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Los Angeles vuota e la nostalgia di un fotografo

La pandemia, l’isolamento, le immagini delle città senza persone. Dialogo (a distanza) con Jeff Wall

25 Giugno 2020 alle 12:12

Los Angeles vuota e la nostalgia di un fotografo

Jeff Wall, Parent child, 2018, inkjet print, 224 x 254 cm, courtesy dell’artista

Questa epidemia sta prendendo Los Angeles proprio nel momento in cui lo stipendio di un insegnante non basta ad arrivare a fine mese e la maggior parte della gente fa tre lavori diversi per sopravvivere. Eppure, per fortuna, quelle distanze tipiche di questa città sconfinata, che ci avevano sempre reso la vita difficile ora rendono tutto più semplice. E’ facile stare lontani l’un l’altro, anche se poi ci si sente soli. Per alleviare la mia solitudine ho pensato di invitare una persona in questo monologo, affinché si trasformasse in un dialogo. Ho inviato un messaggio a Jeff Wall, lui ha risposto subito e io ho replicato di nuovo, e il tutto si è trasformato in una lunga catena di botta e risposta che ci ha fatto viaggiare da Vancouver fino alle parole di Baudelaire, una serie di pensieri di conforto immediato in un momento così inusuale per noi tutti...

 

Sabato, 4 aprile 2020. 6:56 AM, da Piero Golia: Oggi, per la prima volta in 20 anni, mi è sembrato che Los Angeles fosse un palcoscenico senza attori, allora mi sono ricordato di quando mi avevi detto che quello che ti attirava di LA era l’esistenza di un sacco di città diverse nascoste al suo interno. Ma forse è meglio cominciare dall’inizio.

Domenica, 5 aprile 2020. 5:30 PM, da Jeff Wall: Allora cominciamo proprio dall’inizio. Sono cresciuto a Vancouver, che è sia una “città verticale” e densa, che una “città laterale” e dispersa. Ovviamente il centro rappresenta la parte più densa, mentre la periferia è l’altra componente. E i “sobborghi” iniziano davvero a cinque minuti dal centro, dove ampie zone residenziali si estendono verso le varie periferie. In genere, tendo ad apprezzare il tipo di città laterale perché è più aperto e c’è sempre molto cielo e tanta luce e pochi edifici alti. Al contrario, tendo a sentirmi oppresso in luoghi molto verticali come ad esempio New York. Da ragazzo, trascorrevo molto tempo in sella alla mia bicicletta attraversando la città, esplorandola, a volte facendo disegni. E a quei tempi Vancouver era ancora in procinto di diventare un luogo denso, riempito con sempre più edifici. Anche al centro c’erano ancora parecchi lotti vuoti e aree inutilizzate o poco utilizzate. Quindi, proprio in quel centro, all’improvviso ti sentivi di essere quasi in campagna. Era la fine degli anni Cinquanta e penso che molte città, in particolare nel Nord America, fossero in quel momento in questa condizione “non ancora riempita”. Sono davvero nostalgico di quel mondo. E’ stato emozionante per me scoprire queste aree irregolari, leggermente nascoste, incuneate dietro zone più sviluppate. Sogno ancora quelle esperienze. Ero in bicicletta, quindi mi muovevo lentamente, come volevo, ma potevo coprire vaste aree in una sola giornata. Negli anni Ottanta e Novanta ho potuto scattare foto come “Bad Goods”, “The Crooked Path” o “A Hunting Scene”. Dubito di poter ancora trovare luoghi come quelli a Vancouver. Ma Los Angeles è molto più grande e miracolosamente non è così piena e ci sono ancora molte zone e angoli nascosti. E sono tutti diversi nelle diverse parti della città. Quindi, per me, Los Angeles è come un ritorno al passato, è come ritrovare una versione di Vancouver che è ormai scomparsa.

 

Giovedì, 16 aprile 2020. 1:20 AM, da Piero Golia: Los Angeles non è mai diventata una città verticale, ma è sempre rimasta bloccata nel suo modernismo, quindi è un ritorno al passato, ma senza nostalgia o emozioni: tocca a noi riempirla di narrativa. C’è qualcosa di unico, sembra quasi che sia fatta per rimanere vuota così da potere ospitare ogni volta una nuova storia.

