cristiani. Ciò avvenne in seguito al Concilio Vaticano II e a tutto ciò che ne seguì: l’amicizia tra Jules Isaac e Giovanni XXIII, l’arrivo di un papa polacco, Giovanni Paolo II, la nomina del cardinale Lustiger, di origine ebraica... Possiamo davvero parlare di una pacificazione delle relazioni.

Come descriverebbe la storia contemporanea degli ebrei in Francia?

E’ la storia di un’ascensione sociale, che oggi subisce il contraccolpo del conflitto arabo-israeliano e, soprattutto, del massiccio afflusso di immigrati musulmani. Gli ebrei soffrono di una sorta di esilio interno. Le periferie si sono svuotate di ebrei, che sono partiti per Israele. Dopo il 1967, la rottura tra Francia e Israele è stata molto dura per la comunità, soprattutto perché aveva appena accolto i pieds-noirs dall’Algeria. Dopo la Rivoluzione, gli ebrei di Francia si consideravano sans-culottes. Volevano trasmettere il messaggio di una Francia emancipatrice al mondo intero. E’ in quest’ottica che nel 1860 fu creata l’Alleanza israelitica universale per diffondere la cultura, i valori e la lingua francese. Uomini come Albert Cohen e Albert Memmi erano figli di questa Alleanza israelita. Grazie a essa, quando sono arrivato qui, sapevo più cose sulla geografia francese che sul Marocco. E’ così che, tra le montagne sperdute dell’Atlante, si incontrano persone che recitano le favole di La Fontaine.

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