
IL COLLEZIONISMO DI UNA NAZIONE
Smithsonian sotto tiro, ieri e oggi. Questa è l'America
Il colonialismo, l’impero, la ribellione degli esclusi. Dalle reliquie indigene ai miti pop, tutto diventa storia ufficiale
L'arte non deve fare politica, non dovrebbe fare politica semplicemente perché non ce n’è bisogno, dato che l’arte è già espressione politica di suo. Non è quindi necessario utilizzare l’arte come sistema illustrativo di ciò che accade a livello politico, ma piuttosto il contrario. Lavorare con l’arte come parte integrante di un sistema di pensiero politico. Questo perché malgrado il rapporto funzionale “arte per la politica” sia espressione del passato (dagli archi di trionfo, alle grandi committenze rinascimentali fino all’arte di propaganda del secolo scorso), negli ultimi anni proprio da quello che viene definito il Nuovo mondo, dagli Stati Uniti insomma, si è sviluppato un senso, diventato bisogno, trasformatosi in imposizione che l’arte debba sostenere attivamente le battaglie di genere, il post-colonialismo, l’emergenza climatica, etc. Dalla fine delle committenze e con il conseguente sviluppo del mercato dell’arte, l’artista è fortunatamente libero di fare ciò che vuole – o ciò che può per essere realisti – scevro, se lo desidera da ogni richiesta esterna, velata o meno. Quindi negli Stati Uniti non era in discussione l’autodeterminazione degli artisti, ma l’inverso. Chi non si schierava attraverso l’espressione del proprio lavoro con una delle suddette battaglie, quelle che per necessità si trasformano nei buoni contro i cattivi, veniva accusato di prestare il fianco alla parte avversa. “In quanto artisti si ha il dovere di prendere posizione, e chi è silente è complice”, il ricattatorio sottotesto era più o meno questo. Questo rapporto funzionale imposto, dal sapore puritano, che cosa ha portato se non al contraccolpo, ritrovandoci con l’Amministrazione Trump che ideologicamente impone di eliminare dai musei contenuti giudicati “divisivi o ideologici”. Se non è l’arte a occuparsi della politica, avviene l’inverso. Sebbene lo Smithsonian (il più grande complesso museale e di ricerca al mondo, una “collezione imperiale” americana che, attraverso musei, archivi e media, accumula oggetti e narrazioni per costruire e legittimare l’identità nazionale) sia formalmente indipendente, riceve il 62 per cento del suo bilancio da fondi pubblici, fattore che ne aumenta la vulnerabilità politica.
La Casa Bianca ha quindi pubblicato un elenco di opere e di programmi ritenuti problematici, quali in ordine sparso, una bandiera arcobaleno al Museo di Storia americana, riferimenti alla schiavitù in Franklin, un’animazione sul Dr. Fauci, materiali educativi sull’idea di “whiteness” e contenuti legati a Ibram X. Kendi. Di fatto, Trump sostiene che lo Smithsonian insista troppo sulla schiavitù e promuova ideologie divisive, accusandolo di concentrarsi troppo su “quanto fosse terribile la schiavitù” e di descrivere la storia americana in modo troppo negativo. Ecco quindi l’annuncio di controlli sui musei, simili a quelli già avviati contro le università. In cosa consistono questi controlli? Otto musei dovranno sottoporre entro 120 giorni a una revisione governativa testi e programmi per eliminare linguaggi ritenuti “divisivi” e sostituirli con narrazioni “unificanti e costruttive”. Di fatto annullando la valenza critica di un istituzione culturale. Associazioni museali, storici e organizzazioni per la libertà di espressione denunciano un’ingerenza politica senza precedenti e un rischio di censura generalizzata. L’Amministrazione Trump si è già rivolta alla direttrice della National Portrait Gallery, all’Endowment for the Humanities e ad altre agenzie culturali, cercando di orientare fondi e contenuti verso una visione celebrativa e semplificata della storia nazionale. Nati nell’Illuminismo come luoghi di conoscenza, educazione e riforma morale e non solo come depositi di oggetti ma spazi di dialogo tra opere, curatori e pubblico, dagli anni 90 molti musei si sono trasformati in “piazze pubbliche”, luoghi di comunità e confronto, non unicamente di conservazione. Oggi i musei statunitensi sembrano sotto attacco politico e culturale (accuse di eccessiva attenzione a diversità e inclusione, tagli ai finanziamenti, pressioni sulle narrazioni storiche). La risposta necessaria è quella di rifiutare il silenzio, promuovere il dialogo e il confronto anche scomodo, offrendo contesto storico e verità in un’epoca di disinformazione. Ci sono degli esempi, come a Princeton, dove il nuovo museo (apertura ottobre 2025) è progettato per abbattere gerarchie espositive, favorire scambi culturali e narrazioni condivise. Un esempio virtuoso è la Biennale di Venezia che ha sempre promosso, ricercato, condiviso e rischiato nell’offrire un palcoscenico di rappresentazione e sperimentazione senza dimenticare il necessario spirito critico. Ma restiamo alla situazione nel Stati Uniti. Una direzione è anche quella di ampliare lo spettro delle proprie collezioni quindi della formazione della propria identità, senza sostituire ma aggiungendo prospettive.
La situazione corrente, la critica alle istituzioni culturali americane mi porta alla mente all’artista cherokee Jimmy Durham che nel 1991 scrisse per Artforum una critica allo Smithsonian quale collezione imperiale che, accumulando oggetti e narrazioni, costruisce un’identità nazionale semplificata. Dalle reliquie indigene ai miti pop come Star Wars, tutto diventa storia ufficiale. Questa è l’America. Le richieste di restituzione delle comunità native minacciano questa autorità, rivelando il legame tra collezionismo, potere e controllo culturale. Pensiamo a Trump e Durham che a trent’anni di distanza criticano entrambi lo Smithsonian mettendo in gioco una relazione tra opposti, collezione imperiale vs. restituzione comunitaria, storia ufficiale vs. memoria alternativa, inclusione apparente vs. esclusione reale, nostalgia vs. vuoto e quello che rischiamo ora è proprio il vuoto. L’assenza di critica crea un vuoto che si trasforma in terreno fertile per l’imposizione di verità parziali, dove la memoria collettiva si riduce alla collezione di narrazioni ufficiali e elementari.