Venerdì 17 aprile 2020. 5:56 PM, da Jeff Wall: Parlando solo di fotografia, ci sono sempre stati fotografi che preferiscono scattare foto senza persone o che almeno ne hanno fatte molte senza persone. Ovviamente all’inizio della fotografia le immagini non erano popolate a causa delle limitazioni della pellicola in uso. Pensiamo alla Parigi di Eugène Atget, è spesso così, e potremmo nominarne molti altri fino a oggi. Le immagini di città non popolate appartengono per lo più al campo della fantascienza, fatta eccezione per la fotografia, che fin dall’inizio ha sempre capito che ci sono momenti in cui le zone urbane sono vuote e che quel vuoto non era niente di straordinario. Sono appena andato a dare un’occhiata alla mia copia della “Every building on the Sunset Strip” di Ed Ruscha, e ci sono pochissime persone raffigurate. Probabilmente avrebbe potuto includere un bel po’ di persone, se solo lo avesse voluto. L’attuale vuoto degli spazi pubblici a Los Angeles, e in qualsiasi altro luogo, non sembra così strano per coloro che sono abituati alla storia della fotografia.

 

Mercoledì, 22 aprile 2020. 2:22 PM, da Piero Golia: Eppure vedere una città completamente vuota nella vita reale è diverso. Quando osservo “Sunset Strip, non sento che le persone sono necessarie alla narrazione, ma quando esco da casa mia in questi giorni, sento che manca qualcosa. Non sono in grado di separare l’immagine dalla narrazione. Non pensi che essere in una città vuota ti stia colpendo?

Lunedì, 27 aprile 2020. 12:36 PM, da Jeff Wall: Non molto. Noto che i media si stanno concentrando su come “le cose non saranno più le stesse” e così via. Inoltre, le città non sono vuote – nessuno se n’è andato, è solo che le persone non si stanno radunando come al solito, ma di nuovo, questa situazione è temporanea – forse questo “temporaneo” sarà breve, forse un po’ più lungo, ma non sarà eterno. Forse penso così, in parte, anche perché il mio lavoro non si è mai occupato degli eventi attuali.

 

Venerdì, 1 maggio 2020. 5.38 AM, da Piero Golia: L’arte non dovrebbe mai essere attuale né correlata ad eventi specifici, ma sublime, sorprendente, incredibile…

Lunedì, 4 maggio 2020. 1:20 PM, da Jeff Wall: Dovrebbe essere bella, prima di tutto, e poi tutto il resto.

 

Martedì, 5 maggio 2020. 7:37 AM, da Piero Golia: Ed invece è sempre più “stagionale”, si producono opere senza pensare, senza sentirsi responsabili nei confronti della storia. In un momento dove dovremmo costruire il futuro sembra che l’arte si faccia come se non ci sia domani.

Venerdì, 8 Maggio 2020. 1:12 PM, da Jeff Wall: Gran parte della produzione artistica recente può essere considerata come una versione del giornalismo intellettuale. Nel ramo della fotografia, significa che molte immagini assomigliano a ciò che si può vedere solitamente ad esempio nell’inserto del New York Times. Ad ogni modo, un numero crescente di persone lavora per pubblicazioni come il Times, o diverse altre riviste, creando anche lavori da appendere a un muro per le gallerie. Oggi, ci sono tantissime riviste di arte e di moda. E i fotografi che consideriamo artisti importanti hanno lavorato sin dall’inizio per pubblicazioni commerciali. Non mi piace molto l’aspetto di gran parte di questo – in qualche modo il lavoro di una rivista impedisce lo sviluppo di uno stile più personale. Ma non ci sono regole nell’arte, quindi qualcuno che insegue l’aspetto momentaneo di qualcosa o insegue uno stile di vita o una tendenza che appartiene alla sottocultura potrebbe ancora – in una certa misura contro le probabilità – fare un lavoro assolutamente importante e di prim’ordine e che durerà nel tempo. A tal proposito, le parole di Baudelaire su questo soggetto, un’opinione espressa oltre cent’anni fa, sono ancora pertinenti: “Nell’arte c’è una congiunzione dell’effimero con l’eterno, la magia del momento nel tempo si unisce a qualcosa che sembra essere sempre stato presente in tutte le opere di arte”.

 

*Piero Golia, artista, vive a Los Angeles dal 2003

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